Laboratorio di Comunicazione Militante. Intervista a Tullio Brunone

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Alcune realtà del passato rimangono dispositivi sfuocati come da un velo leggero, aleggiando tra il ricordo di un passato e un restante nel presente. Insieme a Tullio Brunone è nata la curiosità di ri-svegliare la dimensione dell’arte italiana degli anni ’70. Docente, curatore, le sue vesti si caratterizzano per una rilevante e sostanziale emotività direzionale nelle metodologie d’insegnamento e trasmissione, quasi immedesimassero un ‘urlo’ per la rivendicazione di quella dimensione di cui fu soggetto e fautore sul suolo italiano, ovvero di quel tramite artistico che inglobava la realtà, partecipativa, attiva, onnipresente e forgiante, per una ricerca-continua, rivoluzionaria dei metodi di applicazione all’arte e dell’arte. Riecheggiano nelle sue parole infinite regressioni al passato, epifanie genuine, volte a una loro stessa veicolazione tramite la costante comunicazione e forza esplicativa di evocare quello stesso fulcro di passione che infuocava gli intenti artistici dell’epoca. Culmine delle sua attività sono progetti come il Laboratorio di Comunicazione Militante aperto nel 1976, il quale tutt’oggi risulta come un esperimento fantascientifico in un contesto ‘da fecondare’, quello di un paese corroso dalla reticenza e dall’anchilosismo socio-politico, in cerca della denuncia dichiarativa, dello svelamento crudo, della parola trasmissiva alta, dunque un risveglio della mediazione-comunicazione non più di un esistenza di aseità ma di quella partecipazione corroborante d’espressione, conoscenza, reazione, impegno, condivisione; azione determinata per lo più da un esigenza rivoluzionaria, così nei temi, così nella pratica delle interazioni e nella teoria di visione, per il rigetto di una pleonastica e ridondante prospettiva dell’arte nel suo ruolo sociale, come della stessa funzione dell’artista.

La realtà circostante al Laboratorio di Comunicazione Militante si sviluppò in un contesto propizio, dovuto alla realtà socio-politico che infuocava, riecheggiava e per tanto spingeva alla trasformazione e all’introduzione di nuove prospettive e visioni della realtà stessa. Nell’ambito dell’arte, la vostra azione ha rispecchiato questa nuova volontà che potrebbe indurci a una rievocazione delle sensazioni, dell’atmosfera che vi alimentavano e avvolgevano, e di capire, se secondo lei, momenti storici così determinati, potrebbero accadere nuovamente?
In realtà il Laboratorio di Comunicazione Militante, (LCM), si è posto in una posizione critica sia dell’ambito artistico di allora, sia del movimento politico, pur facendone parte in modo attivo e organico, critico delle posizioni che in chiave teorica e culturale questo in generale teorizzava. La linea culturale era quella espressa dall’allora PCI, una linea che faticava ad accettare spostamenti e intuizioni che la stessa cultura sociale cominciava a elaborare in relazione a ciò che la tecnologia iniziava a prefigurare e a introdurre, come momento di riflessione, sulle trasformazioni che velocemente si sarebbero verificate. Contemporaneamente i vari componenti del movimento, i gruppi cosiddetti rivoluzionari, Lotta Continua, Avanguardia Operia, Marxisti leninisti, anarchici, indiani metropolitani… erano legati alla negazione del concetto di arte per una rappresentazione che si rifacesse al concetto di partecipazione sociale e operaia, dove gli strumenti espressivi che allora erano a disposizione, fotocopia, cyanografia,  serigrafia, fotografia, cinema (16mm, video8) e i primi videotape, dovevano svolgere sostanzialmente la funzione di rappresentazione e documentazione dei fenomeni politici e sociali, come cassa di risonanza, in un livello di documentazione organica al sentire e alle proposte del movimento. Dalla psicanalisi (Basaglia), alle proposte e al ruolo sociale. La ricerca del LCM si è concentrata sulle aperture complesse che i nuovi linguaggi, allora il videotape portatile e verso la fine degli anni settanta i primi Akaj e Commodore, avrebbero determinato con lo stravolgimento dei sistemi di comunicazione. Si stavano aprendo nuovi e complessi scenari teorici filosofici e linguistici riferiti non soltanto a un semplice ampliamento dei mezzi di produzione, che avrebbero profondamente modificato il senso e il significato di questioni quali senso, spazio, partecipazione… Il LCM dunque aveva come riferimento non l’esterno dello strumento, bensì il suo interno, il suo intimo e su tale analisi sono nate le attività aperte e condotte all’interno di scuole, enti pubblici, fabbriche, piazze (le cosiddette feste), luoghi emarginati, e la creazione della Fabbrica di Comunicazione con l’occupazione della chiesa sconsacrata di S. Carpoforo a Brera, prima occupazione e nascita di un centro sociale di elaborazione artistica che vedeva nel rapporto fra vari ambiti di ricerca, arte visiva, teatro, musica, in stretto rapporto con le realtà sociali culturali e politiche del territorio il suo profondo ed intimo senso dell’essere.

