Suono e materia. Intervista a Michele Spanghero

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In occasione delle personali da TRA Treviso Ricerca Arte e Multiplo, e delle partecipazioni alle collettive della Quadriennale e alla Fondazione Ado Furlan, abbiamo incontrato Michele Spanghero per fare un po’ il punto sulla sua ricerca sonora e visiva.

Proporre un’idea della tua ricerca in poche domande è estremamente complesso, ma cercherò di ricorrere all’ausilio di due esposizioni viste di recente negli spazi di Multiplo (PD) e TRA – Treviso Ricerca Arte e di quella ancora in corso alla Fondazione Ado Furlan. Partirei dalla prima, in Spacing a cura di Stefano Coletto, hai affrontato il medium fotografico liberandolo dall’indicalità e lavorando per sottrazione. Sebbene sia nascosto, il soggetto si scorge ma non è protagonista, qual è il reale fulcro della fotografia e qual è il processo sottrattivo messo in atto?
La serie fotografica a cui è dedicata la mostra, s’intitola Studies on the Density of White (iniziata nel 2010 e tuttora in corso), è costituita da centinaia d’immagini di elementi architettonici anonimi scattate in varie città europee. Il titolo, credo, ben delinei gli intenti del progetto: l’assenza di un vero soggetto classicamente inteso spinge lo sguardo verso una composizione astratta di campiture geometriche definite da diverse densità di bianchi e tonalità di grigi. Quello che m’interessa in questo progetto è come il gesto fotografico, nel convertire lo spazio tridimensionale in bidimensionale, dia all’immagine una diversa identità, portando la fotografia verso l’astrazione propria del disegno. Il processo sottrattivo messo in atto – per essere tranchant – è quello della fotografia da se stessa, una “fotografia” che non vuol essere “fotografica”. Per questo motivo è stato importante lavorare anche sul display di questo progetto: le immagini non sono incorniciate, ma esposte su sottili mensole d’acciaio, quasi a voler fare dell’immagine un oggetto, della fotografia una piccola scultura che si adagia sul muro. Essendo la fotografia un “sistema convenzionale” (Bourdieu) che entra in contatto (“indice” Peirce) con il reale, quello che mi affascina è “trovare” e non “creare” un’immagine, inquadrandola nel reale e ritagliandola dal reale. Un’immagine latente intuita in un dettaglio architettonico e realizzata nella fotografia. E in questo processo, come afferma Stefano Coletto, curatore della mostra, “sembra sparire il referente e ciò che rimane dell’indicalità si fa codice, elemento linguistico”, quasi una nuova sintassi per immagini.

Dici che è stata la fotografia a farti avvicinare alle arti visive a seguito di un’esperienza di musica sperimentale, in che modo?
Le mie prime esperienze artistiche sono infatti legate alla fotografia. Parallelamente a un percorso di sperimentazione musicale, ho sentito il bisogno di esplorare anche il medium visivo. La musica e la fotografia erano pratiche distinte nelle mie intenzioni e ho sempre cercato di evitare una fusione di tipo sinestetico tra le due. Con il tempo, però, mi è stato evidente che le due esperienze fossero accomunate da un medesimo approccio metodologico, teso verso la ricerca del limite del medium.

Fotografia e scultura sono parte della tua ricerca visiva, entrambe caratterizzate dall’essenzialità formale, esiste un rapporto tra di esse?
La scultura è stato il passo successivo, con cui sono riuscito a unire concettualmente l’aspetto visivo con quello acustico in una dimensione tridimensionale. Nelle mie sculture o installazioni, gli aspetti quali forma e materia vengono completati attraverso la natura sonora. Dall’esperienza musicale ho recuperato un background concettuale legato al rapporto tra suono e spazio, mentre dalla fotografia ho recuperato l’essenzialità della forma, l’idea di astrarre e risemantizzare i dati della realtà.

