La Grande Madre. Fare la storia dell’Arte

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Prima di perderci nelle public relations e negli opening; prima di specializzarci in un ramo piuttosto che in un altro; prima ancora di capire come funzionasse sul serio quello strano agglomerato di gallerie, musei e case d’aste; prima di tutto questo, lì, c’eravamo noi. Giovani, curiosi e forse un po’ annoiati che un giorno si sono ritrovati, per puro caso, con un grande libro in mano, un libro pieno di immagini, colori e figure affascinanti. Quel tripudio d’immagini patinate, quell’odore un po’ speciale che solo quel libro lì riusciva a emanare, quella sete di conoscenza e curiosità, tutto ciò ci teneva incollati a quelle pagine e stimolava la nostra sensibilità. Prima ancora che ce ne accorgessimo, stavamo già imparando. E’ lì che ci riporta La Grande Madre, in maniera forse inconsapevole, ci catapulta nella nostra infanzia, e a farlo non è solo il leitmotiv dell’intera mostra, ma il suo modo di presentarsi ai nostri occhi: prismatica, affascinante e debordante di storia e informazioni. Si vaga sperduti, un po’ spaesati, sedotti da quel costante mutamento, che coinvolge opere e allestimenti, si passano in rassegna le teche, i documenti, i disegni, ma poi l’attenzione viene richiamata da una grande installazione, da un video o da una musica poco lontana e, all’improvviso, ci si ritrova sdraiati e ipnotizzati di nuovo da quel vortice di colori.

La Grande Madre è una grande mostra, che ci insegna e ci ricorda cosa vuol dire fare la storia dell’arte. Nessuna colpa dunque nel prendere un tema, apparentemente “facile” e studiarne gli sviluppi in un centenario della nostra storia, no: a Massimiliano Gioni va il merito di ri-insegnarci a studiare, o quanto meno a ricordarci come si fa. Quello della mostra è un percorso chiaro, tuttavia difficile da riassumere in poche righe. La figura della donna viene scandagliata fin nei minimi dettagli, tracciando la storia di quella che è stata una lunga e sofferta evoluzione verso l’emancipazione. Una storia che acquisisce potenza con il trascorrere dei decenni e che solo pian piano trova le sue conferme in una società sempre un po’ in ritardo rispetto ai diritti umani. Dalle piacevoli e delicate rivendicazioni di Alice Guy-Blaché, prima donna regista del 900, alle affascinanti riflessioni di Rosa Rosà, fino ad arrivare a proteste dai toni più forti e aggressivi come quelle di Lynda Benglis, Dorothy Iannone, VALIE EXPORT e molte altre. Ma non si è solo di fronte a un crescendo di consapevolezze e di rispetto verso le donne, si è davanti a una storia dai toni caldi che sembra essere raccontata sempre dalla stessa voce, quella della donna-madre che descrive con gli occhi dell’amore ciò che ha messo al mondo. Una tematica che, in fin dei conti, riesce ad addolcire qualsiasi artista presente in mostra e che ci permette di poter ammirare un’accogliente Sarah Lucas, una riflessiva Rachel Harrison e una materna Catherine Opie. Notevolissime anche le opere in mostra dei loro colleghi uomini, tra cui colpiscono i 48 collage di Max Ernst, la sempre magica Madonna che ride di Gino De Dominicis, il buon Ragnar Kjartansson con il suo duraturo Me and My Mother, Thomas Bayrle con la Madonna Mercedes e l’imponente installazione Amazing Grace di Nari War.

Dal momento in cui Gioni è consapevole di star facendo la storia (non nel senso di passare alla storia, ma nel senso di costruirne una) non dimentica il cinema e attraverso l’inserimento di piccoli e discreti fotogrammi, che passano inosservati ai più, racconta la figura della donna anche attraverso l’occhio di grandi registi cinematografici come Fellini, Pasolini e Rossellini. Così che la mostra possa proseguire fin dentro le nostre case e quei piccoli fotogrammi disseminati si trasformino in una serata davanti a un classico del nostro secolo. Se è di continuità che si parla non si può sottovalutare la brochure di sala che accompagna l’intera mostra. La fondazione Trussardi me ne vorrà, ma non riportatelo indietro per avere uno sconto sul catalogo, come scritto nell’ultima pagina. Portatelo a casa. La mostra non finisce negli spazi di Palazzo Reale, ma prosegue nella storia che è racchiusa lì. Nel 1913 l’infermiera newyorkese Margaret Sanger chiamava il suo volume per consulenza delle donne in gravidanza What every mother should know. Oggi questa mostra, nel suo piccolo, offre la possibilità di rispolverare e di scoprire un’importante storia del nostro secolo, una storia fatta di diritti umani e privazioni, una storia che dovrebbe essere conosciuta da tutti per evitare facili valutazioni, errori e tanta ignoranza. In poche parole: The Great Mother: What Everybody Should Know.

Più immagini della mostra la Grande Madre, a Palazzo Reale (Piazza Duomo 12, Milano) dal 26 Agosto al 15 Novembre, 2015 qui

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Pipilotti Rist Mother, Son & the Holy Milanese Garden [Madre, figlio e il santo giardino milanese], 2002/2015. Courtesy Pipilotti Rist; Hauser & Wirth; Luhring Augustine, New York 

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Rachel Harrison Untitled (Perth Amboy), 2001 C-print, 50.5 x 39.1 cm Courtesy Rachel Harrison e Greene Naftali, New York

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Gillian Wearing Self Portrait as My Mother Jean Gregory [Autoritratto come mia madre Jean Gregory], 2003 © Gillian Wearing. Courtesy Maureen Paley, London

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Alberta Romano

Alberta Romano (Pescara, 1991) è laureata in Storia dell'Arte all'Università di Roma la Sapienza e in Pratiche Curatoriali presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Vive a Milano dove lavora come curatrice stabile per t-space, social-media manager di Artshell e contributor per Juliet Art Magazine. E' tra gli studenti di CAMPO16, il master curatoriale della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e ha precedentemente collaborato come assistente per la Galleria Chert di Berlino, per Claudio Guenzani e per Viafarini DOCVA a Milano.

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