Irena Lagator Pejović. Part II

Irena Lagator Further than Beyond

continua l’intervista a Irena Lagator Pejović. Leggi la prima parte qui Irena Lagator Pejović. Part I

Riprendendo Further than Beyond (2013) che hai citato precedentemente mi sembra di cogliere un approccio romantico e proattivo volto a sottolineare la potenza di ciò che non è presente come strumento per fuggire la brutalità della realtà; un esempio di pensiero al di fuori dagli schemi pronto a considerare nuove alternative allo stato attuale delle cose. Puoi raccontarci qualcosa in più di questa installazione?
Mettendo in discussione la realtà e ciò che la circonda, potremmo chiederci se il potere di pensare sia uguale al potere dell’immaginazione, e se il potere della parola può essere uguale al potere dell’immagine? La risposta credo risieda nelle nostre responsabilità personali perché se pensiamo per immagini, ci possiamo permettere di stimare in anticipo il valore delle cose che stiamo pensando. Se pensiamo per immagini, le nostre responsabilità personali e collettive si moltiplicano. Se pensiamo per immagini, trasformiamo assenza in presenza, un processo in cui le immagini non possono essere controllate né pensate. Mettere in discussione il controllo o il pensare fuori dagli schemi – una problematica per la quale mi sono ispirata alla Neolingua di George Orwell – attiva la nostra consapevolezza percettiva e riflessiva dell’illimitatezza della nostra responsabilità di rispondere in modo tale che le nostre risposte abbiano la capacità di generare ulteriori domande.

Irena Lagator Further than Beyond

Irena Lagator Pejović, Further than Beyond, 2013, Image Think, Padiglione Montenegro, 55. Biennale Internazionale d’arte di Venezia. Fili di cotone dorati, faretti. Foto: Dario Lasagni
 

Di conseguenza ho scoperto che l’opera d’arte è solo una tappa nel processo dell’agire, pensare o creare. L’opera d’arte non è sufficiente: è solo l’elemento primario e tuttavia il passo indispensabile verso la promozione delle possibilità sempre in crescita delle capacità umane. È solo l’iniziazione o l’inizio dei processi cognitivi e sensoriali di cui gli esseri umani sono dotati. È parte del processo di creazione. Colui che porta le immagini, ossia il medium, è dunque la società che a sua volta è responsabile per l’individuo. Così l’aspetto dorato dell’installazione Futher than Beyond nella mostra Image Think presentata alla 55. Biennale di Venezia, lavora sull’idea di dare valore alle cose e rendere prezioso ciò che ci circonda, avere un atteggiamento critico verso lo stato attuale delle cose, autonomia di giudizio e immaginazione.

Quanto è importante il concetto di divenire nella tua ricerca?
Diventare responsabile, consapevole, cosciente, presente, è un processo molto importante per il mio lavoro, da qui il divenire come processo ed esperienza. Per esempio nel lavoro Ecce Mundi (2013), le figure umane disegnate a mano sono a malapena riconoscibili anche dopo essere letteralmente entrate a stretto contatto con l’opera.
Le persone in questo tipo società, cioè nel lavoro Ecce Mundi, si identificano con il senso di responsabilità. Sebbene connesse tra loro, esse rimangono comunque isolate. Nel condividere le loro conoscenze, la loro evoluzione Nietzscheana non è mai completa ma un continuo processo in divenire. Qui, le persone pensano in relazione all’umanità; nel senso Sloterdijkeano, il coinvolgimento dell’uomo con gli altri uomini è continuo. Questi mondi disegnati a mano e connessi tramite il mezzo visivo di uno spazio tridimensionale sono esposti ai giudizi dei visitatori che possono camminare sopra le tele, relazionarsi e così facendo costruire tale società, piuttosto che distruggerla.
Allo stesso tempo però i visitatori diventano consapevoli di “calpestare altre persone”: è la drammaturgia della presenza che si rivela con l’atto di camminare sopra le tele mentre si distrugge ciò che vi è raffigurato; da un lato l’opera mostra come siamo diventati ciò che siamo, e dall’altro, come diventiamo ciò che non siamo.

