La dimensione nascosta di Marignana Arte

Alla galleria veneziana Marignana Arte è in corso il secondo capitolo del progetto espositivo “The Hidden Dimension”, che vede la partecipazione di Paola Anziché, Maurizio Donzelli, Arthur Duff, Aldo Grazzi, Sophie Ko e Verónica Vázquez. L’intervista alla curatrice Ilaria Bignotti.

The Hidden Dimension, la dimensione nascosta di Edward T. Hall, affronta e analizza la scienza che studia lo spazio e le distanze come atto comunicativo, approfondendo le possibili interpretazioni del distacco che si tende ad anteporre tra sé e gli altri. Il concetto diprossemica, l’interpretazione delle distanze e la sua influenza sulle dinamiche comportamentali si esprime nell’inscindibile legame che si instaura tra spazio e cultura, tra la dimensione espositiva e le opere esposte. Come si sviluppa questa interpretazione spaziale e comunicativa in The Hidden Dimension?
Il progetto espositivo prova a indagare e raccontare i margini e i limiti, ma anche i dialoghi e gli sconfinamenti, tra i linguaggi visuali, lo spazio che li circonda e ambienta, il pubblico, traendo spunto dagli studi di prossemica, disciplina che analizza l’uso dello spazio fisico, e in particolar modo la tendenza a interporre maggiore o minore spazio tra sé e gli altri, come elemento di definizione e, come giustamente sottolinei tu nella seconda domanda, distinzione di cultura. A partire da queste premesse, io e Clarissa Tempestini, che ha curato il primo capitolo del progetto espositivo da febbraio ad aprile, abbiamo chiesto a dodici artisti di riflettere su quali siano le distanze, le relazioni, i dialoghi e i conflitti, anche, che attraverso la loro ricerca pongono tra sé e l’altro inteso come spazio, pubblico, artisti…. L’opera per antonomasia è metafora e specchio, domanda e problema posto al mondo: è fatta di materiali che a loro volta, nella loro prossemica, danno risultati differenti e rispondono in base al loro mettersi in relazione. Nel suo approcciarsi percettivamente e fisicamente con lo spettatore, l’opera scatena reazioni, affinità, contrasti, rifiuti anche. In un’epoca dominata dal virtuale, dalla iper-comunicazione, da realtà digitali e aumentate, questo tema della distanza tra sé e l’altro è cruciale. Abbiamo, contraddittoriamente e provocatoriamente, scelto artisti che lavorano con la materia, che entrano in essa, che intrecciano, tessono, sovrappongono, accumulano, celano, mostrano a furia di strappi, lacerazioni, stratificazioni: artisti che mettono al mondo opere bisognose dell’altro, di un abbraccio o uno schiaffo, opere che coinvolgono, avvolgono, estraniano, anche feriscono, opere che si impongono con ostinata bellezza.

L’uomo, per quanti artifici possa mettere in opera, non potrà mai sradicarsi dalla sua propria cultura originaria, perché essa è così profondamente penetrata nelle pieghe del suo sistema nervoso da determinare la sua percezione del mondo. Gran parte della cultura giace nascosta nellinconscio, fuori dal controllo della volontà“. In questa mostra collettiva, in che modo ogni artista è chiamato a dare la propria interpretazione di prossemica e a esplicitare la propria dimensione nascosta
Va innanzitutto chiarito che come disciplina, la prossemica nasce ai primi anni ’60 negli Stati Uniti d’America: un decennio turbolento e segnato da rivoluzioni sociali e culturali, oltre che da tensioni economiche e politico-diplomatiche, che spinse diversi studiosi a provare ad elaborare nuove modalità di lettura, analisi e soluzione ai problemi del loro tempo. Tra questi, ci provò l’antropologo Edward T. Hall, pubblicando nel 1963 “The hidden dimension”, tradotto in Italia cinque anni più tardi, nel rovente Sessantotto, con una prefazione significativamente firmata da Umberto Eco. Fin dal sottotitolo, “Vicino e lontano: il significato delle distanze tra le persone”, l’attenzione dello studioso consiste nel tentativo di risolvere non con la violenza, ma con una forma di convivenza, il problema dello sviluppo sfrenato della sua civiltà, i conflitti sociali, le conseguenze dettate dal sovraffollamento, dal degrado, dal caos urbano delle grandi metropoli americane. Ne interpreta i risultati, introducendone la versione italiana, Umberto Eco nel 1968: “Riconoscere allora delle diversità profonde nei modi di vivere nello spazio, significa anzitutto sapere che questi modi sono diversi […] mostrare cosa sia in gioco, i pezzi in tavola, le carte da combinare, le leggi delle loro combinazioni possibili […]”. Ora, se è vero che ogni artista è un uomo inserito più o meno nella società, è anche vero che ciascun artista, sulla base della propria storia personale e del proprio modo di sentirsi e viversi nel mondo e nella società, elabora un proprio linguaggio, attuando distanze di sicurezza, relazioni sociali, rapporti con i materiali e con il pubblico sorretti da peculiari, intimi motivi che rispondono al suo essere donna e uomo di questo tempo. Se le opere di Paola Anziché, presenti nel secondo capitolo che ha appena aperto, chiedono allo spettatore di diventare attivo fruitore, interpretando le sue sculture di fibre naturali con azioni e gesti di protezione, nascondimento, coinvolgendo la tattilità, il lavoro di Aldo Grazzi esplora concettualmente il problema del limite e della distanza: le sue reti incise e finissime, che sdoppiandosi creano una prospettiva diafana dello spazio, le sue transenne di perline che chiudono e al contempo fanno vedere gli angoli della stanza, chiedendo un peculiare percorso allo spettatore. Diversamente, i lavori di Maurizio Donzelli, utilizzando la lente prismatica chiedono al pubblico diversi movimenti davanti ad essi, per scoprire o celare le forme organiche che emergono e s’addensano nella profondità dell’opera; le corde colorate che Arthur Duff annoda in dischi celesti, d’altra parte, sono metafore delle reti relazionali e del nostro saper essere dei microcosmi in uno spazio-tempo siderali….Non sono tutti questi modi visuali per interpretare i temi sviluppati da Hall, e provare a dare al pubblico domande, forse anche soluzioni, al suo stare al mondo oggi?

