Intervista a Mona Lisa Tina

Fragments

Mona Lisa Tina, artista e performer pone al centro di tutte le sue riflessioni il corpo come luogo di continui processi trasformativi psichici e fisici. Le sue azioni incarnano rituali entro cui esso è coerentemente proposto come asessuato, mutante e contaminato. Chiamata in occasione della IV edizione di CORPO: Festival delle Arti Performative, rassegna abruzzese dedicata alla performing art, Mona Lisa Tina ci racconta come giunge a questo linguaggio estetico e quali sono i parametri di riferimento del suo lavoro.

Fragments

Mona Lisa Tina, Fragments, 2013
 

La IV° edizione di CORPO ha come tema tra bestialità ed evoluzione della specie. Tu presenterai la performance “FRAGMENTS” in cui viene descritto e auspicato un “passaggio” psico-fisico che ciascun uomo dovrebbe realizzare. Nello specifico a cosa ti riferisci?
Sono fermamente convinta che ciascuno di noi, per entrare in una relazione autentica e profonda con se stesso, debba necessariamente intraprendere un percorso di consapevolezza costantemente in progress che permetta, con coraggio e lealtà, di strutturare la propria identità. Attraverso la ricerca costante di una relazione armoniosa e ben integrata della dimensione psichica emotiva e corporea, si attua un processo psico-fisico che in Fragments si esprime nel linguaggio simbolico della performance. L’azione, scandita da cinque momenti legati alla vestizione di sculture indossabili in raso, e costruite ad hoc sul mio corpo, sottolinea un bisogno radicale di cambiamento su più piani di lettura, legati alla transitorietà e alla fragilità  dell’esistenza umana.

Quanto per te la performance ha un valore descrittivo/narrativo ed educativo e quanto, invece, rappresenta un processo catartico e una forma di sublimazione di un tuo stato esistenziale ed emotivo?
Gli aspetti che evidenzi appartengono entrambi alla mia personale modalità di lavoro, essendo fortemente complementari l’uno all’altro: se così non fosse, probabilmente  non riuscirei a trasmettere al pubblico questo messaggio, che trae forza proprio dalle considerazioni su cui anche tu mi fai riflettere. La performance ha come strumento di comunicazione privilegiata il Corpo, che per le sue peculiarità riesce a “raccontare” in modo più incisivo e più forte rispetto agli altri linguaggi estetici, esperienze legate soprattutto alla fondamentale relazione tra l’individuo e il mondo esterno, integrando, là dove possibile, aspetti essenziali della vita dell’autore, senza però ricadere nelle trappole dell’autobiografismo. Per quanto mi riguarda, la mia ricerca trae ispirazione dai miei vissuti, incluse le esperienze legate al mio essere arte terapeuta. Come sai, oltre a essere artista visiva, lavoro in contesti clinici estremi (con adulti e bambini affetti da patologie gravi e a volte irreversibili) ed è proprio grazie al linguaggio privilegiato della performance che mi è possibile esprimere nei singoli progetti contenuti emotivi forti, che possono rimandare al senso di perdita, di contenimento e di trasformazioni positive. In questo modo riesco inoltre a condividere con il pubblico, che prende parte all’azione, un momento di riflessione collettiva e un processo d’integrazione ulteriore rispetto alle problematiche trattate.

Fragments” di Mona Lisa Tina

Mona Lisa Tina, Into the Core, 2013
 

La performance è un linguaggio estetico che negli ultimi anni ha ripreso forza e vigore. Sono molti gli artisti che sono tornati a esprimersi attraverso questa forma d’arte. Tu sei sempre stata una performer? E come nasce la scelta d’intraprendere questa strada artistica?
Effettivamente sono d’accordo con te quando dici che negli ultimi anni il linguaggio performativo sembra riconfermare con grande autorevolezza il proprio ruolo nello scenario dell’arte contemporanea. E non sono d’accordo con chi sostiene che sia invece la videoarte a occupare questo postosenza nulla togliere alle sue potenzialità espressive – ma qui mi fermo, non volendo aprire una polemica su un tema di certo interessante ma fin troppo spigoloso. Rispondendo però alla tua domanda, devo dire che non sono sempre stata una performer: infatti ho iniziato a sperimentare le mie potenzialità creative non attraverso l’uso del Corpo ma nella realizzazione d’installazioni ambientali con forti rimandi estetici all’Arte Povera degli anni sessanta. Col tempo, ho inserito altri elementi e coinvolto altre persone che dovevano prendere parte ai vari progetti non come fruitori ma come “strumenti” estetici. Ma ciò non mi bastava e continuavo ad avvertire una sensazione d’incompletezza, soprattutto sul piano emotivo dell’esperienza personale. Così, dopo una maggiore presa di coscienza rispetto alla mia identità e quindi al mio lavoro, ho capito che avevo bisogno di vivere profondamente l’azione sul mio corpo, riconoscendo nel rapporto diretto con il pubblico quella tensione e quella energia psichica che ne esalta l’incontro nella dimensione speciale ed esclusiva della performance. Dal 2005 a oggi questo linguaggio è stato quello che ho trovato più adeguato alla mia sensibilità, perché in grado di sostenere la mia relazione con il mondo in modo lineare e profondo.