Irena Lagator Ecce Mundi

Irena Lagator Pejović, Ecce Mundi, 2013, Image Think, Padiglione Montenegro, 55. Biennale Internazionale d’arte di Venezia. disegno e stampa su tela, inchiostro, matita, neon, legno. Foto: Dario Lasagni, Lazar Pejović
 

In Camera Imaginata. The Means for Exchanging the Power of the Imagination (2013), l’attenzione è rivolta alle nozioni di scambio e d’interazione con il pubblico. Quanto il coinvolgimento mentale e fisico del pubblico è rilevante nella concezione delle tue opere? Che significato attribuisci al concetto di collettivo?
Con riferimento agli anni 60 e 70, all’Artist Placement Group e alla mostra Kunst als soziale Strategie di Margarethe Jochimsen per esempio, ho scelto di descrivere la mia ricerca come strategia sociale. Nel mio lavoro, l’arte come strategia sociale si riferisce alla collettività e considerata come risultato di una sintesi con l’individuo-osservatore. L’arte come strategia sociale opera secondo le dicotomie di materiale e immateriale, di responsabilità personale e collettiva, di realtà costruita e sua ricostruzione poetica.
Come uno dei tanti elementi del processo di sviluppo del pensiero-senso, l’arte come strategia sociale parte da un costrutto mentale e sensoriale, ed è costituito da azioni che generano nuovi atti d’introspezione, relativi all’essere all’interno del mondo, all’essere costantemente presente e attento, alla presa di coscienza in generale. Pertanto la nozione di collettivo come inteso, tra gli altri, da Lévinas, Lefebvre, Debord, Negri e Hardt, Rawls o Latour, è fondamentale nel mio lavoro. L’arte come strategia sociale mira a generare concetti per la nostra reciproca convivenza, per promuovere l’essere con o lo stare insieme a, piuttosto che essere in sé e per sé. Si tratta di un sistema di responsabilità volto a rivelare le possibilità umane.
In tale sistema, l’immagine dell’opera dipende dallo spazio e dal tempo, cioè, dalla posizione e dal movimento di chi guarda. L’immagine quindi dipende dall’occhio e dalla mente. Se è così allora, l’immagine trasmessa dal lavoro cambia a seconda di come mutano nel tempo la nostra immagine del mondo e della realtà. L’opera viene così caricata di tutte le immagini che il visitatore decide di generare, evocare, attivare. Per esempio, in Camera Imaginata. The Means for Exchanging the Power of the Imagination è il visitatore che completa l’opera, non l’artista.

Tra le due definizioni di arte come servizio e arte come esperienza, quale pensi sia più idonea a definire la tua pratica artistica?
In modo simile all’arte come strategia sociale, direi che l’arte come esperienza definisce meglio il mio lavoro in quanto dimostra l’inevitabile processo di confronto dell’uomo con il mondo; e spiega anche come il pensiero anticipi l’immaginazione e, viceversa, lo scopo dell’immagine sia dare adito al pensiero, piuttosto che alla rappresentazione.
D’altro canto, dipende anche da cosa s’intende con il termine servizio. Credo inoltre che l’arte debba essere un servizio per la società e per il suo sviluppo; un servizio che favorisca l’integrazione, la condivisione e la connessione con le altre comunità. Soprattutto in un momento caratterizzato dalla post-etnicità.

Irena Lagator OccupyingLiberating Space and Time 4

Irena Lagator Pejović, Occupying/Liberating Space and Time, 2013  (serie in corso). Stampa cromogenica: 2005/2008/2010/2013. Foto: Irena Lagator
 

C’è qualcosa che non ti piace nel mondo dell’arte?
L’ancora presente esclusione.

Aneddoti che vuoi condividere?
Una volta un visitatore, dopo aver osservato a lungo la mia installazione Time of Limited Responsibility Society, mi ha chiesto: “Potrebbe dirmi dove acquistare una Morning Happiness extra large (MORGENFREUDE XL) per 1, 29 euro?” Naturalmente avevo capito che l’uomo stava effettivamente leggendo tutti i prodotti elencati negli scontrini dei cittadini che avevo esposto, e quell’articolo in particolare aveva un nome piuttosto strano. Questa è stata la fonte d’ispirazione per numerosi progetti futuri nei quali, tra i beni esistenti e i loro prezzi, ho scritto e attribuito un valore ai beni immateriali riferendomi alla questione dei simulacri e dello stato consumistico e neocapitalista delle cose.

Quali sono i progetti sui quali stai lavorando?
Uno dei miei prossimi progetti a cui guardo con molto entusiasmo è una performance di lunga durata basata sull’interattività del pubblico, ovvero sulla costruzione di un modello di città da parte dei visitatori a partire dalle copie delle ricevute fiscali dei cittadini. Il progetto è intitolato Limited Responsibility Society, Berne, e vorrei che promuovesse la discussione sull’attualità con riferimento alle nozioni fondamentali di limitazione, responsabilità, società, come anche nel termine economico e giuridico LLP, SaRL, GmbH, etc.

Carmen Stolfi

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