Collettivamente. Intervista a Trial Version.

I Lottatori, Laboratorio di pasticceria, Via delle Ruote, Firenze. Foto di Bianca Greco

Trial Version è un collettivo di artisti e curatori attivo principalmente nella città di Firenze. Juliet Art Magazine ha incontrato i suoi membri per parlare del recente progetto con le artiste Elena Mazzi ed Elisa Strinna, del lavoro in collettivo e delle prospettive future.

I Lottatori, Laboratorio di pasticceria, Via delle Ruote, Firenze. Foto di Bianca Greco

I Lottatori, Laboratorio di pasticceria, Via delle Ruote, Firenze. Foto di Bianca Greco
 

Questa intervista segue quella che ho realizzato con le artiste Elena Mazzi ed Elisa Strinna riguardo la loro collaborazione per il progetto Articolazioni Oltre il linguaggio, quindi mi piacerebbe iniziare proprio da qui. Com’è nata l’idea di invitare Elena ed Elisa a dialogare tra loro e come avete vissuto questa collaborazione come “motori” e curatori dell’evento?
Il coinvolgimento di Elena ed Elisa s’inserisce all’interno di un progetto più ampio, avviato alla fine del 2012 grazie al sostegno del Comune di Firenze. Come vincitori del bando Creatività in azioni, con un budget iniziale abbiamo potuto strutturare un intero anno di lavoro, suddiviso in tre diversi interventi in città. Dopo Area 240 in cui si presentava il lavoro della giovane fotografa Giulia Piermartiri, abbiamo pensato d’invitare una coppia di giovani artisti – Fabrizio Sartori ed Elisa Strinna – a collaborare con gli artisti del nostro collettivo: Marco Di Giuseppe ed Elena Mazzi. Era da un po’ che ci stuzzicava l’idea di lavorare con Elena ed Elisa, conosciamo le artiste da molti anni e ciò che ci ha spinto a invitarle per lavorare a un progetto comune è un loro simile, seppur personale orientamento d’interesse verso le relazioni tra la natura, la cultura e l’uomo. Il lavoro che hanno ideato – Articolazioni oltre il linguaggio. La materia, il suo Ritmo e le sue Declinazioni – è un progetto molto complesso che si è protratto per un intero anno di lavoro. L’opera affonda le radici in un accurato lavoro di ricerca e possiede un apparato teorico molto ricco. A partire da uno studio di differenti teorie scientifiche, le artiste hanno coinvolto alcuni scienziati, musicisti e artigiani per la realizzazione del progetto arrivando a una concretizzazione finale articolata. Poter seguire per così tanto tempo lo sviluppo di un lavoro – dalle ipotesi iniziali fino alla concreta resa finale – è stato affascinante e stimolante ma, alcune volte, ci ha messo di fronte a una serie di difficoltà. In alcuni momenti siamo stati messi duramente alla prova ma, alla fine, “saper curare” significa anche riuscire a muoversi tra i vari problemi e saperli risolvere. Siamo molto soddisfatti di come sia venuto il lavoro finale e ora non vediamo l’ora di esporlo a Firenze.

Area240, Animalimania, Via Il Prato, Firenze. Foto di  Francesco Niccolai

Area240, Animalimania, Via Il Prato, Firenze. Foto di  Francesco Niccolai
 

Continuiamo a investigare il tema della collaborazione:  il lavoro in collettivo – o la collaborazione – porta molto spesso a  interrogarsi sulla nozione di autorship. Come vi siete confrontate con questo tema? Credete che il risultato del lavoro in collettivo sia diverso da quello di un modello di autorialità individuale? Dal momento che il gruppo diventa spesso una sola voce in cui è impossibile discernere i  confini tra i diversi autori che hanno collaborato, non c’è forse un paradosso, una contraddizione intrinseca in questo risultato?
Il nostro periodo storico racconta meglio di noi come stiano evolvendo le diverse strategie di produzione. Se da una parte si conferma la figura dell’autore ormai ridotto a brand, dall’altra resiste e prospera una forma di produzione non gerarchica e più coerente con quelle che sono le dinamiche interne a un progetto. Ad esempio, in logica curatoriale, Trial Version lavora con gli artisti mettendo tutti i suoi componenti nella posizione d’intersecare le proprie attitudini con quelle degli altri. Ne consegue una frammentazione dell’operato e di ciò che possiamo chiamare autorship. Comunque sia, nel nostro lavoro tendiamo sempre a disinteressarci alla questione, forse per una strana forma di pudore, forse a causa delle nostre letture, o probabilmente perché è un problema superato dalla nostra generazione, sta di fatto che nessuno di noi ha mai rivendicato la paternità di un progetto in nome di chissà quale virtù. Certamente, il concetto di autorialità viene discusso solo in un’accezione negativa, non lo nascondiamo, ma riflettendoci bene, è così perché di fatto ci sembra un problema meramente legato alla comunicazione di un evento, di come, cioè, un determinato progetto venga promosso e diffuso tramite i media. Secondo il nostro punto di vista non esiste nessuna relazione apparente tra la comprensione di un evento e il fatto che esso sia presentato come il prodotto di qualcuno. Per concludere e per fare un po’ di autocritica dopo la celebrazione, occorre dire che come in ogni micro società che si rispetti anche per noi il lavoro di squadra risulta il più delle volte un doppio lavoro, quando non solo si cerca di sviluppare un’idea ma si deve, mentre lo fai, anche accordare i tuoi modi di fare con quelli degli altri, il che è sempre un’impresa. Il frutto del nostro lavoro non viene dalla somma algebrica e perfetta di diverse personalità ma dall’unione di elementi che funzionano soprattutto per contrasto, nel confronto acceso che emerge durante l’elaborazione di ogni progetto, che da questo trae la sua forza.

