La valorizzazione dell’arte pubblica attraverso la conservazione: Seme d’Arancia e Il Seme dell’Altissimo di Emilio Isgrò

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Le opere di Emilio Isgrò nascono dalla capacità dell’artista di osservare e analizzare la società, cogliendone con acutezza caratteristiche e cambiamenti, ma anche rischi e tendenze negative che in essa dilagano. Pur non avendo intenti moralisti, né atteggiamenti da censore, Emilio Isgrò porta nei suoi lavori una dimensione etica, necessaria come assunzione di responsabilità di fronte al proprio operato e di fronte al proprio pubblico. [1] Utilizzando una forma di comunicazione principalmente rivolta verso l’esterno, l’artista è in grado di coinvolgere emotivamente e fisicamente i suoi fruitori, facendosi portatore di messaggi sociali. Nel 1972 l’artista presenta a Milano, presso lo Studio Sant’Andrea, l’installazione L’avventurosa vita di Emilio Isgrò nelle testimonianze di uomini di Stato, scrittori, artisti, parlamentari, attori, parenti, familiari, amici, anonimi cittadini. Complessivamente sessanta pezzi compongono l’opera, ciascuno illuminato da una torcia elettrica, simili a quelle che la polizia segreta di Hitler o di Stalin utilizzavano per far confessare i poveri inquisiti. All’entrata del pubblico, qualche pila inizia a palpitare, qualcun’altra si abbandona all’emissione di una languida luce, le più resistenti conservano invariata la propria intensità. L’effetto, tanto imprevisto quanto drammatico, risulta coinvolgente per ciascun ospite di quella serata e Isgrò decide di conservarlo per tutti i successivi allestimenti. [2] Nel 1979 l’artista occupa la Rotonda di Via Besana a Milano con quindici pianoforti per la realizzazione dell’opera Chopin. Il pubblico avverte l’installazione come sacra, si scorgono segni della croce e volti affascinati ed entusiasti. [3] È il successo di quest’opera che fa sì che il Comune di Gibellina affidi proprio a Emilio Isgrò il progetto e la composizione della Orestea. L’opera è una celebrazione della rifondazione della vecchia città distrutta dal terremoto e si trasforma ben presto in un inno alla forza e alla tenacia di quel popolo siciliano[4] La partecipazione della città è corale, la familiarità del dramma e la volontà di risorgere rendono il pubblico protagonista e partecipe. [5] Nel 1986 l’artista si lascia ispirare dal tragico attentato alla stazione ferroviaria di Bologna, realizzando l’opera L’ora italiana, installata presso il Museo Civico Archeologico della città. L’orologio sopravvissuto all’esplosione viene moltiplicato in venti orologi, che battono tutti ore diverse. Il suono del ticchettio sfalsato rende l’ambiente, in cui è esposta l’opera, suggestivo ed evocativo e la risposta dei visitatori risulta molto forte, con pianti e reazioni emotive. [6]

A partire dal 2000 Isgrò inizia a inserire nelle proprie opere formiche e api, come a Livorno, per l’antica Libreria Belforte, con l’installazione Le api della Torah (2001), e a Padula, in una cella della Certosa di San Lorenzo, con Il Padrenostro delle formiche (2004). Operosità, speranza, lavoro collettivo, segni positivi per l’artista, proprio come le cancellature. Le api che resistono all’inquinamento che l’uomo produce, portatrici di sapienza millenaria, suggendo il miele dai fiori delle grandi culture mediterranee, rappresentano la potenziale “impollinazione” per lo sviluppo umano, un segnale di fiducia a un’Europa che sembra sgretolarsi sotto il peso della sua stessa storia. [7] L’invasione delle formiche è invece l’invasione di chi vuole rischiare e intraprendere in un mondo di morti. [8] Nel 2011 Emilio Isgrò realizza La Costituzione cancellata, opera secca, asciutta, libera da toni inutilmente provocatori. L’artista, nel suo atto di cancellare, non esprime la finalità di eliminare, in parte o nella sua totalità, il patto civile siglato con il popolo ma, al contrario, di segnalare il rischio che, in un momento di forte crisi del Paese, tale patto sia brutalmente cancellato. [9] Quelle descritte in questo breve percorso sono opere calate nelle problematiche attuali di una società complessa e spesso disorientata, lavori in grado di raccontare luoghi, persone, momenti e attimi cruciali nella storia dell’umanità, installazioni che offrono realtà alternative, punti di vista differenti, spazi di speranza. Nel mirino c’è il pubblico, sia lo spettatore un bambino o un adulto, un critico o un giornalista, il cittadino di una terra conosciuta o un anonimo passante. Emilio Isgrò sceglie un’arte impegnata, capace di veicolare messaggi sociali, in continuo dialogo con le vecchie e le nuove generazioni, un’arte che non invecchia e che continua ininterrottamente a parlare

il seme dell'altissimo copia

Il Seme dell’Altissimo, 2015, marmo bianco Altissimo, dimensione ambientale © Archivio Emilio Isgrò (Foto A. Valentini).

