Intervista a Tiziana Contino

_Tiziana Contino_, Nutrire con-tatto, 2008, ph

Tiziana Contino, artista, performer, fotografa e video maker. Docente di Graphic design e cultore della materia di Installazioni multimediali presso lʼAccademia di Belle Arti di Catania e di Progettazione grafica presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. La Sua ricerca artistica trae spunto da forme espressive che sono volte alla sensorializzazione e alla riflessione “con/dell’altro” e che le hanno fatto puntare lo sguardo sull’attivazione di processi che possano sovvertire abitudini rese statiche senza un preciso motivo, innescando dei meccanismi di apertura psicofisica verso l’esterno, “l’altro da sé”. Infatti l’Artista dichiara: «Esiste una paura radicata verso “l’altro da se”, “lo sconosciuto”, che è direttamente riconducibile alla teoria del “perturbante” di Sigmund Freud».

La V edizione di CORPO ha come tema CibAzioni – PrivAzioni. Tu presenti la performance “NUTRIRE con/tatto” una performance interattiva che trova proprio nel cibo – elemento di scambio, condivisione, esplicitazione della propria cultura e del proprio sentire più intimo – l’elemento essenziale per “l’avvicinamento all’altro” e la sua comprensione. Nello specifico a cosa ti riferisci?
La performance “NUTRIRE con/tatto” ha il suo starting point nell’archetipo di alimentazione intesa come forma primaria di duplice sostentamento: fisiologico e psichico. Contatto (fisico) e tatto (sensibilità) vengono esercitati sul fruitore/ospite durante la performance, mirando a costruire un linguaggio di trasmissione fra interno ed esterno. Il “contatto” non allude esclusivamente alla forma di approccio tattile elaborata nella performance, ma più peculiarmente al coinvolgimento empatico col corpo psicofisico dell’altro, che rimane ignoto universale transitabile dal performer. Il cibo donato direttamente dal/al corpo diviene emblema di trasmissione osmotica, messaggero di senso, memento di un passato che in modo perturbante riemergerà in chi fruisce e partecipa alla performance, restituendo estesie legate a ricordi primordiali. Ai partecipanti, privati del senso della vista tramite delle bende, vengono forniti oggetti “attivatori” di reminiscenze dell’infanzia, stimolandoli a un incontro col proprio “io antico”. Viene costruita un’anamnesi su ciascun commensale, in cui il “filtro storico” è inteso come: cronologia di segni, esperienze e memoria che il corpo mantiene a livello cellulare per via delle scelte dei suoi antenati” (M. Foucault, 1969-1984). Il corpo ha insiti la propria cultura e folclore: dichiara la sua etnografia. L’impossibilità di avere dei punti di riferimento da parte dei commensali crea la necessità di affidarsi alle cure della performer, ma anche all’arcaica parte della corteccia celebrale delegata all’olfatto e al tatto. In questa versione della performance, la sinestesia viene amplificata dal supporto audio interattivo del musicista Carlo Tuzza che con i suoi raffinati suoni live elabora strategicamente un impianto sonoro in relazione alle azioni che avvengono durante l’intervento performativo legato anche alla danza Butoh.

Quanto per te la performance ha un valore descrittivo/narrativo ed educativo e quanto, invece, rappresenta un processo catartico e una forma di sublimazione di un tuo stato esistenziale ed emotivo?
Il primo assioma della comunicazione (Watzlawick, Beavin, Jackson 1976) adduce che “non è possibile non comunicare”. Dunque un corpo nella sua basilare condizione di esistenza è semiotico e cinestetico. Per tale ragione è fondamentale che il corpo del performer sia allo stesso tempo veicolo consapevole e concetto: medium e messaggio. Immagino la performance come una forma di mediazione sociale e culturale che porta consequenzialmente a un’interazione più profonda col fruitore. A mio parere il performer è oggi chiamato a essere interagente psicofisico, catalizzatore di tensioni energetiche incanalabili in un circolo produttivo, mediatore culturale, capace di metabolizzare contenuti da tradurre in livelli di leggibilità differenti rispetto alla realtà che ci circonda. La performance diventa dunque forma di apprendimento e terapia; scoperta dei meccanismi propri e altrui, sistema olistico che sviluppa proprietà autorigeneranti anche in senso organico.

