Juan Muñoz, protagonista d’eccezione all’Hangar Bicocca

Juan Muñoz, Double Bind, 2001, Resina di poliestere, pigmento naturale, tela_ dueascensori_ HangarBicocca, Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano_ The Estate of Juan Muñoz, Madrid

Allestita all’Hangar Bicocca di Milano, la mostra “Double Bind & Around” a opera dell’artista contemporaneo spagnolo Juan Muñoz (1953-2001),  presenta quindici opere che ripercorrono tutta la sua carriera. L’allestimento modifica la struttura e la percezione dell’ambiente, creando una sensazione lieve di spaesamento. Lo spettatore si trova immerso tra gruppi di sculture che paiono dialogare e gesticolare tra loro con un vociferare silenzioso che ammutolisce il visitatore allungando le orecchie quasi per riuscire recepire ciò che non si sente. Il silenzio dunque è padrone. I dettagli fanno parte di questa mostra che chi non è attento perde e non comprende.

Sulla sinistra all’entrata si cammina su un pavimento con pattern geometrico colorato e il rimando è alle illusioni ottiche del Barocco e posizionato su una mensola di metallo un pupazzo (the Wasteland) con le gambe a penzoloni. In maniera contigua la visione di un ventriloquo (Waste land), che allo sguardo può apparire un soggetto che narra senza voce. L’artista vuole indurre alla riflessione sullo spazio espositivo, da una parte il visitatore è attratto dai giochi ottici del pavimento dall’altro la presenza delle figure creano una situazione straniante e distaccata.

Ci si avvicina poi a 5 sculture “umane” (Conversation Piece) la cui parte inferiore è sferica e ricorda sacchi di sabbia. Queste interagiscono tra loro, due conversano tacitamente, un terzo si vuole aggiungere ma è trattenuto da una quarta figura che gli cinge il busto con un cavo di metallo, la scena racchiude il non raggiungimento, il braccio proteso verso qualcosa che si desidera. Infine leggermente in disparte la quinta figura che osserva la scena. Nonostante le diverse dimensioni, si percepisce l’esclusione del visitatore da questi dialoghi scultorei per un complesso rapporto spaziale e il non coinvolgimento emozionale. The Nature of Visual illusion è la composizione scultorea più enigmatica. All’angolo uno sfondo pittorico che raffigura grandi tende monocrome che se non ci si avvicina risultano intensamente reali e tre figure dai lineamenti asiatici, con gambe prive di piedi che interagiscono tra loro e una quarta figura che in maniera distaccata li osserva con un ghigno beffardo. Qua vige il rapporto tra realtà e illusione, giochi spaziali con il trompe-l’oeil, che suggerisce come la presenza nascosta di quinte teatrali.

Un po’ inquietanti ma interessanti per il loro significato figure appese con corde verticali per riflettere sulla gigantesca distorsione che si verifica quando si guarda verso l’alto. Corpi sospesi nel vuoto a prima vista paiono impiccati ma con la dovuta attenzione si nota che il cavo metallico esce dalla bocca, alcuni ruotano su stessi, circensi nell’aria che paiono vivi. Le pose rimandano al dipinto di Degas Mademoiselle LaLa au Cirque Fernando (1879), un’acrobata circense sorretta nel vuoto con una corda tra i denti. Altre opere e altre sculture s’incontrano nel percorso per raggiungere il nucleo della mostra ovvero Double Bind opera del 2001, riadattata per questi spazi, formata da tre livelli. Due ascensori che collegano i piani con un moto perpetuo. Salendo dalle scale laterali lo spettatore può osservare questo movimento dall’alto. La presenza di una superficie piana con dipinti pattern geometrici ottici. Ambiguità visiva, vuoti reali e illusori. Il pianoterreno invece è scuro, misterioso con buchi quadrati dal quale filtra la luce e che porta chi osserva a scoprire un piano intermedio e la presenza di figure in resina che si affacciano anonime. Uno spazio di transizione da utilizzare e poi abbandonare definito dall’artista stesso un parcheggio. Ciò che vuole dirci sono le incongruenze comunicative che possono sorgere tra individui, una confusione nella distinzione tra discorso e intenzioni reali.

Infine nell’ultima sala, nascosto da tende di stoffa nera si entra in una sorta di mercato orientale , un gruppo scultoreo gigantesco, tantissime figure prive di piedi, omini di piccola statura, tutti diversi ma simili, un ghigno sarcastico sul volto di ognuno, una sfida per lo spettatore. Immersi nella folla, si è chiamati a confrontarsi con un senso di solitudine e smarrimento. Emozionate lo spazio dove sono inserite le opere, alto, luminoso e assai particolare come la scala a chiocciola presente in un angolo che spicca verso l’infinito.

Juan Muñoz, Double Bind, 2001, Resina di poliestere, pigmento naturale, tela_ dueascensori_ HangarBicocca, Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano_ The Estate of Juan Muñoz, Madrid

Juan Muñoz, Double Bind, 2001, Resina di poliestere, pigmento naturale, tela, dueascensori, HangarBicocca, Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano. The Estate of Juan Muñoz, Madrid

Juan Muñoz, Double Bind, 2001, Dimensioni variabili, Hangar Bicocca, Milano 2015, Foto Attilio Maranzano, Courtesy Fondazione Hangar Bicocca, Milano, The Estate of Juan Muñoz, Madrid.

Juan Muñoz, Double Bind, 2001, Dimensioni variabili, Hangar Bicocca, Milano 2015, Foto Attilio Maranzano, Courtesy Fondazione Hangar Bicocca, Milano, The Estate of Juan Muñoz, Madrid.

Juan Muñoz,Many Times, 1999, Dimensioni variabili, HangarBicocca, Milano, 2015, Foto © Attilio Maranzano, Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano_ The Estate of Juan Muñoz, Madrid

Juan Muñoz, Many Times, 1999, Dimensioni variabili, HangarBicocca, Milano, 2015, Foto © Attilio Maranzano, Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano. The Estate of Juan Muñoz, Madrid

Juan Muñoz, Double Bind, 2001, Dimensioni variabili, Hangar Bicocca, Milano 2015, Foto Attilio Maranzano, Courtesy Fondazione Hangar Bicocca, Milano, The Estate of Juan Muñoz, Madrid

Juan Muñoz, Double Bind, 2001, Dimensioni variabili, Hangar Bicocca, Milano 2015, Foto Attilio Maranzano, Courtesy Fondazione Hangar Bicocca, Milano, The Estate of Juan Muñoz, Madrid

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