Nell’identificazione in un ruolo influente quale l’insegnante, qual è stata la sua prima e costante prerogativa nel trasmettere determinate nozioni e ragionamenti? E, dunque, oggigiorno, trovatosi in una figura da ‘ponte’ fra un contesto a lei connaturato e quelli avveniristici, cosciente dei cambiamenti e dei vari mutamenti delle metodologie conoscitive ed espressive, qual è il senso comune che cerca di confluire nel suo insegnamento?
Già allora, eravamo appena entrati come insegnanti al Liceo artistico, abbiamo iniziato a trasferire queste ipotesi nell’insegnamento. Abbiamo portato gli studenti nelle prime operazioni alla Rotonda Besana (Strategia d’informazione), Palazzo della Permanente (L’arta dell’immagine), Alla Casa del Mantegna, a Lubjana, alla Biennale di Venezia, considerando e pensando l’insegnamento come luogo sperimentale, liberandolo da eccessive aderenze ai programmi, introducendo la discussione sui nuovi linguaggi, la sperimentazione tecnologica e considerandolo luogo di esperienza quotidiana e di sensibilità alle trasformazioni, cercando di comprendere e di intuire per mezzo della pratica e della elaborazione l’aspetto della comunicazione, delle nuove tecnologie e del sociale come elementi determinante nella visione di una scuola a indirizzo artistico e dunque abbiamo cercato di aprire a questioni che dal liceo si sono poi trasferite all’Accademia in una visione complessiva fra partecipazione, sviluppo tecnologico e consapevolezza dei riferimenti storici, allora come oggi  in rapidissima trasformazione.

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Nella sua visione, in che misura l’artista contemporaneo si rivolge ai temi dell’innovazione tecnologica o alla ricerca continua di trasformazione della visione progettuale-mentale-metodologica? Ovvero una ricerca innovativa legata alla messa-in-azione dell’opera, piuttosto che all’aspirazione a un idea totale di esposizione.
Indubbiamente nella situazione attuale e in ciò che si è verificato in questi ultimi anni, lo sviluppo sempre più intenso della tecnologia ha determinato un latente e perverso rapporto, sempre più acritico della consapevolezza. L’ipotesi sulla quale si era impostato il lavoro del LCM era quella di stimolare un processo creativo e critico in grado di favorire la messa in atto di una crescita critica, sociale e culturale, nell’intima e profonda consapevolezza delle caratteristiche potenziali dello sviluppo tecnologico come strumento di diffusione, propositivo anche per la creazione di contenuti in una dimensione trascendente i contenuti storici, in grado di aprire questioni sulle quali è necessaria una riflessione approfondita e complessa sulle nuove e modificate categorie di pensiero, un’analisi che l’informatica,  la rete e il sistema della comunicazione nel totale producono quindi una crescita critica del sociale. In effetti si è manifestato l’opposto, dove, della complessità del linguaggio, si è colto e assimilato sempre più intensamente l’aspetto spettacolaristico e formale. In ogni caso oggi si è di fronte a delle scelte, oramai la complessità tecnologica ha determinato un sistema articolato e complesso dove l’individuo è parte integrante e dinamica di un sistema di terminali e di correlazioni, che a sua volta è nodo di trasmissione e che vive di un movimento sinergico in un processo dinamico e perpetuo, sostanzialmente indotto e acritico. Si è all’interno di un flusso che conduce e sposta in maniera generale e automatica tutti nella stessa direzione, inibendo all’origine le scelte. E la scelta dunque, oggi, consiste nell’interrompere questo flusso, nella necessità di produrre un cortocircuito. Non esistono alternative, come insegnante e come artista l’obbligo è quello d’indicare delle ipotesi, non di fornire delle soluzioni definitive, fornire delle vie di riflessione. Certo che l’orientamento e le indicazioni sono quelle di un futuro dove, universalmente, l’economia spinge verso una generalizzazione sempre più intensa e totalizzante, nell’annullamento delle specificità e delle competenze, mentre sullo scenario mondiale è comparso oramai da tempo un unico e costante problema, quello del terrorismo con gli spostamenti sempre più problematici di numeri sempre più alti di profughi. É questo senso del flusso che avvolge l’universo, dalla rete alla circolazione dei capitali, alle telecomunicazioni ai movimenti delle masse ai trasporti, un enorme e gigantesco bacello che ha avvolto l’universo isolandolo sempre più su se stesso, togliendogli aria e luce.

Qual è stato secondo lei il risultato più rilevante – nel fruitore, nell’ambiente, nella società – generato dai progetti del Laboratorio di Comunicazione Militante, e come sono state captate e percepite le relative influenze sulla cultura-partecipativa creatasi attorno a esso?
Oggi bisogna interrompere questo processo o quantomeno cominciare ad aprire degli sfoghi, e il paradosso consiste proprio nel fatto che è la tecnologia stessa che può fornirci gli strumenti e gli attrezzi per questo nuovo e diverso orientamento. Ma per fare ciò è necessario compiere una operazione culturale gigantesca, un’inversione di tendenza strutturale e complessa, bisogna fare il salto, da consumatore a produttore, da individui che usano e sono subalterni e passivi alla tecnologia a controllori e produttori di tecnologia. Questa deve divenire strumento produttivo di positività, controllata, progettata e programmata. In sintesi l’individuo deve collocarsi in una posizione superiore alla tecnologia, deve avere le capacità teoriche filosofiche e progettuali per flettere, controllare e orientare lo sviluppo tecnologico estraendo e sfruttando gli straordinari aspetti positivi che la tecnologia offre. E questa è stata l’ipotesi sulla quale il LCM si è mosso e che è rintracciabile nella situazione contemporanea. Abbiamo vissuto la capacità del sistema di trasformare e flettere ogni passaggio critico o antagonista o rivoluzionario in un elemento favorevole ed organico al suo interno, stravolgendone i contenuti e modificandone i valori. Ma non è possibile continuare ad accettare e vivere una proiezione sempre tesa all’annullamento della scelta autonoma nella negazione del pensiero.

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