Seme d'arancia

Seme d’arancia, 1998, fiberglass e scorie vulcaniche, dimensione ambientale © Archivio Emilio Isgrò.

una indivisibile minorata copia

Una indivisibile minorata, 2010, libro e tecnica mista, cm 77 x 103 © Archivio Emilio Isgrò.

Con questo sguardo e con questo occhio critico devono essere guardate e analizzate le due opere pubbliche realizzate dall’artista, Seme d’Arancia prima, installata nel 1998 a Barcellona Pozzo di Gotto, terra natia di Isgrò, e Il Seme dell’Altissimo, recentemente realizzata a Milano, sua città di adozione. Opere simili, ma costruite con materiali e finalità differenti, in fasi diverse del percorso artistico dello scultore, entrambe nascono dal rapporto con il territorio, dallo studio e dalla conoscenza delle tradizioni, delle caratteristiche naturali, delle eccellenze e delle tipiche produzioni. Realizzata in tufo, la pietra degli antichi templi della Magna Grecia, resina e scorie vulcaniche, Seme d’Arancia è simbolo di prosperità e invito al riscatto civile e sociale per il popolo della Sicilia e per le genti del Mediterraneo. L’opera mantiene vivo il rapporto con la terra in cui è collocata, sia essa l’isola, sia essa la penisola, sia essa continente, in ogni caso luogo deputato alla produzione di cultura universale. [10] La scultura è realizzata ingrandendo un seme d’arancia fino a raggiungere i mt 7 di altezza, trasformando un piccolo elemento prodotto dal ciclo della natura in un simbolo di rinascita culturale, speranza, fiducia verso un mondo che può e vuole cambiare. Destinato, nel tempo, a cancellarsi nel frutto, il seme è un’allusione al processo di morte e rinascita. [11] L’opera è collocata nella piazza della vecchia stazione, da cui in passato partivano treni carichi di essenze, con destinazione Parigi, Londra, Milano. Isgrò decide allora di dedicare l’opera alla riscossa di quella terra florida, a quella terra di produttori, di agrumai; alla storia di una terra di aromi e profumieri, di lavoratori e commercianti, alla forza di quelle donne che lavoravano di notte e meticolosamente cavavano le essenze dalla buccia. [12]

