Janet Echelman. Interconnessioni

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Janet Echelman è un’artista americana, le sue sculture ambientali rispondono alle forze della natura- vento, acqua e luce – diventando spesso luoghi focali per la vita civica. Nell’esplorazione del potenziale di diversi materiali, dalle reti da pesca alle particelle d’acqua nebulizzata, Echelman combina il saper fare antico con le tecnologie più recenti. 

LC: Sei molto conosciuta nel mondo dell’arte; i tuoi interventi e lezioni da ospite sono stati definiti ipnotizzanti, stimolanti, ispiranti, dal forte impatto, energici e appassionati. E tutto questo, sebbene tutte le sette domande per scuole d’arte siano state respinte in passato, come hai spiegato nel tuo TED talk. Come sei riuscita a costruire la fiducia in te stessa nonostante queste sfide?
JE: Nel periodo in cui facevo domanda per le scuole d’arte, le mie opere erano ancora informi. Ci sono voluti altri dieci anni per trovare la mia voce come scultrice, e altri dieci anni prima che riuscissi a capire come costruire le mie sculture adattandole alla scala degli edifici. Non ho mai studiato scultura, ingegneria o architettura, per cui potrebbe sembrare improbabile che sia io a fare quello che faccio – creare forme monumentali e fluttuanti in città intorno al mondo. Non ho permesso al rifiuto delle scuole d’arte di fermarmi. Mi sono avviata da sola per diventare un’artista. Quando ho iniziato a fare arte, la mia sfida più grande era quella di imparare ad ascoltare la mia voce interiore e di trovare un modo di notare e fare attenzione alle mie idee. Ho iniziato a scrivere e a disegnare con la mia mano non dominante, il che mi ha dato l’accesso a quelle mie idee più iniziali e vulnerabili che erano state soppresse dalla mia mano maggiormente abile e consapevole. Una volta che ho iniziato a fare attenzione a queste nuove idee, la più grande difficoltà è stata quella di imparare a rispettarle, a investire l’attenzione e il lavoro necessari per svilupparle. Se inizi da te stessa e ti assicuri di credere pienamente che quello che stai facendo creerà un cambiamento positivo nel mondo, allora potrai uscire e condividere la tua visione con vera convinzione.

LC: Puoi darci un’indicazione in merito alla tua pratica collaborativa?
JE: Considero l’arte, l’architettura e il paesaggio come elementi intrecciati che possiamo progettare in modo tale da migliorare le nostre città. La collaborazione è sempre stata centrale al mio lavoro. Assieme ai colleghi del mio studio e ad una squadra esterna di ingegneri meccanici e aeronautici, di ingegneri della luce, di informatici, di architetti, di costruttori industriali e artigianali e di architetti del paesaggio, sono in grado di creare un’esperienza unificata che è molto più grande di quanto possa riuscire a fare ciascuna entità separatamente. Vorrei adoperare la mia arte per portare questo tipo di esperienza alle persone intorno al mondo – per creare un contrappunto morbido agli edifici dai contorni netti e offrire momenti di pausa nella nostra vita frenetica. Spesso le mie sculture sono situate in ambienti costruiti, ma a volte abbiamo l’opportunità di lavorare con architetti del paesaggio per creare un’esperienza specifica in loco. A Santa Monica, ho collaborato con gli architetti del paesaggio della ditta OLIN per modellare la terra sotto la scultura onde far risuonare la forma ondeggiante che si trovava sopra. Oltre 150.000 persone hanno partecipato al processo di scolpire la forma topografica mentre camminavano attraverso i cumuli di sabbia, invitando gli spettatori a prendere in considerazione il proprio corpo e le proprie dimensioni a confronto con il paesaggio più ampio.