Kit Variazioni, Supermercato, Via dei Barbadori, Firenze. Foto di Trial Version

Kit Variazioni, Supermercato, Via dei Barbadori, Firenze. Foto di Trial Version
 

Quali sono state le collaborazioni più interessanti con soggetti esterni al collettivo? Non deve essere facile per un collettivo, che è basato su delicati equilibri di relazione tra i suoi componenti, collaborare con esterni, ma questa è anche un’occasione per rimescolare un po’ le carte e innescare nuove dinamiche all’interno del gruppo.
Ogni collaborazione è stata interessante a suo modo, perché di volta in volta si è portata dietro il suo carico di difficoltà e di soddisfazioni. E l’espressione “rimescolare le carte” rende perfettamente l’idea di ciò che accade ogni volta che iniziamo a collaborare con qualcuno di esterno. Che si tratti degli artisti che invitiamo, dei cittadini che coinvolgiamo o delle istituzioni, cerchiamo sempre di rimescolare i nostri ruoli interni e seguire le affinità di ognuno. Stabilire dei ruoli all’interno del gruppo aiuta a fare ordine ma il nostro lavoro ci porta naturalmente a mettere in discussione compiti e limiti. In più, l’idea di autorialità che perseguiamo si basa anche su quella d’interscambiabilità. L’esempio più recente di questo è stato al MAC,n un museo nella provincia di Pistoia che ci ha invitato a partecipare a una mostra collettiva. Con gli artisti Leone Contini e Massimo Ricciardo abbiamo realizzato un’installazione in un ex negozio di videocassette nel centro di Monsummano Terme, la cittadina che ospita il Museo e che negli ultimi anni è stata molto colpita dalla crisi e dalla mancanza di lavoro. Il progetto proposto, dal titolo Interno giorno, rifletteva sul futuro della città, immaginando con i cittadini nuovi possibili scenari. Alla base di questo lavoro era presente quel principio d’interscambiabilità accennato prima. Non solo perché come collettivo ci siamo posti sullo stesso piano di Leone e Massimo, dando vita a una collaborazione orizzontale, ma soprattutto perché non ci siamo posti come “curatori” del progetto (quando spesso il nostro ruolo è proprio questo). Le nostre competenze e le nostre attitudini si sono mescolate continuamente con quelle dei due artisti favorendo una rottura del limite tra la pratica artistica e quella curatoriale. Operando in questo modo, quindi, i ruoli precostituiti sono stati sostituiti da dinamiche di scambio, collaborazione e confronto.

Interno giorno, Videoteca, Via Don Minzoni, Monsummano Terme (PI). Foto di Trial Version Interno giorno, Videoteca, Via Don Minzoni, Monsummano Terme (PI). Foto di Trial Version
 

