James Beckett, The Guinness Course. Una tragedia familiare

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Che sia la sala di una galleria o il padiglione della Biennale, lo spazio che accoglie un’installazione di James Beckett si caratterizza spesso per la sua atmosfera perturbante. Lo avevamo lasciato con gli spostamenti millimetrici del braccio meccanico di Negative Space: A Scenario Generator for Clandestine Building in Africa, per il Padiglione belga della 56° Biennale di Venezia, e lo ritroviamo alla T293 Gallery di Roma a rappresentare uno scenario altrettanto disorientante.

Per la sua quarta personale presso la T293, Beckett indaga la singolare vicenda della famiglia Guinness, o meglio, della tragica sorte di gran parte dei suoi eredi: un’antica dinastia aristocratica anglo-irlandese che si è contraddistinta non solo per la sua attività in campo economico e politico, ma che è divenuta nota essenzialmente grazie all’omonimo birrificio fondato nel 1759 da Arthur Guinnes. L’industriale, padre di ben 21 figli, ne vide giungere alla maturità meno della metà, tanto che i media decisero di coniare l’espressione ‘Guinness Course’ per indicare un alto e inconsueto tasso di mortalità che caratterizzò la storia della famiglia. Anche il Novecento venne segnato da decessi, spesso violenti, degli eredi Guinness, come se sulla sorte della dinastia aleggiasse uno spettro mortifero.

Beckett è ormai solito al confronto con il controverso universo industriale. Nel 2009, quando la T293 aveva la sua sede a Napoli, l’artista raccontò con estrema perizia il fallimento dell’Italsider di Bagnoli; lontano da qualsiasi didascalismo, decostruì letteralmente l’effimera potenza dello stabilimento campano, proprio come in questi giorni, nell’ex laboratorio industriale ora sede trasteverina della T293, decostruisce la funesta vicenda di una famiglia che ha visto la propria storia costantemente funestata da morti premature. Ad evocare la sciagura sono le vistose macchie di sangue presenti sulla maggior parte delle opere esposte: un liquido rosso chiaramente artificiale, bidimensionale, dipinto, moltiplicato in modo seriale, ripetuto meccanicamente proprio come le birre prodotte dalla fabbrica, o come le tragiche morti premature che hanno segnato il destino della famiglia. Tra articolate composizioni appese alle pareti e imponenti pannelli a scandire lo spazio interno, Beckett sembra mettere in scena la teatralità della morte più del suo aspetto tragico. Architetture a misura d’uomo si aprono come quinte da cui pesanti tende di panno svelano l’oscura storia familiare. Un’atmosfera lugubre a cui fa da contraltare proprio il suo stesso sangue, così manifestamente finto e pop, come del resto lo è tutta l’oggettistica abbinata alle diverse installazioni: dal coloratissimo tucano in plastica che ricorda i traguardi raggiunti dalla Guinness in fatto di esportazione, ai gadget con il famoso brand dell’industria (sottobicchieri, t-shirt, accendini, ecc..).

Ironia e morte si fondono in un’impietosa analisi, o forse nella teatrale dissezione di una vicenda familiare che sembra ergersi a paradigma. Si cammina attraverso una perturbante archeologia di ricordi e frammenti: è l’apologia del montaggio e dell’innesto, atti superficialmente a disorientare, ma pregni di un contenuto che attraversa in modo trasversale una storia intima, particolare, che diviene popolare tanto da ricevere un nome, trasformandosi in leggenda e che, come un poema antico, viene conservata e tramandata tra reliquia e feticcio.

James Beckett. The Guinness Course
21 Marzo – 21 Aprile 2017
T293 Gallery
Via Ripense 6, Roma

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James Beckett, The Guinness Curse, 2017. Installation at T293, Rome, 21 March – 21 April 2017. Photo by Roberto Apa

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James Beckett, The Guinness Curse, 2017. Installation at T293, Rome, 21 March – 21 April 2017. Photo by Roberto Apa

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James Beckett, The Guinness Curse, 2017. Installation at T293, Rome, 21 March – 21 April 2017. Photo by Roberto Apa

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James Beckett, The Guinness Curse, 2017. Installation at T293, Rome, 21 March – 21 April 2017. Photo by Roberto Apa

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Giulia Pergola

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