Nel tuo lavoro è evidente il rapporto tra la materia e il suono, in che modo questi due elementi dialogano nelle tue opere?
Nelle mie sculture il suono non è relegato al ruolo di soundtrack, copre invece una funzione essenziale, spesso è il movente concettuale da cui si genera l’opera stessa, ovvero che è un elemento che dà significato alla scultura. In tal senso il titolo dell’installazione Listening Is Making Sense (attualmente in mostra a Roma alla 16ma Quadriennale d’arte nella sezione Periferiche curata da Denis Viva) assume un valore di statement del mio lavoro. Si tratta di travi di legno incastrate tra di loro in modo apparentemente casuale; appoggiando l’orecchio alla materia, lo spettatore può cogliere vibrazioni sonore diffuse nel legno altrimenti non udibili. In questo caso l’aspetto sonoro diviene il motivo strutturale della scultura (le travi sono disposte per permettere alla vibrazione di propagarsi per contatto) che dà senso alla sua presenza invitando lo spettatore a fruirne in un modo inatteso. Quello che in genere cerco nella scultura è un rapporto tra spazio, materia e suono. Utilizzo diversi materiali, non ho un materiale d’elezione se non il suono stesso. Spesso trasformo la fisicità della scultura nella membrana che separa uno spazio esterno ed uno interno il quale è riempito dalle vibrazioni sonore cosicché la scultura stessa diviene un vettore acustico. Cerco, attraverso la risonanza (fisica e concettuale), di fondere la materia e il suono.

Natura morta, in mostra alla Fondazione Ado Furlan di Pordenone lavora sull’interazione di materia organica e inerte, vuoi raccontarci in che modo?
L’installazione sonora richiama il classico concetto artistico di “natura morta”, cercando tuttavia di analizzare attraverso il suono l’energia vitale ancora presente nei frutti. Più di un centinaio di limoni sono collegati tra loro con filo di rame per creare un circuito elettrico delle dimensioni di una stanza che innesca e modula alcuni oscillatori che producono un segnale sonoro che è riprodotto all’interno di due sculture sonore sferiche in pietra acrilica. Col passare del tempo, i frutti si asciugano, così il suono è costantemente modulato fino a quando i limoni, completamente marci, non inviano più un segnale. La materia organica entra dunque in dialogo intrinseco con la materia inerte delle sculture sonore. Questo progetto è stato realizzato in collaborazione con il curatore Davide Bevilacqua per la rassegna Palinsesti 2016 e con la partnership di Theke e Dform, due ditte leader nella lavorazione della pietra acrilica.

Nell’esposizione dal titolo Ad Libitum curata da Chiara Ianeselli per TRA, vediamo come la tua attenzione si sia spostata su una produzione maggiormente legata alla cronaca. Vuoi raccontarci che cosa ti ha portato a condurre una ricerca in tal senso?
Come già affermato, il mio lavoro parte spesso da elementi reali per poi agire in modo straniante. Questo vale anche nel caso della scultura sonora Ad lib. esposta al TRA. Anche se ammetto che una eco del caso Englaro possa aver contribuito a rivolgere la mia attenzione sulla tematica del limite etico tra vita e morte, tra uomo e macchina, non direi tuttavia che questo sia un lavoro legato alla cronaca. Mi pare piuttosto che vada a toccare questioni esistenziali senza tempo. L’opera nasce infatti dall’idea di unire due elementi che appartengono a campi molto distanti (la musica e la medicina) per formare un oggetto metaforico: un “organo artificiale” per un “requiem meccanico”. L’idea è nata da questo, forse banale, gioco di parole. Ho impiegato ben sei anni per realizzare il progetto in questa versione e riuscire a far suonare un organo a canne con un respiratore polmonare automatico.

Sebbene tu abbia più volte lavorato in contesti che richiedevano un approccio site specific, inserirti nello spazio di Ca’ dei Ricchi ha influenzato in qualche modo la tua opera?
Il lavoro Ad lib. esposto al TRA non nasce come site specific, ma in un certo senso lo è diventato: mentre il progetto della mostra si sviluppava, ho deciso di rinunciare alle idee su cui stavo lavorando, per scegliere invece Ad lib., lavoro che ritenevo potesse valorizzare al meglio lo spazio espositivo e reciprocamente esserne valorizzato.

Mi sento di terminare questa breve conversazione con una domanda che hai auspicato ti venisse sottoposta. Cosa ritieni indispensabile nel tuo lavoro?
La risposta che diedi in un’intervista del 2012 credo rimanga valida: ritengo sia indispensabile chiedermi continuamente il perché delle cose, per trovare un senso a ciò che faccio.

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Michele Spanghero, Spacing, 2016

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Michele Spanghero, Spacing, 2016

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Michele Spanghero, Listening is making sense. Quadriennale di Roma, 2016

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Michele Spanghero, Natura Morta, 2016

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Michele Spanghero, Natura Morta, 2016

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Michele Spanghero, Natura Morta, 2016

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Michele Spanghero, Ad libitum, TRA, 2016

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Michele Spanghero, Ad libitum, TRA, 2016

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Michele Spanghero, Ad libitum, TRA, 2016

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