Strettamente legata al luogo per il quale è stata pensata e progettata, soprattutto nel suo valore simbolico, nel 2011 Seme d’Arancia incontra l’ostilità della giunta di centrodestra e del Sindaco Nania, da poco eletto. Il Primo Cittadino avvia lo smantellamento della scultura, proponendone una nuova installazione nei pressi del giardino zen progettato dall’artista Idetoshi Nagasawa, descrivendo l’operazione come una “premura”, una ricollocazione in un sito di maggior pregio e più profondo significato. [13] Emilio Isgrò, messo al corrente dell’azione di smontaggio da amici e colleghi in protesta, Ludovico Corrao in primis, tenuto all’oscuro dal Sindaco e dai suoi dipendenti, accusa l’amministrazione di distruggere il messaggio di fiducia e speranza che l’opera vuole trasmettere alle nuove generazioni, privando la città di un bene intellettuale e morale. [14] A difesa dell’opera scendono in campo anche Achille Bonito Oliva e Alfonso Leto, che con parole dure e taglienti denunciano l’intollerabile gesto. A ostacolare l’operazione e a porre fine al progetto di ricollocazione sono però i cittadini, i barcellonesi insorgono e ottengono che il Seme venga ripristinato dov’era e com’era. Nel 2012, grazie all’intervento della nuova amministrazione, l’opera è salva, in tutte le sue componenti, nella sua collocazione e nei suoi significati. Solo nel 2014 però si apre realmente un nuovo capitolo per il Seme d’Arancia, quando il Comune e la Fondazione di Comunità di Messina annunciano l’inizio delle attività di restauro, in collaborazione con il Museo Regionale d’Arte Contemporanea Palazzo Riso. Dal 1998, anno in cui l’opera viene donata alla città, sono passati oltre quindici anni. Il tempo trascorso si manifesta ormai nelle giunture, nell’obsolescenza della vetro-resina, nello strato superficiale della scultura, incapace di svolgere la sua funzione estetica e protettiva, e nei tanti atti vandalici a vernice spray. [15] L’intervento è affidato a Francesco Mannuccia ed eseguito dalla società specializzata L’ISOLA. Marco Bazzini, direttore del Centro d’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, cura invece il progetto partecipato, con l’apertura del cantiere al pubblico, l’organizzazione di visite guidate e laboratori didattici, al fine di coinvolgere l’intera cittadinanza. L’episodio, seppur a lieto fine, ha reso evidente la fragilità di un’opera pubblica e la sua dipendenza dalle dispute tra fazioni politiche avverse. A prescindere da quanto questa sia ormai entrata a pieno regime nella vita e nella quotidianità dei cittadini, la sua sopravvivenza sarà sempre messa a rischio dalle decisioni di sindaci e giunte, dai cambi di amministrazione, dalle dimostrazioni di forza e da nuovi presunti piani di riqualificazione. Il rischio di demolizione o reinstallazione in luogo da definirsi aumenterà poi con il manifestarsi dei problemi di deterioramento, causati dalla totale assenza di piani di manutenzione e conservazione. Seme d’Arancia, nel corso degli anni, prima dell’intervento di restauro, perdeva progressivamente la sua capacità comunicativa, essendo il suo aspetto e la sua consistenza materica il principale veicolo attraverso cui trasferire il messaggio dell’opera ai suoi fruitori, un messaggio sociale positivo, di ripresa e riscatto, di rinascita e rinnovamento, in grado di tenere in sé, al tempo stesso, il ricordo delle tradizioni del passato e la speranza del presente e del futuro. Azzerata questa sua capacità, diventato irreversibile il suo deterioramento, la scultura avrebbe smesso di dialogare con l’ambiente e con i suoi cittadini, comunicando solo il suo abbandono da parte delle Istituzioni che l’avevano voluta e finanziata, avviandosi a diventare un relitto da smantellare. Per fortuna il restauro ha riconsegnato l’opera alla città, consentendole di continuare, come ha fatto nel corso degli anni, a produrre la riqualificazione auspicata, rendendosi seme propulsore di una terra ancora capace di germogliare. Sviluppato in mt 7 d’altezza, ingrandito per un miliardo e cinquecento milioni di volte rispetto alle dimensioni reali, Il Seme dell’Altissimo trova nel Seme d’Arancia la sua origine, rappresentando la scelta di Emilio Isgrò di portare a Milano, nella sua città di adozione, un’opera simbolica del suo percorso artistico. Collocata all’ingresso principale dell’Expo Center, la scultura ha la funzione di accogliere i visitatori giunti da ogni parte del mondo, rappresentando l’Italia e le sue tipiche eccellenze. Grazie al contributo dell’Henraux SpA, l’artista ha potuto realizzare il suo Seme utilizzando il pregiatissimo marmo bianco Altissimo, scoperto da Michelangelo ma da lui mai adoperato, estratto dalla cava delle Cervaiole del Monte Altissimo a Serravezza. L’opera poggia su un ventaglio di gradoni di Versilys, altro marmo pregiato, grigio, anch’esso proveniente dallo stesso monte. Grazie al contributo dell’azienda milanese Mapei, l’opera è stata trattata con prodotti antiefflorescenze, idrorepellenti e resistenti alla muffa, che ne garantiranno una più duratura conservazione. [16]

Seppur simile nell’aspetto e nelle dimensioni, Il Seme dell’Altissimo non si differenzia dalla scultura siciliana solo per la scelta dei materiali, più poveri per l’opera del 1998, pregiatissimi per quella del 2015, ma trova nel luogo di collocamento lo scopo della sua creazione e i suoi nuovi molteplici significati. È infatti l’evento stesso, Milano Expo 2015, a segnare la traiettoria concettuale della scultura, attraverso il suo ormai noto payoff «Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita». Non più quindi una rappresentazione delle tradizioni di Barcellona Pozzo di Gotto, non solo l’immagine del seme e del frutto che veniva esportato dalla Sicilia, non più solo il simbolo della fecondazione, della vita, della ricchezza della terra. A primo impatto una di quelle manipolazioni genetiche che hanno complicato il soggiorno dell’uomo sulla terra, in realtà una manipolazione dell’arte che inviti l’uomo a riflettere, incitandolo, seppur attraverso l’immaginazione, ad avere più coraggio. Bisogna avere la forza di trasformare qualcosa di piccolo in grande, un’idea in una progetto concreto, così come un minuscolo seme è in grado di farsi prima albero, poi frutto, benessere fisico ed economico. «E là dove un artista, proprio all’Expo, nel cuore di un’Italia che cambia, osa impiantare un Seme alto sette metri, è assai probabile che prima o poi, là vicino o in un luogo non troppo distante, qualcuno si decida a impiantare una fabbrica di nuovo tipo, un’azienda capace di produrre qualcosa. A questo serve l’arte: a dare più coraggio ai coraggiosi». [17]

