Intervista a Matteo Boetti

Francesco Clemente e Luigi Ontani, Belgrado 1973, Collezione Francesco Clemente

Matteo Boetti chiraisce le polemiche sulla mostra del padre e annuncia a sorpresa la prossima apertura di una galleria a Todi In occasione della mostra di Alighiero Boetti al Maxxi di Roma incontriamo Matteo, figlio dell’artista, e mentre ci prepariamo per l’intervista veniamo a sapere di un suo prossimo progetto: entro l’estate dovrebbe aprire una nuova galleria che si chiamerà Bibo’s Place a Todi. Il nuovo spazio sarà gestito insieme al socio Andrea Bizzarro, mercante d’arte. Il Bi di Bibo’s si riferisce al cognome di quest’ultimo mentre Bo a quello di Matteo. Dopo le due esperienze romane di Auto Rimessa e Autori Cambi ritorna in campo. Ci sarà una parte di continuità con l’attività dell’ultima galleria, ma il grosso sarà centrato sul confronto tra artisti emergenti e storici. Ma torniamo a Roma.

La mostra al Maxxi di tuo padre ha sollevato alcune polemiche. Una di queste ritiene la linea curatoriale debole. Che ne pensi?
Ho trovato le scelte curatoriali di Luigia Lonardelli di qualità, scelte intelligenti, rigorose e raffinate. Il fatto che non ci siano molte opere è un dato oggettivo che non dipende né dalla curatrice né dalle scelte del museo. Il budget annale del Maxxi è pari a circa a un mese di programmazione del centro Pompidou parigino. Da ciò si deduce che è un problema di risorse da destinare ai trasporti, allestimenti, all’organizzazione in genere. Né Leonardelli né la bravissima direttrice Anna Mattiolo possono superare queste limitazioni. Nonostante tutto la scelta delle opere è stata raffinata, adatta per offrire una visone d’insieme ed esaustiva del tema legato alla presenza di Alighiero a Roma, dal periodo poverista concettuale torinese all’esplosione di colori che trova a Roma, nei gialli dei tramonti, nella luce dei palazzi e nei colori suggeriti dai suoi amici artisti come Clemente, Ontani e io aggiungerei anche Schifano. L’allestimento è stato anche adeguato e di livello internazionale.

L’altra polemica verte sulla mancata partecipazione italiana alle tre retrospettive coprodotte dal Reina Sofia di Madrid, dalla Tate Modern di Londra e dal Moma di New York. Il tuo punto di vista?
Abbiamo avuto diversi contatti con istituzioni e realtà museali,  prima durante e dopo la triade Madrid, Londra e New York per vagliare possibilità di collaborazione e trasportarla anche a Roma, ma lo scoglio era proprio legato a situazioni amministrative ed economiche. Sono, invece, molto contento che il secondo volume del catalogo generale di Alighiero Boetti, edito da Electa., sia stato presentato nel contesto romano del Maxxi. E’ stato il risultato di un immenso lavoro per l’archivio in termini di tempo, fatica e denaro soprattutto grazie all’infaticabile impegno di Annamrie Sauzeau. Segno importante anche dell’attenzione della città di Roma per mio padre è l’intestazione della piazza del Maxxi a lui perché non è stata imposta istituzionalmente, ma il frutto di un sondaggio di una rivista di settore e quindi una volontà popolare.

Francesco Clemente e Luigi Ontani, Belgrado 1973, Collezione Francesco Clemente

 
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Giusy Lauriola è un’artista visiva che vive e lavora a Roma. Nel corso del suo percorso artistico ha indagato questioni pubbliche, come la guerra in Iraq, sottolineando temi come l'indifferenza al dolore degli altri, i bisogni indotti e il potere della pubblicità. Come strumento di lavoro utilizza la fotografia rielaborata, contaminata dalla pittura e stampata su plexiglas. Per mantenere viva la sua passione ha iniziato l'attività di giornalista come collaboratrice per Julietartmagazine e per Romasettimanale.

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1 Comment

  1. Le riviste di settore che esprimerebbero la volontà popolare attraverso i sondaggi è una delle affermazioni più incongruenti della Storia no “dell’arte” ma de “la Storia”, quella proprio onnicomprensiva di tutto, da prima del tempo al concetto di “inifinitezza” del tempo.
    È come dire che Novella 2000 esprime la volontà popolare degli italiani e dunque Napolitano dovevano eleggerlo manco i lettori – che anche io, eventualmente, una scorsa alla rivista di settore “Novella 2000” la do (settore casalinghe, donne anziane, gente vorace di gossip, scandaletti, imprenditori di un certo lignaggio) – ma comunque poi vai a vedere che Alighiero Boetti è Alighiero Boetti e va bene, tutto è bene quel che finisce bene, però insomma quella frase, a mio modesto parere di ex C.E.O di Blackwater Worldwide, vuol dire appena meno di niente.
    Comunque bellissima mostra, ha partecipato un mio amico russo di vecchissima data e mi diceva di essersi divertito, essendo molto ricco voleva comprare tutto ma essendo prettamente un uomo d’affari gli manca un po’ di tatto in queste delicate faccende d’arte (lui va per “large stock”, more stock, many more, many more, gli chiude la borsa e se ne va a dormire poi è timido e insomma mi sa che non ha comprato nulla… al massimo elargirà quei due-trecentomila dollari per quest’altr’anno tanto va tutto in detrazione pure lì, in Russia).
    Però era contento del personale, lui sostanzialmente tra le molte attività c’avrà quei centosettantasette milioni di dipendenti – metti tra Walmart e Chrysler però più gentile lui come datore di lavoro a mo’ di Olivetti ma con più ex servizi segreti alle spalle (ex KGB, qualcuno, moltissimi SIS, quasi tutti i congedati del FIU niente ex-Israeli e vagonate dal Sud Africa) e insomma poi si è invaghito.
    Ma va bene, torno a lavorare.

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