La sartoria secolare di Olimpia Biasi nell’orto botanico più antico del mondo

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Si staglia, su un grigio-bianco orizzonte trevigiano di febbraio, l’inarrivabile e fertile casa-atelier di Olimpia Biasi. Inarrivabile, per lunghezza, una misura rosa a cui è accostato il verde del suo famoso giardino, una parete viva su un prevedibile sfondo invernale.  E proprio lì dentro, come in una scuderia, si possono vedere le opere in preparazione o i vuoti di quelle già in corsa in qualche museo, come i lavori per l’Orto Botanico di Padova, raccolti sotto il nome di Viriditas, in mostra fino al 1 maggio 2018.

Ma è un continuo gioco di contrasti, quello della Biasi che, proprio nella mostra in corso all’Orto Botanico, promossa dall’Università di Padova, vuole raccontare la forza primordiale e perpetua delle erbe, delle bave, degli insetti che popolano e animano quella “viridità” impressa invece in leggerissimi supporti fatti di filamenti e garze traverso cui ancora passa l’aria, alimentando e tenendo in vita un secco microcosmo. E non poteva esserci luogo più evocativo dell’Hortus Patavinus (primo orto botanico universitario al mondo, risalente al 1545) per realizzare questa personale dell’artista trevigiana, curata da Virginia Baradel. Le opere della Biasi si pongono così in dialogo con il padre dei giardini, collocandosi negli spazi espositivi interni (le garze, gli erbari, i disegni, i teleri) e all’aperto, con tre installazioni inserite tra piante, alberi e l’acqua.

Ovunque siano posti, questi lavori vivono della contrapposizione nel vederli appesi e leggeri, legati però ad una simbologia che dove non è truce e pesante, è fortissima nell’esprimere la vitalità e l’espressione cosmica dell’essere. Ed ecco che quel filo cucito tra foglie e farfalle, diventa filo conduttore con Ildegarda di Bingen, «la mistica tedesca da cui provengono i fili dell’immaginazione, che affiancati dal fare manuale e sollecito del lavoro femminile e di cultura ispirano gli ultimi lavori della Biasi» scrive la curatrice. La natura stessa, femmina, si evolve e raddoppia con questo lavoro femminile espresso nell’opera di Olimpia Biasi, dall’uso del filo alla coltivazione, dalla raccolta di semi agli intrecci di erbe. Un interesse, quello dell’artista, che defluisce spontaneamente in molte altre opere, come i Diari impressi con la grafite che pensano a Frida Kahlo, agli esibizionisti freak sofferenti di Diane Arbus o alla stessa Ildegarda. Non si riconosce, fortunatamente, uno stile costante in tutte le opere appese al muro, appoggiate alle pareti o sui tavoli, ci sono grandi tele monocromatiche, sapientemente riempite come nella serie Cielo calpestabile, dove si frantuma il valore poetico dell’estensione celeste, ormai lottizzata e catalogata secondo le misure impraticabili degli aerei o dei catasti.

La trasformazione avviene repentina, subito il colore cede il passo al disegno, ora di tendenza, completamente controcorrente al momento dell’esecuzione. Ma si rivedono quegli animali scomposti a ricomporre le tavole di Biasi, lupi aquile e topi in una caccia al rosso tra i segni della grafite, che delineano i connotati dell’Homo-homini-lupus. Sono quegli stessi segni poi a trasformarsi in ferro da cantiere per dare forma all’anima sottile di una farfalla, “in-telata” nel modo in cui quel filo da cucito ritorna ad essere il conduttore narrante di un’opera totale, artigianale quanto irrimediabilmente legata al pensiero e alla parola. «Ma l’arte di un artista non dev’essere perentoria» dice Olimpia Biasi e lo dice come fosse l’unica vera legge a cui crede, nel fare e nell’apprezzare ciò che le sta intorno.

«C’è chi ha questa febbre» continua «una dannazione e una magia», quella di voler esprimere il mondo in altri modi e credere di riuscire a farlo deragliare. Una speranza e, sembra, un augurio, perché Biasi lo ammette «mi annoio a vedere e fare sempre le stesse cose». Ed eccola allora la magia dell’arte, scoprire continuamente un oriente, ma dietro un tavolo o una tela; sono proprio i ritratti a sorprendere Olimpia Biasi, in quello che lei stessa definisce come un «inventare le persone». E torna quel filo da cucito che si fa incisione o pennello nel ripescare un saper fare ormai perduto nella tendenza e nella ripetizione. Un filo capace di riunire i secoli, dalle crociate al contemporaneo, in perle o foglie dalle sfaccettature diverse ma della stessa medesima grandezza. Una raccolta artistica, vaga impronta di un’utopia, e, proprio come dovevano essere gli erbari per i medici, un farmaco per trasformare una fitta in qualcosa di meno doloroso.

Roberta Durante

bOlimpia Biasi, Paradisi, 2015, mixed technique on paper, private collection

cOlimpia Biasi, Erbari, 2015, mixed technique on paper, private collection

dOlimpia Biasi, Garza dei semi e delle foglie (detail), 2017, multi-material collage on gauze, private collection

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