[1] G. Bortolotti, A. Broggi, Intervista con Emilio Isgrò. 2008, in «GAMMM literature / criticism / installation(s) / research», 28 settembre 2008, alla pagina web (ultima consultazione: 28 settembre 2015).
[2] Autocurriculum, p. 15, consultabile alla pagina web (data del download: 17 giugno 2014).
[3] Ivi, p. 17.
[4] Ibidem.
[5] Isgrò. 1971 2007, catalogo della mostra (Roma, 14 maggio-16 settembre 2007), a cura di E. Ravenna Fiorentini, Roma, 2007.
[6] Autocurriculum, p. 19.
[7] La citazione è estratta dal comunicato stampa della mostra Emilio Isgrò – Epigrafi cancellate da api scatenate, a cura di Marco Bazzini, tenutasi presso il Museo Archeologico Regionale Eoliano “Luigi Bernabò Brea” di Lipari (Messina), dal 08 agosto 2013 al 06 ottobre 2015. Il CS è disponibile alla pagina web (ultima consultazione: 30 settembre 2015).
[8] C. Perer, “Sogno una nuova Italia” – L’artista commenta il panorama culturale italiano: desolante. Intervista a Emilio Isgrò, in «Giornale Sentire», 14 dicembre 2012, alla pagina web (ultima consultazione: 30 settembre 2015).
[9] Autocurriculum, p. 24.
[10] Isgrò. 1971 2007, catalogo della mostra (Roma, 14 maggio-16 settembre 2007), a cura di E. Ravenna Fiorentini, Roma, 2007.
[11] Emilio Isgrò. Disobbedisco. Sbarco a Marsala e altre Sicilie, catalogo della mostra (Marsala, 13 maggio-19 settembre 2010), Milano, Silvana Editoriale, 2010, pp. 19-20, consultabile alla pagina web (data del download: 29 gennaio 2014).
[12] M. Meneguzzo, Quarantanove aforismi su Isgrò e un’intervista con Emilio, Milano, Galleria Gruppo Credito Valtellinese, 2008, p. 55, consultabile alla pagina web (data del download: 29 gennaio 2014).
[13] Helga Marsala, Storia di un Seme d’Arancia. Lieto fine per la grande scultura di Emilio Isgrò a Barcellona Pozzo di Gotto. Scongiurato il trasferimento, partono i restauri. Con una mostra di Ferdinando Scianna, in «Artribune.com», 12 gennaio 2014, consultabile alla pagina web (ultima consultazione: 28 settembre 2015).
[14] G. Lo Bianco, Barcellona Pozzo di Gotto, il simbolo dell’antimafia nascosto nel giardino zen, in «Il Fatto Quotidiano», 27 agosto 2011, consultabile alla pagina web (ultima consultazione: 30 settembre 2015).
[15] SiciliaInformazioni, “Il cantiere del Seme d’Arancia”. Restauro partecipato dell’opera di Emilio Isgrò, in «SiciliaInformazioni.com», 15 marzo 2014, disponibile alla pagina web (ultima consultazione: 30 settembre 2015).
[16] Le informazioni sono state reperite alla pagina web (ultima consultazione: 4 ottobre 2015).
[17] E. Isgrò, L’opera che marcherà l’esposizione di Milano nelle parole dell’artista che l’ha concepita. Isgrò: «Il mio seme d’arancia di 7 metri porta il Mediterraneo all’Expo». L’artista: «Questa città è forse carica di vizi, ma trabocca di speranza e futuro», in «Corriere della Sera Milano.it», 8 marzo 2015, alla pagina web (ultima consultazione: 5 ottobre 2015).

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Annalisa Ferraro

Storica dell'arte, specializzata nella valorizzazione e conservazione dell'arte contemporanea.

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