LC: Lo scorso Febbraio ho visto una bella installazione, strutturalmente e cromaticamente complessa, che era stata installata temporaneamente alla Renwick Gallery in Washington, DC. In considerazione che la maggior parte delle tue opere si trova all’esterno, in che modo questa è diversa dalle altre nel coinvolgimento di un soffitto interno? Qual’ è l’idea particolare sottesa a quest’opera?
JE: In realtà, la mia opera per il Gran Salone del Renwick è basata su idee che mi hanno tenuta impegnata per anni, per cui il punto di partenza mi era familiare, e tuttavia dovevo considerare uno spazio interno in modo diverso rispetto ad un paesaggio esterno, in cui l’opera si situa tra i grattacieli, le piazze pedonali, e le strade della città. Il titolo di quest’opera è 1.8 (Uno Punto Otto), che si riferisce alla lunghezza del tempo, misurato in microsecondi, di cui la giornata della terra si è accorciata a causa di un evento fisico, lo tsunami verificatosi in Giappone nel 2011. Le forme nella scultura e nel tappeto sono state ispirate alla serie di dati relativi alle altezze delle onde dello tsunami in tutto l’Oceano Pacifico. L’opera ci ricorda le nostre complesse interdipendenze con cicli più ampi di tempo e di materia. La sua presenza fisica è una manifestazione di interconnessione – quando un qualsiasi elemento della scultura si muove, tutti gli altri elementi ne risentono. Ho installato la mia scultura sotto la storica volta, in crescita attraverso la lunghezza di circa trenta metri del Gran Salone. Ho considerato l’interazione tra la scultura e la luce e l’aria in termini diversi, dal momento che non disponevo nè del tempo meteorologico, né della natura per l’integrazione con l’opera alla fine di darle un movimento naturale. Ho installato dei dispositivi eolici artificiali a controllo digitale nelle pareti, in modo che le fibre danzino leggermente nello spazio. Un pavimento tessile personalizzato di circa 371 metri quadrati, composto di fibre di nylon rigenerate, riutilizzate da reti da pesca scartate, fa eco alla topografia organica della scultura. E ‘stato particolarmente emozionante per me constatare come i visitatori utilizzino lo spazio – stendendosi sul pavimento, guardando la scultura sopra di loro – per dieci minuti, o persino per un’ora! Le persone sono coinvolte con lo spazio in modi diversi rispetto alle mie opere esterne e sono entusiasta dei risultati.

LC: Ci vorresti dire qualcosa in merito ai progetti a cui stai attualmente lavorando?
JE: Siamo entusiasti circa l’imminente debutto della mia nuova installazione permanente per il Sunset Strip di West Hollywood, in collaborazione con SOM. Dreamcatcher sarà tesa tra le torri di due Hotel su diversi piani. Abbiamo lavorato con gli ingegneri per risolvere il problema di come installarla, dal momento che la sua forma è diversa da tutte le mie sculture precedenti. A metà agosto installeremo un’opera d’arte permanente a Greensboro, in North Carolina, che si ispira alle mappe ferroviarie locali, alle fabbriche tessili, e alla forma organica di baccelli nativi. E’ stato appena annunciato che lo Smithsonian American Art Museum ha acquisito il mio1.8 Renwick per la loro collezione permanente, e sarà in mostra fino al 2017.

Il sito dell’artista: www.echelman.com
La nostra gratitudine a Janet Echelman, Adele Ruppert e Melissa Henry dello Studio Echelman.

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Janet Echelman, 1.8 (Renwick), 2015. Installed at the Renwick Gallery at the Smithsonian American Art Museum in Washington, DC from Nov. 2015 – Spring 2017. Photo Leda Cempellin.

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Janet Echelman, 1.8 (Renwick), 2015. Installed at the Renwick Gallery at the Smithsonian American Art Museum in Washington, DC from Nov. 2015 – Spring 2017. Photo: Bruce Petshek, courtesy Studio Echelman.

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Janet Echelman, 1.8 (Renwick), 2015. Installed at the Renwick Gallery at the Smithsonian American Art Museum in Washington, DC from Nov. 2015 – Spring 2017. Photo: Brian Stacy, courtesy Studio Echelman.

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Janet Echelman, 1.8 (Renwick), 2015. Installed at the Renwick Gallery at the Smithsonian American Art Museum in Washington, DC from Nov. 2015 – Spring 2017. Photo: Smithsonian Institution, courtesy Studio Echelman.

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Janet Echelman, 1.8 (Renwick), 2015. Installed at the Renwick Gallery at the Smithsonian American Art Museum in Washington, DC from Nov. 2015 – Spring 2017. Photo: Smithsonian, courtesy Studio Echelman.

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Leda Cempellin

Docente Associato Confermato presso la South Dakota State University.

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