Intervista a Paolo Grassino

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Recentemente è stata inaugurata la nuova sede della Secci Gallery con una prima mostra dedicata a Paolo Grassino, curata e allestita da Marco Meneguzzo e Daniele Capra. Paolo Grassino, che vive e lavora a Torino, all’interno delle sue opere propone sempre una riflessione sulla società attuale. La mostra che si intitola Ciò che resta prende il nome dall’ultimo lavoro prodotto dall’artista: un enorme cranio realizzato da un insieme di tubi corrugati. Interessante nel lavoro di Paolo Grassino è l’utilizzo dei materiali che come lui stesso ci ha raccontato, non sono mai frutto di una scelta casuale. L’abbiamo incontrato e ci siamo fatti raccontare alcuni dettagli del suo lavoro.

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Paolo Grassino, Ciò che resta, 2013. Foto di Marco Russo.
 

La sua ultima opera s’intitola Ciò che resta, quale messaggio ci vuole dare? La scelta del materiale in questo caso è casuale o si ricollega alla realizzazione dell’opera?
La scelta del materiale certamente non è casuale, ma d’altra parte in nessuna delle mie opere lo è. Il teschio infatti è un contenitore perfetto e i tubi corrugati servono a far passare i cavi elettrici; lo stesso utilizzo dei tubi dona all’opera un equilibrio e una stabilità completamente diverse dalle opere in cui utilizzo l’alluminio. Ho voluto realizzare un teschio che non produce più né energie, né idee, un corpo morto senza più contenuto. Questa mia opera fa parte di una serie di lavori in cui utilizzo i tubi corrugati.

Ho notato che spesso parla delle sue opere come del ritratto della società, possiamo dire lo stesso anche per Ciò che resta?
Sì, la nostra è una società priva di contenuti, è senza dubbio la fine di un mondo così come noi fino a oggi lo abbiamo conosciuto.

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Paolo Grassino, Senza titolo, 2011, fusione in alluminio.
 

Possiamo dunque ricollegare questa immagine, del cambiamento, alla figura del cervo che lei spesso utilizza nelle sue opere?
Sì, anche se il cervo è una metafora del pagano che incontra il cristiano. In questo caso due elementi che s’incontrano divengono un’altra cosa, ed è il veicolo di un cambiamento, di un’attesa. Contrariamente in Ciò che resta non possiamo parlare dell’attesa di un cambiamento ma dell’attesa della fine, della fine di un mondo così come fino a oggi è stato conosciuto.

Ho notato che in molte sue opere vi sono dei riferimenti letterari come Armilla e Rivolta; in un certo modo possiamo dire questo anche di ciò che resta? E in che modo la Letteratura influenza la sua arte?
No, in Ciò che resta non vi è alcun riferimento letterario contrariamente alle opere che lei ha citato. Ovviamente la letteratura, all’interno del mio lavoro, ha un ruolo importante: è come trovare dei compagni di strada che ti accompagnano, con i quali puoi condividere un viaggio. Per me la letteratura è costante fonte d’ispirazione e dunque influenza molto spesso il mio lavoro ma non in questo caso.

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Paolo Grassino, Armilla,2011. Foto di Nikki Brendeson
 

A che cosa sta lavorando ora?
Sto continuando il mio lavoro sui tubi corrugati, ci sarà una mostra in Cina, ma per ora è ancora tutto in fase di progettazione.

Mila Sbrugnera

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