La Spiritualità Immanente di Kahuna

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I più grandi capolavori della storia dell’arte occidentale sono stati creati grazie a un secolare mecenatismo religioso e alla volontà di committenti laici di ostentare una magnificente devozione per agevolarsi l’accesso alla Vita Eterna o qualche relazione diplomatica in quella terrena.  Da sempre gli artisti si sono confrontati con il Sacro, che con l’avvento della modernità ha perso una specifica connotazione dogmatica per stemperarsi in un generico bisogno di spiritualità intesa più come rifugio personale che come aspirazione al ricongiungimento all’Assoluto. Anche la produzione artistica, piuttosto che confrontarsi direttamente con un ambito essenzialmente inconoscibile, ha preferito immergersi nel caos del mondo (e della mondanità) reale e virtuale e restituire la dimensione ultraterrena come un suggerimento latente e talvolta inconsapevole.

Dal 2017 il giovane curatore Leonardo Regano indaga la persistenza del Sacro nelle arti visive con un progetto di mostre collettive a cadenza annuale, sinora tenutesi nel suggestivo scenario dell’Ex Chiesa di San Mattia, concepite come mappature a campione di come il rapporto tra arte e spiritualità si declina nel linguaggio degli artisti coinvolti in relazione a un particolare aspetto di questa vastissima e irrisolta tematica. Se la prima edizione, intitolata Sequela, verteva sulle possibili incarnazioni creative di un approccio contemporaneo alla religione cattolica, Kahuna esplora, seguendo il fil rouge degli studi novecenteschi di Max Freedom Long sugli omonimi sciamani polinesiani, la capacità dell’opera d’arte di suggerire un rapporto non mediato con la sacralità insita nella Natura. Il percorso espositivo, costellato di luci soffuse, suoni lontani e spazi di riflessione che amplificano il raggio d’azione di ciascun lavoro lasciato libero di respirare e fondersi con il luogo che lo accoglie, è concepito come teatro di un’esperienza che nella condivisione diventa corale.

La prima tappa di questo viaggio iniziatico elabora l’idea di Natura da un punto di vista scientifico e concettuale mostrando i limiti di un’ossessione razionale destinata a infrangersi  contro l’inafferrabilità di una logica superiore che trascende gli sforzi umani. L’installazione di Pinuccia Bernardoni è una proliferazione di forme curve generate dall’interpretazione geometrica della struttura di una foglia di banano trasformata in oggetto astratto dall’essicazione e da una punzonatura circolare reiterata. La circolarità come principio spirituale e biologico ritorna nel dipinto a stucco ed encausto di Nobuya Abe, che concepisce una forma primaria ambivalente tra lo zero simbolo del vuoto buddista e una cellula sul punto di scindersi e riprodursi, entrambe immagini ancestrali di vicinanza al Divino. L’erbario di Giuseppe Penone, ricavato dal frottage di  33 differenti specie erbacee, mostra il coinvolgimento fisico dell’artista impegnato a rilevare, manipolare e introiettare un catalogo di forme mai esaustivo e definitivo. Il suo coinvolgimento diretto con la materia naturale inoltre suscita in lui pensieri sull’ineffabilità dell’ispirazione artistica che sceglie di inscrivere nella pelle vegetale ricalcata su carta come se fossero nuovi germogli in attesa di crescere.

Nella tela velata e fluttuante di Alessandro Saturno, che introduce il cuore misterioso e misterico della mostra, la Natura è rappresentata come una lussureggiante foresta di segni sul punto di sciogliersi in un’atmosfera densa in cui i bagliori del tramonto si mescolano alle prime luci dell’alba. La vita è il miracoloso aggregarsi di elementi semplici e terribili che fluiscono in tutta la loro maestosa potenza sotto la superficie delle cose e ogni loro manifestazione esteriore assume caratteri soprannaturali.  A queste suggestioni fa riferimento l’installazione My Veins di Arthur Duff formata da una serie di pietre laviche collegate a un capillare sistema di cavi che sorreggono luminose lettere vermiglie, esplicita analogia tra il magma incandescente espulso dalla terra durante le eruzioni vulcaniche e il sangue che fa circolare il calore nell’organismo  umano e animale. All’estremo opposto si colloca il lavoro di Amandine Samyn che rivisita in chiave ecologista l’estetica ottocentesca del Sublime in una sequenza di piccole tele che evocano paesaggi artici disabitati, tratti da immagini fotografiche reperite in rete, preconizzando la loro futura dissoluzione a causa del surriscaldamento climatico globale. L’armonia tra gli elementi che l’irresponsabilità dell’uomo rischia di infrangere è immagine della Creazione e proprio l’equilibrio di una struttura leggera plasmata dalla forma dell’aria è la principale caratteristica del pallone aerostatico realizzato da First Rose, duo artistico composto da Andrea Del Bianco e Fabrizio Favale che animeranno la mostra con un programma di performance a tema.

