Jan Fabre nella Cattedrale di Anversa: sfida alla fede

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Anversa è ancora avvolta dalla magia fiamminga d’inizio seicento, dall’architettura delle case affusolate coi comignoli di marzapane e dall’imponente Cattedrale di Nostra Signora che svetta verso il cielo del nord. Oltre al grande genio locale di Peter Paul Rubens ai due lati dell’altare, l’arte torna in chiesa dopo più di 500 anni con l’acquisizione dell’opera in bronzo di Jan Fabre: The man who bears the cross. Dritto su due piedi portando una croce sul palmo della mano, un uomo con le fattezze dell’artista cammina all’entrata della Cattedrale, con lo sguardo puntato in avanti. È un uomo qualunque, un eigentlich figure (come dice Fabre), giovane e chiunque allo stesso tempo. Apparentemente inattuale, questa rinnovata relazione tra arte e chiesa è invece protagonista nel dibattito contemporaneo, nel quale la religione continua a pesare sulla vita e la morte. Ne abbiamo parlato con Jan Fabre e Bart Paepen, parroco della Cattedrale.

Accogliendo The man who bears the cross all’interno della Cattedrale avete parlato di un aggiornamento del rapporto tra la chiesa e l’arte. Che significato ha per voi questo rapporto, oggi?
Bart Paepen: La nostra Cattedrale accoglie moltissimi turisti ogni anno che vengono ad Anversa soprattutto per vedere l’opera di Rubens. Come parroco di questa chiesa, m’infastidisce che la gente esca col dubbio se sia ancora in uso. Per loro venire qui è come visitare un museo, qualcosa che appartiene al passato. Ma la chiesa è viva, come la sua comunità. Vorremmo quindi essere un luogo dove le persone, indipendentemente dalla loro religione, possano trovare il tempo per pensare alla vita, e trovare una dimensione di spiritualità. Durante la storia della cristianità e della religione, quest’invito, origina anche dall’arte: dall’architettura delle chiese gotiche che pongono la domanda sul ”che cosa ci sia dopo”, ai dipinti di Rubens che non sono solo esteticamente belli, ma raccontano la Storia. Accogliere The man who bears the cross in un luogo spirituale rappresenta quindi un doppio segnale: vogliamo continuare l’attività che la Cattedrale ha portato avanti per secoli – ogni opera che è entrata in questa chiesa è stata moderna al momento della sua acquisizione; allo stesso tempo, la scultura stessa è un monito ad assumere la stessa postura dell’uomo che porta la croce, provare la stessa sensazione, in totale libertà, e poi decidere eventualmente di buttare via la croce. L’importante è fare esperienza dell’identità di questo spazio.

Questa scultura parla della ricerca di un equilibrio, della difficoltà di portare un “peso” e di una posizione d’instabilità. Ma è anche una questione di dualismo e di opposizione. Chi è quest’uomo che porta la croce?
Jan Fabre: È una mescolanza del mio volto con quello di mio zio, il quale mi ha molto ispirato. Ho pensato a lui quando ho fatto questa scultura. È l’unione tra diversi elementi del mio lavoro: spiritualità, scienza, storia dell’arte. La croce è per me il simbolo della vitalità, l’albero della vita. Un anno fa, Bart Paepen, ha visitato la mia mostra alla galleria At the gallery e ha visto questa scultura in cera rimanendone affascinato. Il suo è stato un atto di coraggio e di apertura verso artisti come me.

Nei quadri di Rubens, qui in Cattedrale, vediamo come emerge prepotente l’umanità dei personaggi e anche la sofferenza. In che relazione all’opera di Rubens si pone The man who bears the cross?
JF: Credo che la vera connessione sia da cercare all’interno più che all’esterno. Sono nato ad Anversa e cresciuto da mio padre il quale mi portava in visita alla casa di Rubens a fare copie dei suoi quadri. Quando a 21 anni sono tornato da New York e gli ho raccontato di aver visitato la Factory di Warhol, lui mi ha detto: Jan, ti porterò di nuovo a casa di Rubens e t’insegnerò la storia dell’arte. Queste sono le mie radici, e questi maestri continuano a ispirarmi ancora oggi. I quadri di Rubens sono pieni d’immaginazione e hanno anche una dimensione politica, la luce crea una mise en scène. Tutto ciò è parte del mio lavoro.
BP: L’opera di Fabre racconta un messaggio del presente. Un messaggio nuovo e complementare a quello di Rubens: la croce che regge Gesù e l’uomo che porta la croce. Questo è il racconto di 500 secoli di storia che identifica la nostra società secolare e individualista.

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The man who bears the cross (2015). Silicone bronze © Attilio Maranzano

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 De Vlieg – Het Kostuum & De Kever – Het Kostuum / The Fly, (The Costume) & The Beetle (The Costume), 1997. Courtesy Deweer Gallery, Otegem, Belgium (exhibition view ‘Jan Fabre – 30 Years / 7 Rooms’, Deweer Gallery, Otegem, BE, 2015)

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Jan Fabre, The brain as a heart, 2012. (foto/photo: Pat Verbruggen / Copyright Angelos bvba)
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Jan Fabre, Knipschaarhuis / Scissors House, 1990. Courtesy Deweer Gallery, Otegem, Belgium. (foto/photo: Claudy Kremer, La Halle Verrière, Meisenthal, F)

Fabre spesso dice che il prete è connesso con Dio come l’artista con la bellezza. Cos’è e come raggiungere questa bellezza?
JF: In entrambi i casi, è una chiamata che si riceve sin da piccoli, di dirigersi verso qualcosa, di proteggerla e trasmetterla. Penso che il mio ruolo sia di difendere la vulnerabilità della bellezza, e quindi del genere umano. Per me la bellezza è una sorta di unione di valori etici e principi estetici.

Il corpo ha un ruolo centrale nella religione cristiana, che immagine ne trasmette questa scultura?
JF: In Rubens c’è un’estrema celebrazione della carne, del corpo umano. Questa scultura cammina all’interno della chiesa, è in movimento, in equilibrio. Nel mio lavoro la ricerca del corpo umano, dentro e fuori, è fondamentale. La mia vuole essere una domanda sul significato del corpo umano oggi, in senso fisico e spirituale.
BP: La nostra religione si basa sull’incarnazione e Dio è visibile nella carne umana. Oggi invece quando si parla di religione ci si riferisce solo a idee e valori, dimenticando un discorso concreto e visibile, non solo astratto. Rubens e Fabre entrambi ci danno l’opportunità di concentrarci sul corpo.

Dal 4 novembre al 20 dicembre la Deweer Gallery per celebrare trent’anni di collaborazione con Jan Fabre, dedica all’artista una mostra in sette sale tematiche attraverso l’intero spazio espositivo della galleria. Uno sguardo unico sull’artista belga, a partire dai primi oggetti, disegni e installazioni sino alle opere più recenti.

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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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