Intervista a Kenneth Alme

Abbiamo intervistato l’artista norvegese Kenneth Alme (nato nel 1981) protagonista di una recente mostra personale, la sua prima nel Regno Unito, presso la galleria Rod Barton. Giocando coi materiali e la loro fruibilità, l’artista instaura una relazione tutta personale e fisica con le tele che diventano in questo modo tracce e indizi per decifrare il suo linguaggio, come nel caso della recente serie Couch Grass.Non mi piace molto il termine “materiali non convenzionali’, ma faccio fatica a non usarlo nel parlare dei tuoi dipinti (in particolare la serie My Tarp Has Sprung a Leak), nei quali usi colori a olio, acrilici e altri supporti su fogli di plastica. Queste tue opere sono il risultato di una decisione consapevole di superare i limiti della tela classicamente concepita o il risultato spontaneo di una sperimentazione di vari materiali?Nel caso dei dipinti di plastica il risultato è stato parzialmente accidentale e conseguenza del lavoro allo studio. La plastica doveva originariamente mantenere il pavimento pulito quando lavoravo alle tele. Così coprivo il pavimento con grandi fogli di plastica, 5×3 m, e dipingevo sulla tela non-tesa posta sopra alla plastica. Dopo un po’ cominciavano a comparire segni e linee. E ho notato che quando li piegavo gli strati trasparivano. Da qui deriva l’idea di tenderli su un telaio in legno, in strati di quattro con un piccolo disegno tra i due esterni. Restano comunque abbastanza simili agli altri miei lavori, nel senso che hanno a che fare con una forma di trasparenza e del colore che ci passa attraverso, così come il colore blu che ritorna.

Gli scarabocchi e gli schizzi di vernice nella tua serie di opere su tela di cotone rimandano a una dimensione giocosa e forse quasi anche aggressiva. La modalità di applicazione della vernice su tela è casuale e ‘azionista’ o sei un appassionato di un etica ordinata del lavoro, possibilmente anche di disegni preliminari?
Il modo in cui applico la vernice non è casuale, ma il modo in cui la vernice reagisce e si comporta in certe forme può essere casuale. Rifletto sempre molto e preparo degli schizzi su come dovrebbe risultare la pittura, ma siccome lavoro con colori a olio su tele non perfette e tirate il risultato non è sempre facile da controllare. Questo è anche uno dei motivi principali per cui lavoro con questi materiali. Danno spazio per la progressione. Ci sono sicuramente due aspetti dell’opera, giocoso e aggressivo, con un contrasto sulla differenza tra i vari tratti, dalle pennellate coscienti fino agli incidenti casuali, a base di olio e acqua che non lavorano mai veramente bene insieme. Anche se il processo di produzione è intenso e sottopone la tela a un lavoro di tensione e stress, il risultato finale è delicato e la superficie è completamente piana, con solo i modelli tessuti dalla tela che ne fanno una trama. La vernice si è infiltrata nella tela, rendendola piatta.

Sono incappato in una tua intervista precedente dove spieghi come il lavoro non si concepisce all’interno dello studio, ma si fa. Parli di lavorare con i materiali di cui la pittura si compone, tirando la tela diverse volte etc. Sembra che tu dia molta importanza agli aspetti manuali del processo di lavorazione; qual è la tua opinione sulla figura, ormai completamente integrata, dell’artista come mero produttore di idee, e non come colui il quale realizza fisicamente l’opera d’arte?
Apprezzo molto il lavoro manuale che deriva dal mio lavoro e mi piace essere parte della creazione di un’opera, dall’inizio alla fine. Ne ho capito l’importanza durante i miei anni di studio all’accademia, e l’ho poi messo in pratica. Vengo da una famiglia di falegnami, mio padre e mio nonno fanno mobili, tutto ciò fa parte del mio modo di pensare da quando ero molto giovane. Trovo che il completamento materiale dell’opera sia altrettanto interessante e gratificante quanto il fatto di averla concepita, e faccio fatica a separare le due cose. Non credo di poter lasciare ad altri la realizzazione delle mie opere, o addirittura la stiratura delle tele, perché è una fase importante tanto quanto le altre. Ed è anche divertente.

Ho letto che sei molto esigente con la musica che ascolti quando lavori. Che tipo di musica avevi recentemente nel tuo studio?
Ultimamente ho ascoltato un sacco di Sonic Youth, Television, Coil and Ulver. Per il resto del tempo c’è stato un bel po’ di punk e hard core con una certa interferenza di Neil Young e Brian Eno. La musica può avere una profonda influenza su di me, quindi in alcuni momenti sono molto esigente. Soprattutto quando dipingo. Ha a che fare con la creazione di un atmosfera in studio che servirà a nutrire il mio lavoro e il processo di lavorazione.

