La danza arcobaleno di Demian

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Paolo Lupo, in arte Demian, giovane artista torinese è stato recentemente protagonista di una mostra presso la galleria Burning Giraffe di Torino. Sulle pareti bianche della galleria spiccavano quindici coloratissimi quadri riassumenti l’evoluzione estetica dell’artista: da ritrattista dal taglio drammatico, acquista un’autonomia neo espressionista dove i volti prima così carichi di pathos si sfumano in una nube si colori, nascondendo i tratti fisionomici e lasciando sulla tela un alone di mistero.

Nei dipinti della serie Rainbow Dance, per esempio, non è più il guscio dell’essere umano a essere ritratto, ma i partecipanti di questa danza iniziatica sono anime eteree e colorate che Demian cattura e imprime sulla carta: lo sfondo è omogeneo, neutrale, talvolta superfluo, ciò che viene messo in risalto è il colore dell’anima di ciascun personaggio. Così facendo, il colore passa da uno spessore materico a un evanescente acquerellato e i corpi si fanno sempre meno definiti attraverso contorni nebulosi, l’artista cattura il dáimōn platonico, quell’energia spirituale che si cela in ciascuno di noi, e le dà forma, voce ed esistenza.

Questa è una domanda che faccio sempre, dalla sua semplice “banalità” si riesce a trarre l’essenza dell’artista: che cos’è per te l’arte?
Credo che l’arte sia la capacità di credere al proprio bambino interiore e di renderlo felice. Per quanto mi riguarda è dialogare con qualcosa di superiore che alcuni chiamano Dio. Mi rende capace di far emergere e comunicare sentimenti non espressi, dimenticati o repressi. Credo sia una delle più potenti forme di guarigione mai esistite, medicina purissima per l’animo in cerca di pace. Forse è adatta a tutti, o forse no, ma a me consente di vivere leggero e leggiadro le mie giornate; se per qualche motivo ci sto lontano tutto cambia e diventa duro, forzato, difficile, mentale, cerco di controllare il mondo invece di far fluire liberamente le cose come dovrebbe invece essere. È per questo che sono un artista. L’arte è la mia salvezza. L’arte è il mio amore e il modo in cui cerco di comunicarlo al mondo.

Qual’è stato il tuo primo approccio alla pittura? E quindi come si è sviluppato il tuo percorso artistico?
Il mio primo approccio alla pittura è stato viscerale, bollente, sporco e furioso. All’inizio ero un vero e proprio selvaggio, con il tempo ho imparato a diventare più gentile e raffinato. Sono un autodidatta nato e cresciuto. Nella nostra società il vero problema è che “chi sa fa, chi non sa insegna!”, quindi nelle scuole d’arte troviamo in maggioranza persone che purtroppo non ce l’hanno davvero fatta a essere degli artisti, mentre invece dovrebbe essere il contrario, il genio dovrebbe essere a servizio dell’insegnamento. Un tempo i grandi dell’arte erano proprio i Maestri delle Scuole, veri e propri geni al servizio (doppio servizio) dell’Arte e dell’insegnamento ai giovani. Dico questo proprio perché forse c’è stata un po’ di rabbia dentro di me, il mio approccio con la pittura è stato molto difficile poiché ho trovato innumerevoli persone che mi dicevano che ciò che facevo era sbagliato: non andavano oltre nel vedere i miei primi lavori, cercavano di contrastare continuamente il mio sfogo creativo, giudicandolo. C’è da dire che ho iniziato a dipingere abbastanza tardi, oltretutto, come dicevo, in modo totalmente autodidatta e quindi all’inizio ho ricevuto moltissime critiche. La società fatica ad accettare gli artisti “tardivi” e per questo tende a ostacolare chi approda all’arte senza essere stato in passato un “enfant prodige”, io per fortuna ho continuato a seguire la mia strada trasformando le critiche in qualcosa di costruttivo, cercando di capire quando un prodotto artistico è troppo debole e quando invece diventa forte e universalmente apprezzato. E adesso ho anche imparato a perdonarli.

Curiosando tra i cataloghi delle tue mostre passate si può notare uno stacco decisivo: se prima i volti avevano un ruolo cruciale, in Rainbow Dance ci troviamo difronte a ombre dai tratti sfumati… Cosa ti ha portato a questa nuova fase, che oserei definire, neo espressionista?
Nei miei primi lavori ero quasi qualcun altro e facevo molta fatica a riconoscermi, ora sono me stesso; in fondo la vita e la pittura viaggiano parallele. Ho appena cominciato a conoscermi e questo si riflette nei miei quadri: ho imparato a far esplodere il colore rispettando comunque la delicatezza e la rigidità della forma. Credo che l’artista debba crescere insieme al proprio strumento… Insomma c’è una naturale evoluzione per tutte le cose.

Quali sono i programmi per il futuro?
Continuerò il mio percorso di crescita e conoscenza personale attraverso la pittura. Nello specifico inizierò a lavorare a una serie di opere nuove che ho intenzione di presentare l’anno prossimo. Voglio approfondire questo stile, in mostra alla Burning Giraffe, che sento proprio mio  e vedere che cosa succede.

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Paolo Lupo, L’Attesa del Mistico, 2015
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Paolo Lupo, Wallow in the Wind, 2015

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Paolo Lupo, Dream Girl, 2015

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Noemi Eva Cotterchio, vive e lavora a Torino, laureata in Culture Moderne Comparate presso l’università degli studi di Torino, si dedica alla critica e alla “comparazione” delle arti in quanto frutto della passione umana. Attratta da ogni forma d’arte possibile, dalla pittura alle installazioni moderne, dal balletto classico alle performance di improvvisazione, è sempre alla ricerca di quella sottile impronta lirica e personale che rende unica e sublime un’opera artistica.

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