Proseguendo nell’esplorazione, ci si addentra in una zona mentale più indefinita e rarefatta che raccoglie opere intensamente permeate di interrogativi spirituali, in cui materiali e forme naturali sembrano abbandonare la propria matrice fenomenologica per farsi tramite di un’intuizione estetica che esplicita interrogativi universali senza voler offrire impossibili risposte. Così l’altalena di Golzar Sanganian, formata da un fascicolo di fogli bianchi di carta trattenuti da catene in ferro ed emblematicamente sospesa sopra due antiche lapidi appartenenti alla chiesa, allude alla fragilità umana e alla sua perenne oscillazione tra l’errore e l’incertezza. Ma proprio l’esperienza e la tenacia nel voler scrivere la propria storia anche senza poterne conoscere l’esito rafforza l’individuo come il sovrapporsi dei fogli riesce a contrastare la pressione delle catene che li tengono uniti. La perfezione dei solidi platonici e la loro razionalità esoterica ispira invece la scultura abitabile di Sabrina Muzi, che presenta una struttura lignea a diamante in cui lo spettatore è invitato a rinchiudersi per percepirsi dall’interno. Tra i vari tagli possibili, l’artista ha scelto quello esagonale in appropriata analogia con la forma della molecola del carbonio, i cui composti costituiscono le basi della vita sulla Terra mentre il ciclo del carbonio-azoto fornisce parte dell’energia generata dalle stelle. Il carbonio è anche un prodotto della combustione, procedimento fondamentale nell’esecuzione delle Geografie Temporali di Sophie Ko, sottili teche di vetro modellate a forma di stalagmite che contengono ceneri di immagini bruciate e polveri di pigmento puro. Gli imprevedibili sommovimenti di questi materiali  producono nel tempo sempre nuove immagini che oppongono la loro silenziosa evidenza materica al destino di dispersione solitamente riservato alle ceneri. L’imponderabilità anima anche il lavoro di Gregorio Botta, affascinante scultura mobile composta da campane tibetane di differenti sonorità che ruotano seguendo traiettorie casuali.

La parte conclusiva della mostra, ubicata in prossimità dell’abside, presenta una coraggiosa ammissione di impotenza e sconfitta, forse l’unica attitudine possibile per ripristinare un autentico rapporto con il sacro: la grande tela dipinta da Claudia Losi collocata al posto dell’altare maggiore è un doloroso montaggio figurativo delle specie animali a rischio di estinzione, vere e proprie vittime sacrificali del degrado dell’etica umana, mentre Cosimo Terlizzi materializza il crepuscolo dei valori tradizionali che la società dell’immagine e del consumo ha trasformato in dorate merci di scambio in un’inquietante ritratto di famiglia. Basterà l’incoscienza a salvare il boia dalla condanna divina? Non ci è dato saperlo e ogni nostra domanda si dissolve nell’eterno fluire delle cose come l’aureola del santo che cola dal ceppo sacrificale in cui è ancora impigliata l’accetta del martirio.

Info:

Kahuna
a cura di Leonardo Regano

Artisti: Pinuccia Bernardoni, Gregorio Botta, Sophie Ko, Claudia Losi, Sabrina Muzi, Giuseppe Penone, Amandine Samyn, Alessandro Saturno, Cosimo Terlizzi, Arthur Duff, Golzar Sanganian, Nobuya Abe, First Rose

Ex Chiesa di San Mattia, via Sant’Isaia 14a, Bologna
2 – 18 febbraio 2018

aClaudia Losi, Untitled Animals, 2017; ph. credit Alessandro Pastore

bArthur Duff, My Veins, 2018 ph. credit Alessandro Pastore

cGolzar Sanganian, Rapporto, 2018 ph. credit Alessandro Pastore

i
Alessandro Saturno, Foresta, 2017, particolare

dSophie Ko, Atlanti (Geografia Temporale), 2016 ph. credit Alessandro Pastore

eGiuseppe Penone, Trentatré Erbe, 1989, ph. credit Alessandro Pastore

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Sabrina Muzi, Io sono un diamante, 2018, ph. credit Alessandro Pastore

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Cosimo Terlizzi, Il Martirio di San Mattia, 2018. ph. credit Alessandro Pastore

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Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.

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