Intervista a Valentina Ornaghi e Claudio Prestinari

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Sono andata a intervistare Valentina Ornaghi e Claudio Prestinari, il duo mi accoglie nella loro casa studio alle porte di Milano, la loro arte risalta in ogni angolo perfino nelle parole, appena entrata Claudio cita Calvino, a cui il duo si paragona per l’immaginazione, la fantasia e la leggerezza. Le opere sono appese alle pareti e siamo circondati da libri d’arte, bozzetti, alabastri e calchi che probabilmente torneranno utili. Iniziano a parlare e mi raccontano la loro poetica di sperimentazione intrisa di un substrato fragile e delicato che coinvolge il tempo e lo spazio, mi spiegano la loro passione per l’interdisciplinarità e la manualità, il legame tra il passato e il virtuale.

Parliamo della vostra visione della fotografia tramite la scultura che risalta in opere come Grigio lieve e Opgrafie, che legame c’è tra le due opere?
Opgrafie sono stampe su resina fotosensibile, ci piace l’idea che siano fotografie a tutti gli effetti perché sono scritture di luce, ma allo stesso tempo abbiano una dimensione oggettuale e tridimensionale scultorea e questo è un modo per parlare della fotografia attraverso la scultura. Mentre Grigio Lieve riflette sul ruolo della fotografia nella traduzione bidimensionale della scultura. Entrambi progetti hanno come denominatore le fotografie dell’archivio Paolo Monti, ci lavoravamo per realizzare le Opgrafie delle immagini della Pietà Rondanini e abbiamo trovato degli scatti del fotografo allo studio di Morandi e da qui è nata un opgrafia di Morandi, in cui si vedono le luci del negativo fotografico, che vengono rese solide con questo calco di luce mentre le ombre rimangono vuote. Nelle opgrafie la resina non si solidifica rimane una sorta di scavo, da qui è nata l’idea di fare il contrario cioè parlare più dell’ombra, quindi guardando i dipinti di Morandi, ci interessava lo studio delle ombre e abbiamo ricostruito la stanza del suo studio con strumenti virtuali, entrando nella composizione con questi strumenti abbiamo ricostruito la luce che lui aveva lo stesso giorno in cui dipingeva, in questo modo abbiamo riprodotto le viste nascoste del quadro, generando coni d’ombra. E’ nata Grigio lieve una scultura fotografata che esiste solo in fotografia.

Nonostante il vostro linguaggio contemporaneo reinterpretate molte opere del passato, da Grigio Lieve con Morandi a Opgrafie con la resina fotopolimerica legata alla Pietà del Rondanini, fino al Beato Angelico o al Canova in Preoccuparsi e molti altri. Guardate al passato per creare il presente, come vi ponete tra questo binomio?
Pensiamo che un’opera o un artista viva quando ha ancora qualcosa da dire rispetto ai contemporanei, per cui noi lo rileggiamo cercando di trasmettere un segnale attraverso le nostre opere.

Qual è il file rouge che lega la vostra poetica?
Il rapporto tra realtà e immaginazione, l’interdisciplinarità, poi c’è questo rapporto con l’oggetto, il dualismo tra pensiero e azione, l’artigianalità della realizzazione, l’intuizione, la costruzione dell’immagine, il rapporto con la storia dell’arte. Siamo molto legati alla dimensione domestica, siamo influenzati dal contesto in cui viviamo; pensiamo che ciò che ci contraddistingue maggiormente sia l’idea di far coesistere piuttosto che separare. Lavorare su una certa cosa finché non inizia a parlare.

Si è da poco conclusa la mostra nello spazio a The Openbox Substantial insieme a Rebecca Moccia a cura di Ginevra Bria, avete presentato i lavori Sabbie e Guscio, ci raccontate la poetica che emerge in questa mostra?
Nella mostra emergono le assonanze con Rebecca, come il rapporto fisico con le cose, la visione immagine – oggetto, l’interpretazione della tecnologia e del virtuale, non in senso futuristico, ma analizzati come qualcosa di tangibile e di poetico. Lo spazio di The Openbox si presta alla sperimentazione, quindi abbiamo pensato di cambiare la luce dello spazio rendendola più domestica e creando una sorta di Stimmung. Abbiamo concepito una fonte di luce diversa, simile a una luce del mattino proveniente dalla finestra, abbiamo costruito una porta, che ci ha permesso d’ideare un percorso interno di visione, ci piaceva l’idea di creare con un percorso luminoso, una sorta di movimento che portasse lo spettatore a scoprire le varie opere dislocate in relazione alla luce. Abbiamo esposto una fotografia di scultura, intitolata Sabbie, poiché mostra un solido precedentemente coperto di sabbia spazzata via da una pistola ad aria compressa, questa azione ha generato una sorta di ombra, più complessa di una normale, poiché è stata soggetta a turbolenze e per questo possiede una forma diversa. Ne è nato un rapporto tra la fisica e l’oggetto reale. L’altro lavoro intitolato Guscio è una pietra di alabastro scavata fino a renderla il più sottile possibile, si possono notare le righe che abbiamo disegnato sulla superficie esterna, sono quelle che ci hanno permesso di fare lo scavo senza forarla, ne nasce una poetica di fragilità e in entrambi i lavori ricorre la concezione di dimensione domestica. Entrambi i lavori evocano un concetto di processualità, il quale a sua volta rinvia a una forma finale. Queste due constanti della nostra poetica coesistono sempre, poiché la forma finale è la risultante di un progetto di affinazione, quindi il processo ci porta a una forma ultima, però ci interessano entrambe le cose.

Progetti futuri?
Una mostra tra ottobre e novembre in uno spazio culturale a New York. Una collaborazione con Roberto Pinto, che vorrebbe portare il nostro lavoro su Morandi al Mambo, a Casa Morandi e alla fototeca della fondazione Zeri, dovrebbe uscirne un progetto in tre tappe.

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Opgrafie, ph Courtesy Ornaghi Prestinari

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Guscio, ph Courtesy Ornaghi Prestinari

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Grigio Lieve, ph Courtesy Ornaghi Prestinari

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Opgrafie (dittico con custodia), dettaglio, 2012, calco di luce su resina fotosensibile

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