Nonostante lo scritto di Edward T. Hall risalga agli anni ’60, i temi affrontati risultano ancora estremamente attuali. Le distinzioni culturali e le relazioni, il melting pot della multiculturalità apportata da fenomeni odierni, l’impatto delle dinamiche sociali. In che modo ciò si riflette nell’arte? E, nello specifico, qual è la personale risposta di questa mostra?
Il fascino che ha esercitato il testo di Hall e lo spunto offerto dalle sue riflessioni per il progetto espositivo consiste in primis proprio nell’attualità della sua analisi. Come non accorgersi che in un’epoca dove tutti siamo connessi, ci conosciamo, ci spiamo, ci amiamo e perdiamo in un piccolo gesto digitale, il problema del contatto, del corpo a corpo con l’altro nel senso più profondo, doloroso anche, non sia centrale e scottante? Gli artisti, che per sensibilità e coraggio sanno esprimere ciò che scorre come sentimento del tempo nel quale viviamo, sono ben consapevoli di questi temi. Le opere dicono proprio questo, come ho scritto poc’anzi; va anche sottolineato che, come curatori, io e Clarissa abbiamo scelto artisti provenienti da culture e linguaggi diversi: Tyra Tingleff è norvegese, la sua opera pittorica stratifica e svela brume profonde, scava paesaggi dell’anima, ci chiede di relazionarci ad essa con piccoli avvicinamenti di stupore e mistero; Verónica Vázquez è uruguayana: usa e compone, assembla e cuce resti metallici di macchinari tessili, cartamodelli di abiti antichi, così rielaborando, con fili rossi, le origini della sua tradizione e riattivando la grande storia scultorea del Sud America. Arthur Duff nasce a Wiesbaden, vive negli States, ibridando la sua opera di storie personali, immagini astronomiche, tensioni tecnologiche e ritrovamenti minerali…

L’arte contemporanea nell’era digitale e l’isolamento della società intrisa di virtualità sono due aspetti rilevanti nel progetto. Come si esplicano?
Come ti ho risposto nella prima domanda, hai ben colto un elemento cruciale di questa riflessione e progetto. Ti rispondo con delle domande, che costituiscono anche l’incipit del catalogo che stiamo preparando, e che conterrà riproduzioni a colori di tutte le opere e delle vedute della mostra: “Cosa significa parlare oggi, attraverso opere d’arte contemporanea, di dimensione nascosta? In un’epoca in cui il privato è sovra-esposto, indagato, spiato, fino ad assumere i contorni di un pubblico ambiguo e ambivalente; in cui le distanze, i confini, i limiti sono azzerati dalle potenzialità della rete, dal digitale, da una comunicazione che oltrepassa le distanze geografiche e temporali – ma spesso non rispetta quelle culturali – è possibile riconoscere le differenze che ci rendono unici e riconoscibili, e per questo attratti e in relazione agli altri, all’altro da noi? È possibile proteggere ciò che è intimo, prezioso, nostro in quanto individui che solo nella collettività possiamo, pienamente, esprimerci?”

