Joseph Marioni. Mr. Painter

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“Liquid Light”, la prima personale di Joseph Marioni in Italia, si è tenuta da Luca Tommasi Arte Contemporanea con sei lavori realizzati dal 2004 ad oggi. Una pittura estinta che abbandona qualsiasi categorizzazione per incontrare l’osservatore al crocevia di coordinate precise: archetipi come colori primari cullati entro architetture inedite, mentre i gesti perfezionano membrane sorgenti di luce.

“Liquid light” è la tua prima personale italiana. Posso chiederti perché hai deciso proprio ora di esporre in Italia?
Luca Tommasi è venuto a New York e ha visitato il mio studio, ne abbiamo parlato. È stato un incontro positivo e ho pensato fosse una buona opportunità per esporre in Italia.

Quando osservo i tuoi dipinti il mio sguardo è catturato quasi immediatamente verso il fondo della tela, dove il colore sembra continui a fluire, liquido. In cosa consiste la tua tecnica? Quali materiali utilizzi e con quale scopo?
I materiali sono acrilico e lino su un supporto in legno che realizzo io. Si tratta di una successione di strati di colore trasparente: dopo aver preparato il fondo, intervengo con del colore più opaco e in seguito con smalto trasparente. In “Turquoise Blue Painting”, ad esempio, è possibile osservare un turchese scuro e subito dietro un blu cobalto molto brillante. Il gioco è capire dove si nasconde la luce: in “Yellow Painting” avanza verso l’esterno, mentre in “Blue Painting” rimane in profondità.

Da dove inizi a realizzare i tuoi lavori?
Parto sempre dal colore. Il mio lavoro discende dalla tradizione ritrattistica, il cui scopo non è solo quello di presentare la luce nel soggetto, ma anche il carattere, la personalità. In più di un’occasione ho sottolineato come il mio tentativo sia quello di realizzare ritratti di colore. Io costruisco volumi di luce.

Quale è il legame tra le opere esposte in questa occasione e la tua produzione? Come si è evoluto il tuo linguaggio nel tempo?
All’inizio dipingevo immagini di singoli colori, in seguito queste si sono evolute attraverso gli anni mostrando una personalità interna e, nel contempo, aprendosi all’esterno. Si tratta di un processo lento e piuttosto lungo.

Puoi approfondire il discorso sul colore? Quale è la sua funzione?
Sto lavorando all’interno del quadro di riferimento del mio catalogo, secondo il quale noi percepiamo quattro differenti colori, unici, e in quanto tali archetipi: verde, giallo, rosso e blu sono archetipi come la terra, l’aria, il fuoco e l’acqua. In quanto archetipi acquisiscono significato solo sulla base di come vengono utilizzati, del contesto nel quale vengono inseriti. Nel mio caso si tratta di come dipingo. In particolare, parto da questi presupposti: il giallo è l’archetipo del sole, a sua volta luce che si espande in tutte le direzioni, tendendo alla forma quadrata; il rosso è normalmente associato al sistema nervoso, quindi orientato alla verticalità; il verde è associato all’elemento paesaggistico, quindi all’orizzontalità; il blu è piuttosto piccolo, perché il suo archetipo è il cielo, che non ha confini definiti alla visione. Quello che cerco di fare è definirne i limiti.

C’è forse qualcosa di spirituale, meditativo, nelle tue opere?
Sì, tutto parte dal concetto di Trinità. Il governo dal quale provengo segue questa direzione, in quanto composto da tre elementi: il presidente, il congresso e i corpi. È un divisione che discende dalla filosofia greca di corpo, mente e spirito: la mente è influenzata dal linguaggio, il corpo dalla scultura mentre lo spirito è legato alla pratica pittorica, perché la pittura è la forma d’arte della luce, e la luce non ha corpo. Il dipinto è letteralmente memoria di luce sulla superficie, per cui tra la scultura e il teatro si trova la pittura.