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Mona Lisa Tina, Fragments, 2013
 

Il pubblico, il curatore, la rivista, il museo, la galleria e l’artista. Attori di uno stesso spazio scenico a volte conflittuale e sterile, a volte stimolante e produttivo. Volendo fare il punto della tua carriera, come hai interagito con il sistema dell’arte? E quali difficoltà incontra la performance in tale contesto?
La mia carriera artistica si compone di una variegata rosa di esperienze, svolte in altrettanto variegate realtà del nostro settore. In ogni caso ho sempre privilegiato strutture che avessero un’attenzione particolare alla ricerca e alla sperimentazione dei linguaggi visivi. Inevitabilmente ho riscontrato questa apertura soprattutto in quegli spazi conosciuti come “non profit” per la divulgazione dell’arte, nonché nelle Università e nelle Accademie di Belle Arti, luoghi cioè deputati alla riflessione e alla pratica artistica.  Ma anche nel caso di esperienze legate a spazi più istituzionali, come gallerie private e musei, ho sempre avuto l’opportunità di incontrare persone molto disponibili e rispettose nei confronti del linguaggio della performance. Forse la vera differenza tra gallerie, musei, spazi non profit e altro, al di là delle loro peculiarità e del ruolo che occupano nel mondo dell’arte, consiste nel modo di curare e sostenere la relazione con gli artisti ma soprattutto di valorizzare il loro operato. Tornando però alla modalità della performance, penso che una difficoltà concreta sia potenzialmente rappresentata dalla natura effimera del suo linguaggio. Dato il suo carattere di evento, essa è qualcosa che non può essere esposto o venduto o mostrato successivamente, dopo la sua esecuzione. Voglio dire che una stessa performance può, sì, essere proposta di nuovo e in contesti differenti, ma si tratterà comunque di un’altra esperienza, con un pubblico diverso e dimensioni relazionali altre. Per quanto mi riguarda, nel momento in cui decido di realizzare un nuovo progetto, tengo ben presente l’aspetto del lavoro di post-produzione che verrà realizzato successivamente all’azione, grazie a una serie di scatti fotografici significativi fatti duranti lo svolgimento della performance e alle riprese video. Questi prodotti potranno a loro volta essere riproposti in modo anche assolutamente autonomo rispetto al progetto originario all’interno di altre manifestazioni artistiche. Naturalmente questo criterio vale solo per me e credo che potrebbe differire totalmente dalla modalità di approccio di altri colleghi performers.

Mona Lisa Tina, Anthozoa, performance, 2012. Foto di Giovanni Membola, Courtesy MAP Brindisi

Mona Lisa Tina, Anthozoa, performance, 2012. Foto di Giovanni Membola, Courtesy MAP Brindisi
 

L’azione proposta a Pescara, in occasione di CORPO 2014, è all’interno di una villa: Residential HOUSE. Non è la prima volta che presenti una performance in un luogo privato, penso ad esempio a “Sguardi Corporei” realizzato presso lo Spazio Albume di Cuneo. Quanto per te è importante lo spazio e come interagisci con questo? Rispetto a una performance fatta in galleria, in un museo o per strada come cambia il rapporto con il pubblico e la location?
Quasi tutti i miei progetti sono pensati e realizzati ad hoc sull’identità del luogo che li accoglierà, perciò lo spazio, nel mio caso, ha un ruolo estremamente importante. È davvero molto difficile che io proponga un nuovo evento performativo senza conoscerne bene il contesto logistico. Mi chiedi quali differenze abbia il mio approccio con il pubblico nel caso che si tratti di una performance presentata in una galleria, oppure in un museo o per strada: mi verrebbe da rispondere che, al di là di ogni specifico contesto, la mia modalità di lavoro è sempre uguale dal punto di vista concettuale, perché desidero comunque stimolare nei fruitori una tensione creativa e relazionale forte, auspicando altresì un profondo coinvolgimento emotivo. Sarebbe interessante invece chiedere al pubblico se il fatto di partecipare a un evento all’interno di un’abitazione privata gli permetta di avere con l’Arte un confronto più libero e disinibito rispetto a quello che avrebbe di fronte a un’esperienza promossa da una galleria  privata, con tutte le “regolette” di comportamento che a volte il sistema più Istituzionale e “tradizionale” richiede.

Ivan D’Alberto

www.monalisatina.it
www.cappa-artecontemporanea.blogspot.it/p/corpo-2014-festival-delle-arti.html

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