Karthik Pandian. Identità collettiva e individuale

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Federica Schiavo Gallery presenta la seconda personale dell’artista americano Karthik Pandian a Milano. Un progetto espositivo che fin dal titolo, Tamil Man, dimostra ambizione e coraggio. Tutta la mostra ha a che fare con il concetto di identità, collettiva e individuale, che coinvolge la vita dell’artista e della sua comunità di provenienza. Karthik Pandian pensa e ripensa le sue origini tamil, cercando di mettere in discussione, artisticamente e ironicamente, gli stereotipi e i luoghi comuni attraverso cui il suo popolo viene spesso visto e immaginato. Punto di partenza di questo ripensamento visivo è una scultura realizzata da Malvina Hoffman, allieva di Rodin, negli anni Trenta, in occasione della monumentale mostra commissionata dalla Hall of Races of Mankind al Field Museum di Chigago. La scultrice rappresenta un uomo tamil che si arrampica su una palma. Una posa che nell’immaginario occidentale diventa nel tempo tipica e convenzionale.

Nella prima sala Pandian inizia a giocare e a ricostruire il concetto di stereotipo. Quattro bandiere in seta sono disposte alle pareti. I tessuti sono preziosi, decorati delicatamente e arricchiti da alcuni segni calligrafici provenienti dall’alfabeto tamil, antichi e indecifrabili. Su tre di esse, in basso, compare la figura dell’artista in una delle posizioni tipiche dello yoga. Sulla quarta tela dal titolo Opulent austerity (For my cast and my makeup artist) è visibile Pandian che si arrampica sulla palma, come nella scultura della Hoffman. Quest’opera è affascinante e misteriosa, antica e contemporanea allo stesso tempo. La scena dell’arrampicata si svolge tra lo scuro del nero e il tremore di un verde virtuale, davanti alla figura compaiono delle forme circolari, sono una serie di occhi, di terzi occhi, organi capaci di intuire e percepire le cose invisibili. Siamo a metà strada tra l’illusione e la realtà. L’installazione metallica al centro della sala dà ancora più sostanza a questo gioco tra finzione e verità, si tratta infatti della struttura usata per dare l’impressione della levitazione spirituale. Il lungo abito dell’asceta nasconde il piedistallo che sorregge il corpo. Questo strumento ha quindi una grande importanza illusoria, svolge un ruolo significativo e per questo l’artista decide di impreziosirlo con la seta usata per le bandiere.

Nella seconda sala il tema dell’identità viene raccontato tramite un’installazione video.  Karthik Pandian diventa esso stesso scultura, richiamandosi sempre all’immagine di Malvina Hoffman. La pelle, per assomigliare maggiormente allo stereotipo scultureo, viene scurita attraverso l’utilizzo di una tintura marrone, le posizioni assunte sono lente e forzate, a volte sembrano sforzi ginnici come quelli visibili nella statuaria classica. Qui non abbiamo a che fare con una rappresentazione plastica del corpo, semmai è il corpo stesso che deve sforzarsi per trasformarsi in posa scultorea. L’artista mette in scena una vera e propria costruzione d’identità a partire da un modello precostituito. L’intensità del video viene aumentata grazie alla proiezione luminosa dei segni calligrafici sulle pareti della stanza, un antico alfabeto, oscuro e arcano, accompagna i movimenti del corpo-scultura. La sensazione è quella di un’immersione in un tempo diverso, un po’ mitico e un po’ virtuale.

La terza e ultima sala rende più esplicito il messaggio che l’artista vuole comunicare. Una delle opere è infatti la rielaborazione di una stampa, proveniente da un testo etnografico, della scultura della Hoffman. La stampa in bianco e nero viene ricostruita dall’artista per mezzo dell’applicazione del colore, sempre richiamandosi all’idea che un’identità può essere plasmata e ricreata tramite operazioni visive, è l’immagine che la produce. Questo lavoro dialoga intelligentemente con altri piccoli quadri alle pareti, dove compare di nuovo la figura dell’artista in diverse posizioni, abbigliato con turbante e abiti tipicamente tamil, come nelle bandiere iniziali. Il cerchio sembra chiudersi sagacemente quando osserviamo la grande tela su cui è stampata l’immagine del tubetto di colore della Kodak. Compare la scritta Flesh, che significa sia carne sia pelle. L’artista sembra dirci che ogni costruzione è possibile, le immagini di un popolo e di una cultura sono come quelle individuli, cioè infinitamente modificabili, ritoccabili e ricreabili. Le nostre identità sono sempre il frutto di convenzioni visive create da qualcuno che ha il potere di imporre un determinato modello iconico. Questa mostra invita quindi a dubitare, tenendo presente che il modo di vedere gli altri e noi stessi non è mai dato a priori, ma si forma di volta in volta, grazie al dialogo costante tra le tradizioni e le storie dei popoli e la soggettività tipica di ciascuno di noi.

Andrea Grotteschi

Info:

Karthik Pandian. Tamil Man
23 maggio – 25 luglio 2018
Federica Schiavo Gallery
via Michele Barozzi, 6 Milano

1Karthik Pandian, Tamil Man 2018 Installation view at Federica Schiavo Gallery Milano, Room 1 Ph. Andrea Rossetti  Courtesy the artist and Federica Schiavo Gallery

2Karthik Pandian, Tamil Man 2018 Installation view at Federica Schiavo Gallery Milano, Room 3 Ph. Andrea Rossetti  Courtesy the artist and Federica Schiavo Gallery

4Karthik Pandian, Boat Pose, 2018 Ballpoint laser per and laser jet on paper, wood frame 32 x 38 x 3 cm Ph. Andrea Rossetti  Courtesy the artist and Federica Schiavo Gallery

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