La furia di Jackson Pollock. Nel segno di Michelangelo

Hans Namuth, Painting 'One'. Jackson Pollock - Lee Krasner, 1950

A quattrocentocinquant’anni dalla morte di Michelangelo Buonarroti, Jackson Pollock (1912-1956) ha “debuttato” a Firenze con una mostra (Jackson Pollock. La figura della furia, a cura di Sergio Risaliti e Francesca Campana Comparini, 16.04-27.07.2014) che getta nuova luce sull’apprendistato giovanile del padre dell’action painting americana e sui retroscena più sfuggenti dell’espressionismo astratto.

Hans Namuth, Painting 'One'. Jackson Pollock - Lee Krasner, 1950

Hans Namuth, Painting ‘One’. Jackson Pollock – Lee Krasner, 1950
 

La mostra, bipartita in due sezioni ricavate all’interno della Sala dei Gigli e della Sala della Cancelleria di Palazzo Vecchio, presenta un serrato percorso espositivo (per un totale di 16 opere) che si sviluppa dagli esordi accademici del grande artista americano per giungere fino agli esiti più maturi della sua ricerca espressiva, passando per una selezione di opere appartenenti alla fase intermedia di adesione ai canoni dell’espressionismo astratto (Panel with Four designs, 1934-1938, The Pollock-Krasner Foundation, New York; Square Composition with Horse, 1937-1938, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma; The Water Bull, 1946, Stedelijk Museum, Amsterdam; Earth Worms, 1946, Museum of Art di Tel Aviv). Tra i prestiti dalla Pollock-Krasner Foundation si segnalano inoltre quattro opere grafiche: due incisioni a puntasecca degli anni Quaranta e due serigrafie più tarde.

Jackson Pollock, Senza titolo, 1937-1939, matite colorate e lapis su carta, The Metropolitan Museum of Art, New York

Jackson Pollock, Senza titolo, 1937-1939, matite colorate e lapis su carta, The Metropolitan Museum of Art, New York
 

Lungimirante si è rivelata la scelta di esporre un nucleo di schizzi a lapis e matite colorate degli anni Trenta, tratti dai taccuini giovanili dell’artista e prestati eccezionalmente dal Metropolitan Museum di New York. Nati come semplici esercitazioni accademiche sotto la guida di Thomas Hart Benton, i sei disegni mostrano la propensione pollockiana ad assorbire i ritmi spiraliformi, fiammeggianti del Buonarroti espressi negli affreschi Sistini, così come in numerose figure del Giudizio Universale. Nelle riproduzioni del giovane Pollock i valori figurativi appaiono collaterali al lavoro intensivo sulla linea, la quale risente, già a quest’altezza, di una turbolenza psichica che prefigura in linea d’aria le sismografie sgocciolate degli anni della maturità. A partire dal 1947, infatti, con l’invenzione della tecnica del dripping, l’inconscio dell’artista deflagrerà sulla tela in ammassi di colature filamenti particelle di colore, in un’ottica quasi cosmogonica. “Un pittore moderno – affermava Pollock – non può esprimere la nostra epoca, l’aviazione, l’atomica, la radio nelle forme del Rinascimento”.

Jackson Pollosk, Composition with Black Pouring, 1947, olio e smalto su tela, The Olnick Spanu Collection, New York

Jackson Pollosk, Composition with Black Pouring, 1947, olio e smalto su tela, The Olnick Spanu Collection, New York
 

L’artista non potrà che registrare questo mutamento epocale di paradigma, scivolando dal piano simbolico della rappresentazione a quello performativo dell’evento, dalla verticalità all’orizzontalità. Con Composition with Black Pouring (1947, The Olnick Spanu Collection, New York), dipinto carissimo a Pollock, in seguito donato al fotografo Hans Namuth, e Painting A (1950, Galleria Nazionale d’arte moderna, Roma) Jackson Pollock ha definitivamente voltato le spalle alla pittura da cavalletto. Con queste due opere si conclude idealmente la vicenda artistica del padre dell’action painting. Al termine della mostra si spiega anche il significato del titolo. Se la “furia della figura” è l’espressione con cui il teorico rinascimentale Giovanni Paolo Laomazzi definì il moto ascensionale a spirale, dinamico, “simile alla fiamma”, caratteristico di molte invenzioni michelangiolesche, la “figura della furia”, ovvero la codificazione più intensa del furore, inteso nella sua accezione di incontenibile pulsione creativa, spetta di diritto proprio a “Jack the Dripper”.

Désirée Soave

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1 Comment

  1. Ravecca Massimo says: Rispondi

    Ciò che caratterizza il genio è spesso la presenza di processi ricorsivi nelle opere, anche in modo inconsapevole. Come il moltiplicarsi all’infinito dell’immagine di un oggetto posto tra due specchi piani paralleli. Pollock aveva elementi ricorsivi nelle sue opere, che hanno permesso di riconoscere i falsi che ne sono assenti. Ciò dovuto alla presenza in piccola scala di frattali nei suoi disegni che sono ricorsivi per definizione e per natura. In Michelangelo è presente direttamente il gioco di specchi. Ad esempio nella Cappella Sistina. Nella Creazione dell’uomo, le mani del Padre toccano il futuro Figlio dell’uomo, e sono protese verso Adamo, in modo similare. Simili nella Caduta dell’uomo sono l’angelo e il serpente tentatore. L’angelo e il serpente sono speculari. Sembrano dei gemelli. Simili sono Aman crocifisso nella Volta della Cappella Sistina e il Gesù del Giudizio Universale sulla parete d’altare. Gesù morì sulla croce interpretando anche la parte di Aman in un carnevale ebraico? In tal senso il “non finito” di Michelangelo è associabile alla “non forma” di Pollock, perché entrambi frutto, o portatori di processi ricorsivi-speculari. Cfr. Ebook (amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.

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