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Aldo Grazzi, Pieno 1 Pieno 2, 1998, cut fiber nets, 230x80cm

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Paola Anziché, Natural Fibers, 2017, natural fibers, eleven elements, Enviromental installation

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Sophie Ko, Sull’infinito gorgo, polittico, pure pigment, 150x70cm 40x70cm

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The Hidden Dimension Chapter II, installation view, Arthur Duff

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The Hidden Dimension Chapter II, installation view, M. Donzelli, A. Duff, A. Grazzi  

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The Hidden Dimension Chapter II, installation view, M. Donzelli, A. Duff, P. Anziché 

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The Hidden Dimension Chapter II, installation view, P. Anziché, S. Ko, A. Duff, V. Velazquez

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The Hidden Dimension Chapter II, installation view, P. Anziché, S. Ko, A. Duff, V. Velazquez

Lo spazio viene analizzato come “sintesi di molti apporti sensoriali: visivi, uditivi, cinestetici, olfattivi e termici“. Prendendo in considerazione invece lo spazio fisico della galleria: come entra in dialogo con le opere? E la città stessa di Venezia per via della sua conformazione, amplifica il concetto di spazialità e di distanze che fanno da fil rouge per il percorso espositivo?
Marignana Arte è una gemma incastonata tra grandi miniere di bellezza: tra Guggenheim e Punta della Dogana, nel sestiere di Dorsoduro, Emanuela Fadalti e Matilde Cadenti, che l’hanno fondata e curano minuziosamente ogni progetto con i professionisti di volta in volta coinvolti, hanno scelto di sviluppare un programma propositivo dedicato alle nuove tendenze dell’arte contemporanea, con peculiari direzioni di scelta estetica e etica. La città di Venezia, la sua conformazione, la sua posizione non solo geografica, ma sociale e culturale, giocano un ruolo stimolante e scatenante nei confronti di ogni progetto espositivo.

Il rapporto tra le opere, l’ambiente in cui sono iscritte e il fruitore. Che percorso espositivo si propone al visitatore?
Le opere esposte e selezionate per questa mostra entrano in profonda dinamica e relazione con gli spazi: alcune si impongono e trasformano il luogo, altre si lasciano assorbire dagli ambienti, altre ancora creano nuove possibili emergenze, sottolineano aree solitamente dimenticate di una stanza, incorniciano e misurano lo spazio della visione con quello dell’esperienza tattile, interrogando il ruolo di un luogo quale contenitore ma anche produttore di storia e cultura. Nel testo che in catalogo introduce e chiude il secondo capitolo che ho curato, sono partita, e tornata per lasciarmela alle spalle, proprio dalla vetrata scorrevole di accesso alla galleria: il primo layer, il primo passaggio che impone e scatena una reazione di distanza e avvicinamento. I visitatori hanno reagito infatti, tutti, in modo libero, diverso, a volte curioso: alcuni hanno solo sostato nella sala segnata dai velari di Grazzi; altri vi si sono immersi, interrogandosi sulle misteriose, sospese transenne angolari; altri hanno toccato una ad una le fibre sculturali di Paola Anziché, curiosi delle loro origini, delle distanze anche geografiche che le mettono in dialogo; il lavoro di Duff, è stato “sdoppiato” ovvero disposto in due sale, due pareti, con effetto di specchiamento: lo sguardo scorreva tra le due opere, muovendosi obliquamente; davanti ai pigmenti addensati o cascanti di Sophie Ko, un gorgo di colori tenui che si spingono dalle viscere di una terra antica, di memoria minerale, e si palesano come impalpabili corpi ai nostri occhi, ho assistito a sguardi ravvicinati, estatiche prese di distanza, alla ricerca di una cartografia del vedere e del sentire…come ho scritto in catalogo: “Non c’è uscita di sicurezza: la porta a vetri ci avverte che il confine è fragile, mutevole. Possiamo stare qua dentro, o uscire al di fuori. Dobbiamo stare in noi stessi, e così entrare in dialogo con l’incommensurabile degli altri. Di cui le opere sono immagine, protesi, tensione.”

La distanza può essere percepibile ma anche invisibile, l’inavvertibile rete di relazioni che si innescano nel nostro inconscio e nel nostro lato interiore.
Credo fermamente che un’opera d’arte sia un modo per riconnetterci con il nostro io più profondo. Siamo così fuggenti a noi stessi, così evasivi ai nostri desideri, che il momento di incontro con l’opera d’arte può davvero essere una occasione salvifica di ricucitura al nostro essere. Non posso pensare diversamente. Un giorno un caro amico artista mi disse: “noi artisti siamo fortunati, non dobbiamo spendere di sedute di psicanalisi. Le facciamo andando in studio tutti i giorni”. Ecco, credo in un certo senso sia così anche per questa mostra. Non aiuta di certo a sentirsi meno soli, in un’epoca così instabile e incerta, ma almeno vorremmo, e parlo anche a nome della galleria, che ci desse modo di sentirci meno lontani da noi stessi.

THE HIDDEN DIMENSION Chapter II
Paola Anziché, Maurizio Donzelli, Arthur Duff, Aldo Grazzi, Sophie Ko, Verónica Vázquez
10.05 – 09.09.2017
Marignana Arte, Venezia

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Laura Rositani

A seguito di una laurea in Lingue e letterature straniere, si specializza in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività culturali presso l'Università Cà Foscari di Venezia. Ha collaborato con diverse gallerie d'arte contemporanea, musei e fondazioni private a Parigi e Amsterdam, per poi tornare a Venezia. Attualmente lavora presso la Fondazione Bonotto.

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