Qual è un museo che potresti visitare più e più volte senza stancartene?
Il mio museo preferito a Oslo è il Norsk Teknisk Museum (Museo della Tecnica norvegese), un museo dedicato alla scienza, dalla tecnologia alla medicina, c’è un intero aeroplano montato al soffitto.

È difficile immaginare un artista contemporaneo lavorare ossessivamente col blu e in grado di sfuggire a riferimenti (involontari) a Yves Klein. Il tuo blu, ovviamente diverso da quello di Klein, è un colore che usi perché esteticamente piacevole o c’è una storia particolare dietro?
Le tinte di blu che uso derivano da quando ho iniziato a lavorare sulla serie Couch Grass un paio di anni fa. Volevo trovare un colore che potessi mescolare ripetutamente con più o meno lo stesso risultato, solo con lievi differenze. L’azzurro che ho trovato è un mix di Ultramarine, blu di Prussia, Nero d’avorio e Titanium White. Non annoto mai il rapporto tra i colori che mischio di volta in volta, ma piuttosto li mescolo come ricordo così che non otterrò mai esattamente un azzurro identico al precedente. Ho scelto il blu in alcuni progetti anche perché è il colore che la maggior parte delle persone associano alla calma e alla pace. L’idea era che avrebbe funzionato bene in una serie di dipinti che ripete la stessa forma più e più volte, l’atto della ripetizione facente riferimento alla routine come modo per ottenere controllo. In quel periodo lavoravo come tecnico in un centro d’arte di Oslo, che ha una vasta collezione di arte moderna. Tra le varie opere, c’era un dipinto di Willie Baumeister, ARU Dark Blue (1955), l’opera contiene una forma blu su uno sfondo grigio/bianco, con la forma blu in bilico su una sottile linea di ocra. Ho visto questo dipinto ogni giorno per un bel po’ di tempo, e sono sicuro che la mia fascinazione per il colore blu venga in parte da questo quadro e l’averlo visto ripetutamente.

Recentemente c’è stato un gran parlare della visibilità che ha riacquistato la pittura non figurativa. Non credo nell’astrazione come tendenza, ma è innegabile che c’è stato un nuovo grado di esposizione (non sono sicuro se di popolarità) grazie a personalità come Ostrowski, Lucien Smith e Oscar Murillo. Dove ti vedi in mezzo a questa ritrovata popolarità della astrazione? Consideri il tuo lavoro astratto?
Accetto che i miei quadri vengano considerati astratti, e per molti versi credo che lo siano, ma non è importante per me se sono etichettati come tali o no. Io non mi considero un pittore astratto. I dipinti Couch Grass, per esempio sono fondamentalmente un disegno semplificato di una cannuccia di erba, non un disegno astratto di una cannuccia di erba. Penso che la maggior parte dei dipinti erediti qualità astratte tanto quanto quelle concettuali o figurative. Quello che trovo interessante nei miei quadri è quando reagiscono con oggetti e sculture, e, dal momento che sono così »vuoti« e piatti, li vedo come aventi qualità scultoree in se stessi. Penso che abbia a che fare con il mio modo di lavorare, con questa tela non tirata accatastata sul pavimento. Mi fa sempre prendere in considerazione la stanza, lo spazio, nel quale sono realizzati e saranno presentati.

Quali figure al di fuori del mondo dell’arte ammiri e t’ispirano?
David Attenborough, sono cresciuto guardandolo in televisione e probabilmente ho imparato di più da lui per quanto riguarda la natura che in tutti i miei anni di scuola. Il suo approccio d’insegnamento è incredibile. Ha un sincero desiderio di dirti quanto sia fantastica questo creatura o pianta o fungo, e quanto magnificamente sia importante per un quadro più ampio. Lascio spesso andare in loop i suoi documentari mentre lavoro allo studio. Posso anche citare Thurston Moore dei Sonic Youth e il fumettista belga Franquin.

Laura Palmer è menzionata nel comunicato stampa della mostra a Rod Barton, Londra. Per concludere, sei entusiasta al ritorno di Twin Peaks in TV nel 2016?
Mi sono tenuto, volutamente, lontano dall’informarmi sul ritorno di Twin Peaks in televisione. Sono un grande fan della serie originale, e resto un po’ scettico. Anche se sono curioso di vedere se riescono a ricreare l’atmosfera della serie originale. Ma, sono molto emozionato.

Kenneth Alme - My Tarp Has Sprung a Leak - 03

Kenneth Alme, My Tarp Has Sprung a Leak, Installation view

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Kenneth Alme, My Tarp Has Sprung a Leak, Installation view

Kenneth Alme OFFICIELLE 9

Kenneth Alme, My Tarp Has Sprung a Leak, Installation view

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Kenneth Alme, My Tarp Has Sprung a Leak, Installation view

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Kenneth Alme, My Tarp Has Sprung a Leak, Installation view

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