La performance è un linguaggio estetico che negli ultimi anni ha ripreso forza e vigore. Sono molti gli artisti che sono tornati a esprimersi attraverso questa forma d’arte. Tu sei sempre stata una performer? E come nasce la scelta d’intraprendere questa strada artistica?
Oggi, nella costruzione strutturale di una realtà in cui l’impalpabilità di internet e della rete dei bigdata provenienti dai maggiori social network contribuisce a una “sparizione” delle nostre parti organiche, torna una necessità imperante di “contatto”. I nuovi layout/interfacce, mobili e non, tendono al touch come elemento intuitivo di link alla realtà da parte di un soggetto fisico con un altro, al di là dello schermo, talvolta digitale. Dalla moltitudine di forme artistiche che transitano dal contemporaneo, emerge sempre più l’esigenza di un medium differente; sinestetico e tecnologico ma soprattutto organico, amplificabile e sensibile: il corpo. La macchina organica tramite la quale i nostri sensi esplorano la realtà che ci circonda diventa sempre più strumento

_Tiziana Contino_, MimesiMetessi, performance in

Tiziana Contino, MimesiMetessi, performance

_Tiziana Contino_, Nutrire con-tatto, 2008, ph (2)

Tiziana Contino, Nutrire con-tatto, 2008

_Tiziana Contino_, Nutrire con-tatto, 2008, ph

Tiziana Contino, Nutrire con-tatto, 2008

_Tiziana Contino_, Nesso di casualità, pe

Tiziana Contino, Nesso di casualità, performance

prediletto per l’indagine artistica da parte dei performer che, se negli anni ’70 cercavano un maggiore sperimentalismo individuale, oggi si apprestano in modo crescente a svolgere un ruolo socio-mediale. Personalmente credo di aver sempre avuto un’attitudine all’utilizzo del corpo come forma di espressione: partendo dall’infanzia, con l’esperienza decennale come ginnasta, fino alla prima performance ufficiale, sviluppata in occasione di “Anteprima-Quadriennale di Roma” nel 2003. La scelta vera e propria di “agire” è arrivata nel momento in cui la mia mano, che inizialmente si muoveva sulla tela/carta in modo cinetico e rapido, decise di espandere il suo movimento slittando dal pennello al medium “corpo”.

Il pubblico, il curatore, la rivista, il museo, la galleria e l’artista. Attori di uno stesso spazio scenico a volte conflittuale e sterile, a volte stimolante e produttivo. Volendo fare il punto della tua carriera, come hai interagito con il sistema dell’arte? E quali difficoltà incontra la performance in tale contesto?
Vorrei partire da un assunto che ritengo di fondamentale importanza: in Italia, purtroppo, vi è una quasi totale inesistenza di strutture pubbliche addette a connettere i performer alla scena artistica nazionale e internazionale. Trovo ciò molto grave e incoerente rispetto a una corrente come la performance che in Italia ha avuto e ha i suoi protagonisti. Parlando invece del sistema dell’arte, credo che il confronto più importante per la crescita della mia ricerca artistica derivi da una stretta collaborazione con i curatori, gli artisti e il pubblico. Ho sempre ritenuto fondamentale parlare con gli altri per comprendere in modo più vero e profondo le necessità, i dubbi, le energie di una società come la nostra che si evolve in gradi eterogenei in base alla propria localizzazione geografica, nonostante il crescente fenomeno della globalizzazione. Uno dei maggiori tabù, che ho notato provenire da quasi tutte le figure del sistema dell’Arte da te citate, è relativo alla vendita del prodotto. Ciò accade perché non viene contemplata l’importanza che acquisiscono i materiali di documentazione fotografica, video o addirittura il diritto di replica.

L’azione proposta a Pescara, in occasione di CORPO 2015, è all’interno di un’abitazione, l’Appartamento LAGO. Quanto per te è importante lo spazio e come interagisci con questo? Rispetto a una performance fatta in galleria, in un museo o per strada come cambia il rapporto con il pubblico e la location?
Le mie azioni sono sempre pensate site specific; dunque lo studio della location è per me fondamentale. La scelta e l’adattamento delle performance di interazione è sempre ergonomica rispetto all’ambiente che deve essere valutato nelle sue caratteristiche fisiche ma anche sociali e antropologiche. È fondamentale il target e lo studio di come viene fruito l’ambiente in cui si sviluppa l’evento. La progettazione della performance, in tal senso, ha connotati differenti di funzionalità anche in base a come viene immaginata la condivisione col pubblico. In passato mi sono trovata a realizzare azioni in tram, in parchi pubblici, in musei, in gallerie, per strada e a volte per un’intera città. Solitamente nei luoghi aperti la dispersione audiovisiva è maggiore e l’attenzione viene canalizzata tramite gesti e suoni più evidenti. Nel caso in cui il rapporto venga sviluppato anche verbalmente si può scegliere d’interagire col pubblico one to one. Negli ambienti chiusi invece vi è una maggiore possibilità di creare variazioni significative anche minime che il pubblico potrà percepire. Questa varietà innesca meccanismi psicologici di differente intensità. L’azione che ha preso vita il 24 maggio, è stata un’ulteriore sfida a ricontestualizzare un luogo accogliente e comodo come un’abitazione in uno spazio di confronto psicofisico con commensali e pubblico, interpellati sul rapporto col contatto. Il nostro rapporto col cibo è metafora della storia psicoaffettiva personale; è dunque molto importante indagare questo argomento per poter leggere meglio se stessi e trovare una nuova forza di azione rispetto a traumi, blocchi e incertezze.

Ivan D’Alberto

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