Potete raccontarci come è nato il collettivo Trial Version e quali sono state le tappe più importanti del vostro cammino fino a ora?
Trial Version nasce nel 2011 con un “duplice obiettivo”: presentare il lavoro di un’ artista emergente, Clio Casadei, e farlo in una città con una scarsa attenzione all’arte contemporanea come Firenze. Queste sono state le nostre esigenze primarie che ci hanno portato a sviluppare un progetto più ampio che al suo interno raccoglie vari focus: dall’attenzione rivolta alla città e ai suoi spazi, al rapporto di scambio con gli artisti, alla modalità di presentazione delle opere. Il nome – Trial Version – è un’espressione mutuata dall’inglese che significa “versione di prova”: l’idea quindi è quella di utilizzare le dinamiche dell’arte per fornire delle esperienze alternative alla realtà. Per questo le mostre che proponiamo sono spesso di breve durata e prendono vita in spazi sfitti della città. Dal primo intervento in un garage, passando per un supermercato, un negozio di animali, un laboratorio di pasticceria per arrivare a un negozio di videocassette, l’idea era di confrontarsi con quello che il territorio metteva naturalmente a disposizione. Alla base del progetto, infatti, sono due i principi fondanti: da una parte quello di riappropriarsi e reinventare quello che già esiste e, dall’altra, inserire la ricerca artistica nei tempi e negli spazi della città come un momento quotidiano. Trial Version quindi, opera con lo scopo di rendere l’esperienza artistica parte del tempo ordinario e configurare nuovi utilizzi degli spazi urbani attraverso le dinamiche dell’arte. Forse non ci sono state tappe più importanti di altre nel nostro percorso ma ognuna di queste ci ha permesso di creare una piccola rete all’interno della città di Firenze. Pur lavorando in maniera non continuativa sul territorio, ogni iniziativa ci ha permesso a suo modo di definire quali sono le nostre esigenze e le linee guida del progetto. Nel nostro primo comunicato c’era scritto “parole chiave del progetto sono: cooperazione, autonomia, e nomadismo” queste sono tutt’oggi valide e ogni volta che proponiamo un intervento artistico in uno spazio cittadino o un evento di altro tipo acquisiscono nuovi significati.

1Tu nello spazio sei il parametro, il limite massimo, la fine della mia corsa, Garage, Via dell’Osteria del Guanto, Firenze. Foto di Trial Version
 

Quali sono i vostri progetti per il futuro – vicino e lontano?
Sicuramente il nostro prossimo passo sarà quello di portare il lavoro di Elena Mazzi e Elisa Strinna a Firenze, stiamo già pensando insieme alle artiste a una modalità differente di presentazione dell’opera rispetto a quella che è stata a Venezia e stiamo cercando lo spazio che l’ospiterà. Per il futuro, come si suol dire, chi viva vedrà… seguendoci su Facebook e sul nostro sito rimarrete sempre aggiornati!

Parliamo di quello che è, per molti, un tasto dolente: le finanze. Siete un collettivo giovane e dinamico che lavora principalmente in Italia, un Paese dove i soldi per la cultura e, in particolare per il contemporaneo, scarseggiano. Come finanziate i vostri progetti? Guardate con ottimismo il futuro o incontrate sempre maggiori difficoltà nel trovare finanziamenti?
Hai detto bene, un tasto dolente! Inizialmente, per il primo evento, ci siamo autofinanziati. Non è stato facile, ma già il fatto di essere in sei membri aiuta. A parte questo, la rete è sempre stata il nostro forte, in ogni progetto. Siamo sempre stati attenti a coinvolgere il quartiere in cui lavoravamo e spesso sono stati gli stessi cittadini ad aiutarci prestandoci attrezzi o oggetti che ci servivano. In seguito abbiamo vinto un bando del comune di Firenze, mentre lo scorso aprile abbiamo organizzato un aperitivo di autofinanziamento per raccogliere un po’ di fondi per i nostri prossimi progetti. Molti artisti con cui negli anni abbiamo collaborato ci hanno donato le loro opere che abbiamo messo in vendita.

Trial en Valise, Xenos arte contemporanea, Via dei Serragli, Firenze. Foto di Trial Version

Trial en Valise, Xenos arte contemporanea, Via dei Serragli, Firenze. Foto di Trial Version
 

Ci sono altri collettivi – curatoriali o artistici – con i quali siete in relazione o che sono e sono stati importanti riferimenti?
Già dai tempi dell’università, ne abbiamo incontrati molti, con i quali è sempre piacevole confrontarsi quando abbiamo modo di incontrarci. Sicuramente Spazi Docili, collettivo di artisti fiorentini, e Sottobosco. Ultimamente abbiamo conosciuto il duo di RAVE – Isabella e Tiziana Pers – con cui abbiamo partecipato a una tavola rotonda a Trieste e abbiamo condiviso l’esperienza ad ArtVerona, all’interno del progetto Independents.

Grazie per il vostro tempo e per la vostra disponibilità!

Trial Version è Marco Di Giuseppe, Michela Lupieri, Valeria Mancinelli, Elena Mazzi, Stefania Rispoli
http://trialversionproject.com/
https://www.facebook.com/TrialVersionProject

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Paola Bonino

Paola Bonino ha studiato Lettere Moderne e Arti Visive e si è specializzata in pratica curatoriale presso l' École du Magasin (Grenoble), dove ha co-curato la mostra ‘From 199C to 199D’ Liam Gillick. Attualmente, fa parte della direzione artistica di Placentia Arte (Piacenza).

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