John Duncan. Heavy, useless, no sense of humor.

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Rinchiusi nudi e nel buio totale con degli sconosciuti in uno scantinato… Per quanto ancora saremmo rimasti lì?” È questa la premessa di Maze (1995) dell’artista americano John Duncan (1953, Wichita, Stati Uniti), creatore di opere a metà tra arte e ricerca socio-antropologica. Come reagiscono le persone se messe in situazioni per loro atipiche? Come interagiscono tra di loro? Cosa succede agli ignari passeggeri di un bus sottoposti a feromoni rilasciati nel condotto aereo (Bus Ride, 1975)? E delle donne sono capaci di abusare sessualmente di un uomo se sono spinte a farlo (For Women Only, 1979)? E se improvvisamente, durante un concerto in un teatro, tutte le luci si spengono e degli attori disposti tra il pubblico iniziano a gridare (The Grateful, 2009)?

Mettersi in situazioni nelle quali nessuno sano di mente si vorrebbe mai mettere di propria spontanea volontà è il punto cardine della ricerca artistica di Duncan. Egli è profondamente convinto che è proprio lì, in quei momenti di terrore, disgusto o panico estremi che escono fuori i lati più nascosti dell’essere umano. Persino la persona più logica e pacata conserva in sé un lato irrazionale con il quale dovrà, prima o poi, confrontarsi. Prima lo si fa, più si è preparati agli imprevisti della vita. La disperazione che scaturisce in situazioni di vita o di morte è in grado di accecarci, ed essere consapevoli di come saremo portati a reagire diventa essenziale. “Crediamo che essere civilizzati significhi essere superiori a queste cose, crediamo di non avere bisogno di pensarci, di affrontarle, ma poi succede qualcosa di inaspettato e il demone esce fuori. Se non ci hai mai pensato non avrai la disciplina necessaria. Mi piace pensare che almeno una parte del mio lavoro sia una preparazione a tutto ciò.” Ecco allora che diventa chiaro lo scopo di Scare (1976), opera del suo periodo giovanile. Travestito con una maschera, Duncan va di notte a casa di due suoi amici (scelti accuratamente da una lunga lista di conoscenze secondo parametri che includevano assenza di malattie cardiache, scarsa reattività e assenza di armi in casa) e suona il campanello; quando questi aprono la porta, punta loro in faccia una pistola caricata a salve e preme il grilletto. Dopo di che, scappa. Tuttavia, l’opinione pubblica americana degli anni Ottanta non riesce a mandare giù il boccone, così Duncan si vede costretto a emigrare; nella foga di mettere tra sé e il proprio Paese natio più distanza possibile, sia geografica che culturale, sceglie il Giappone. Tabula rasa. Arrivato a Tokyo, John è incapace di leggere, parlare o comunicare con nessuno. Lo shock culturale è enorme, soprattutto per quanto riguarda la ricezione dei suoi lavori, giudicati meno severamente che negli Stati Uniti. Le cose che scandalizzano i giapponesi sono altre; ad esempio, una donna dominante. John non si perde d’animo: a breve trova lavoro come regista pornografico presso la casa produttrice Kuki, che gli lascia completa libertà di sperimentazione, e lui ne approfitta ben volentieri girando film nei quali le donne sono forti, aggressive, sicure della propria sessualità. Ma, soprattutto, godono. Scandalo. Ma agli scandali John oramai ci ha fatto l’abitudine.

Spinto da un’insaziabile curiosità verso altri media, Duncan esplora il mondo del sound, e, quasi accidentalmente, si ritrova a essere considerato uno dei padri della musica noise giapponese, in particolare dopo l’uscita nel 1984 del suo LP, RIOT. Utilizza soprattutto registrazioni da radio a onde corte e field recording e cerca di creare “qualcosa di completamente inascoltabile”. Per la cronaca, ci riesce. Negli anni la fama di Duncan come sound artist supera quella di artista visivo. Nel 1988 si trasferisce ad Amsterdam, dove i suoi lavori assumono un carattere più introspettivo, accentuato da un mese di permanenza in un monastero buddista thailandese nel 1993. Nel 1996 Duncan dà vita a quello che è stato forse il suo progetto più mastodontico: The Crackling, realizzato in collaborazione con Max Springer all’acceleratore di particelle dell’Università di Stanford (SLAC). I due trasformano questo massiccio tunnel lungo due miglia nel più grande strumento musicale mai utilizzato. Posizionano dei microfoni lungo tutta la struttura, registrando i suoni prodotti dagli elettroni durante il loro passaggio; il successivo mixaggio ha richiesto ben un anno e mezzo, ma ne è valsa decisamente la pena. Il risultato è disorientante. Duncan chiama – a ragione – lo SLAC una “città dei morti”, piena di contraddizioni: “strutture costruite per sovrastare e sopravvivere ai propri creatori, progettate per generare eventi subatomici che avvengono in una scala temporale che è impossibile da immaginare, che usa forze e processi che sono ostili o letali per la vita umana – eppure, tutto interamente creato dall’essere umano”. E aggiunge: “Per questo lavoro, l’elettrone è concepito come una metafora del processo della vita: isolato, sottomesso da un sistema che usa la sua stessa energia per forzarlo in un percorso che lo porterà, a passo sempre più accelerato, verso una distruzione certa – e tutto questo in nome del cambiamento, dello sviluppo, dell’inizio di un nuovo processo”. Gli audio di questi anni diventano sempre più simili a dei mantra, rinunciando alla componente anarchico-distruttiva in favore di un carattere più riflessivo. “Facevo musica che doveva servire come aiuto alla meditazione”. Duncan ci invita – anzi, ci costringe – ad interrogarci costantemente su noi stessi. È spietato nella sua ricerca della verità, insaziabile, instancabile. Non basta sapere le cose, bisogna viverle in prima persona. Sta qui, secondo lui, la più importante differenza tra conoscenza e verità: la conoscenza è un insieme di opinioni, concetti e interpretazioni che si tramandano in via prettamente teorica; la verità si raggiunge solo tramite l’esperienza. Il prendere coscienza di ciò che siamo è un processo in continuo divenire che ciascuno di noi dovrebbe portare avanti per tutta la vita.