Come hai scelto i quadri di questa mostra?
Si tratta di una collaborazione con Luca Tommasi, sulla base della natura del luogo e degli spazi della galleria, oltre che delle esigenze del pubblico. Ho parlato di due classificazioni: questi li definisco dipinti di formato residenziale, più facili da trasportare, di natura domestica, a differenza di quelli più grandi, più adatti per spazi pubblici come i musei.

La tua pratica si basa su una complessa struttura di relazioni: da una parte c’è la severità del processo, dall’altra la sensibilità verso il colore, l’utilizzo delle mani. Come riesci a conciliare questi due aspetti?
Si tratta di una relazione tra i due, come il rapporto tra un uomo e una donna, fatto di complicità. Vale anche per i materiali che utilizzo, il comportamento che assumeranno durante il processo. Dipingendo con una pittura molto fluida, che segue un movimento costante, dall’alto verso il basso, si tratta di capire come agirà e assecondarne la volontà. Un dipinto ben riuscito è quello che riesce a rivelare se stesso.

Quale è il ruolo dell’osservatore in questo processo?
Chiedo all’osservatore di relazionarsi liberamente con l’opera. L’essenziale è porsi nella condizione ideale, liberare la mente e mettersi di fronte all’oggetto, perfettamente immobile nello spazio. In questo modo inizierà a sentirne il ritmo, vederlo vivere, percepirne il cambiamento di luce con il procedere delle ore durante il giorno, notare il muro estendersi e contrarsi con la luce.

Quando hai iniziato a dipingere?
Sono sempre stato un pittore. Ho iniziato quando avevo sei o sette anni sfogliando i grandi libri di arte rinascimentale custoditi nella biblioteca di mio padre, così ho conosciuto le pitture di Raffaello, Bellini e Leonardo, un’esperienza visiva perfetta. In seguito ci sono state la scuola e l’Accademia di belle arti. Sono tre le influenze che hanno guidato il mio lavoro: prima di tutto il mio background italiano; i mei genitori erano italiani, quindi ho iniziato molto presto a guardare alla tradizione ritrattistica di questo paese, quella di Bellini, Bronzino, la ricchezza del colore nelle loro opere. In seguito, crescendo in America, mi sono interessato all’Espressionismo Astratto, a Rothko, Still, Pollock e Newman. Quando sono arrivato in Europa all’inizio degli anni ’80 ho conosciuto l’arte concreta e Lucio Fontana, Piero Manzoni. Se osservi i miei lavori puoi notare in essi una sorta di temperamento italiano, tutto mediterraneo.

Quale è la tua definizione di memoria?
Si dice che la memoria sia come il profumo. Il profumo innesca la memoria e nel caso del colore si tratta di profumo visivo. Il colore è il profumo visivo della vita.

Cosa significa essere Pittori oggi?
Questa domanda ha un’implicazione politica. Io mi definisco un pittore, non un artista. Se ti consideri un artista, puoi lavorare con la cultura e produrre quello che lei vuole, divenendo una ‘figura popolare’: parlo di arte pop, cultura pop, musica pop. Penso che tutto quello che accade nel mondo dell’arte oggi sia puro intrattenimento basato sul linguaggio, e questo avviene soprattutto in America. In quanto pittore io mi considero un outsider. Il mio obiettivo è quello di bilanciare questa situazione, fornire un’alternativa, seguire un percorso di qualità superiore di un fast-food, dare qualcosa che sia artisticamente allevato nel tempo.

Copia di galleria Marioni per Bologna 2017

Joseph Marioni , “Liquid Light” Installation view, Luca Tommasi Arte Contemporanea

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Joseph Marioni , “Liquid Light” Installation view, Luca Tommasi Arte Contemporanea

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Joseph Marioni , “Liquid Light” Installation view, Luca Tommasi Arte Contemporanea

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Joseph Marioni , “Liquid Light” Installation view, Luca Tommasi Arte Contemporanea

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Joseph Marioni , “Liquid Light” Installation view, Luca Tommasi Arte Contemporanea

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Joseph Marioni , “Liquid Light” Installation view, Luca Tommasi Arte Contemporanea

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