Nel 1995 John Duncan trasloca di nuovo, questa volta in Italia. “Mi ci sono trasferito per amore, e ci sono rimasto per amore,” confessa. L’amore è una componente costante della vita di Duncan. Nonostante i suoi tre matrimoni falliti alle spalle, continua follemente a perdere la testa e a soffrire senza ritegno come un ragazzo di vent’anni. Il trittico Raw sewage paintings (2013) è una reazione alla rottura con la sua terza moglie. Due lenzuola e una tovaglia (tutti elementi del corredo) usate come tele; al posto dei colori, i liquami della fognatura di casa. Sul cotone ricamato si stagliano frasi che trasudano rancore, rabbia, amarezza: “La vita è bella”, recita ironicamente una; “It’s all good”, le fa eco la seconda; “Fear of life”, dichiara cupa la terza. Ciò che rimane del suo cuore ce lo fa vedere lui stesso, nell’installazione My Male Heart (2016): una casetta recintata, circondata da delle buie colline che si addossano e sembra che stiano per franare sul fragile tetto. Sopra, un cielo grigio e tremolante, contro il quale si stagliano i profili di rami secchi. Un suono acuto accompagna il tutto, un suono allarmante, che genera ansia. Sembra non esserci più gioia per questo cuore, sembra che sia tutto perduto. MA! Eccola, è lì, dentro la casetta, la si intravede appena dalla finestrella, ma c’è: una luce. Timida, debole, quasi invisibile, incapace di contrastare da sola tutto il dolore intorno a lei. Ma c’è. Le opere di John sono dense, pesanti, a tratti ostiche. Più che concentrarsi sull’effetto visivo finale, egli presenta i residui di un atto al quale non ci è dato assistere. Li sbatte in faccia così come sono, senza preoccuparsi troppo di essere capito o meno, ed è qua che si vede la serietà di un artista degno di essere chiamato tale: un artista che lavora non per soddisfare il pubblico, ma perché non può fare altrimenti. Le sue opere sono spesso noncuranti di cosa penseranno gli spettatori; indifferente alla coerenza, alla popolarità, alla fama, Duncan continua, dopo quasi cinquant’anni di carriera, a partorire sempre nuove idee. “Cosa ho da perdere?”, si domanda, sorridendo. “Poco più di tre anni fa sono quasi morto. Tre volte: due per suicidio e una per fame. Se sono ancora qui lo devo ad alcuni miei amici che mi hanno mandato dei soldi per andare avanti. Ero completamente al verde e lo sarei stato per diversi mesi”. Sentendosi in obbligo nei confronti dei suoi amici, ha ripreso a lavorare con ancora più vigore di prima. “Ho cominciato a fare cose che sembravano incoscienti, come cantare o costruire oggetti con la spazzatura”. Eccolo dunque alle prese con un album vocale, Bitter Earth (2016), spiazzante rispetto ai suoi lavori precedenti. D’altronde, se il suo obiettivo è la ricerca continua di tutti gli elementi componenti dell’anima umana, non poteva di certo sfuggirgli il fatto che nel pop si annidano altrettante sfumature che nel noise. Da bravo esploratore della psiche, Duncan continua ad essere un pozzo senza fondo di materiale di studio per generazioni e generazioni a venire.

Yelena Mitrjushkina

John Duncan è in mostra alla Narkissos Contemporary Art Gallery (via San Vitale 27, Bologna) fino al 4 marzo. Per maggiori info: www.narkissos.it

3

John See still frame #1, 1985, still frame da video erotico, stampa su alluminio, pezzo unico, 100×70 cm

2

Scare T-shirt, 2016, serigrafia su T-shirt bianca, 40 pezzi

1

Do better, 2016, giacca di pelle Armani e pittura spray, pezzo unico

7

Scare, 1976, foto documentativa della performance

8

Fear of Life, 2013, liquame su copripiumino ricamato, pezzo unico, 130×70 cm 

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