La valorizzazione dell’arte pubblica attraverso la conservazione: intervista a Emilio Isgrò

seme

Continua e si conclude il focus sulla valorizzazione dell’arte pubblica attraverso la conservazione con quest’intervista a Emilio Isgrò. Qui la precedente pubblicazione sull’opera pubblica dell’artista.

Pier Luigi Sacco sostiene che «l’arte nello spazio pubblico può divenire una straordinaria piattaforma esperienziale di mediazione, sperimentazione e dialogo». [1] Eppure, come scrive Alessandra Donati, «la reazione dei cittadini ai nuovi “Post-Monumenti” è spesso negativa, di rifiuto». [2] È proprio dai cittadini che il più delle volte arrivano le contestazioni, le critiche più feroci, le raccolte di firme per la rimozione. Che cosa manca a questi progetti per poter essere condivisi, compresi e apprezzati dalla popolazione? Fin dove arriva il ruolo dell’artista nella divulgazione del messaggio dell’opera e dei suoi molteplici significati, dove invece è necessario che subentrino le istituzioni?
Credo che a queste opere venga a mancare il coinvolgimento reale dei cittadini. Spesso le cosiddette opere pubbliche vengono letteralmente calate dall’alto e non vengono portate al pubblico con quell’amore, oserei dire pedagogico, che forse non alienerebbe il pubblico stesso. Spesso sono calate come imposizioni, quando invece il pubblico va educato all’arte e questo possono farlo un po’ le istituzioni, un po’ gli artisti, non certo un’arte finanziaria che punta su altri valori, come accade oggi.

Nel 2011 la sua scultura pubblica Seme d’Arancia (1998) rischia lo smantellamento. I barcellonesi insorgono e ottengono che il Seme venga ripristinato dov’era e com’era, dimostrando un legame profondo con l’opera e con i suoi significati. Aldilà dell’indiscutibile valore artistico dell’opera, cosa crede possa essere intervenuto a determinare un atteggiamento positivo da parte dei cittadini? La riconoscibilità del seme, nell’aspetto dell’opera e nelle sue connessioni storico-territoriali, possono aver favorito l’accettazione della scultura da parte dei barcellonesi?
Credo che i barcellonesi abbiano finito per accettare il Seme d’Arancia, nonostante certe prime resistenze iniziali, proprio perché era un simbolo che parlava al loro inconscio. Quella era una terra d’arance, quando l’economia delle arance era l’economia tout court della città, produttiva e creatrice di un certo benessere, per quanto allora ci fossero situazioni di sfruttamento, soprattutto di lavoro femminile, ma certamente era un segnale positivo per l’epoca. Quindi i barcellonesi che hanno sostenuto il seme si sono ricordati di tutto questo e l’hanno visto come un segno positivo.

Lei ha dovuto lottare per superare la triste vicenda riguardante la ricollocazione della sua opera nei pressi del giardino zen progettato dall’artista Idetoshi Nagasawa e ha dovuto insistere sul valore intellettuale e morale di Seme d’Arancia. Recentemente ha realizzato Il Seme dell’Altissimo (2015), installazione collocata all’ingresso principale dell’Expo Center di Milano. Ha ritenuto di dover modificare il suo rapporto con le istituzioni, attraverso comportamenti precauzionali a garanzia della conservazione dell’opera e della sua collocazione?
Devo dire che per il Seme dell’Expo ho avuto meno problemi, anzi nessuno, nel senso che sia l’assessore alla cultura di Milano, Filippo Del Corno, sia il commissario straordinario dell’Expo, Beppe Sala, da Del Corno coinvolto, hanno accettato l’idea con entusiasmo. Il terreno era già arato e dunque fertile.

Seme d’Arancia è stata realizzata in tufo, resina e scorie vulcaniche. Dal 1998, anno in cui l’opera viene donata alla città, fino al 2014, anno in cui il Comune e la Fondazione di Comunità di Messina annunciano l’inizio delle attività di restauro, sono passati oltre quindici anni. Il tempo trascorso si manifesta nelle giunture, nell’obsolescenza della vetro-resina, nello strato superficiale della scultura, incapace di svolgere la sua funzione estetica e protettiva, e nei tanti atti vandalici a vernice spray. [3] Pensa che adesso, dopo il completamento del restauro affidato a Francesco Mannuccia ed eseguito dalla società specializzata L’ISOLA, l’opera sarà sottoposta a un piano di monitoraggio e di manutenzione ordinaria?
Credo che questa sia l’intenzione della Fondazione di Comunità di Messina alla quale l’opera è stata affidata. L’opera è della Fondazione non del Comune di Barcellona, anche se la città di Barcellona ne fruisce, naturalmente. Credo che il progetto sarà oggetto continuo di monitoraggio, la Fondazione è molto attenta agli sviluppi culturali della provincia di Messina e della Sicilia in genere.

Il restauro di Seme d’Arancia ha previsto la totale rimozione delle trasformazioni che l’opera aveva subito nel corso degli anni o le indicazioni da lei fornite agli operatori incaricati hanno previsto la conservazione di alcuni dei segni lasciati dal tempo e/o dall’azione umana?
Ho dato delle indicazioni precise a chi doveva operare per il restauro, in modo che abolendo gli inconvenienti causati dal tempo e dall’incuria, quando non da atti di vandalismo, l’opera tornasse fruibile nella sua interezza e complessità. Credo che il restauro sia stato un restauro dettato anche dal buon senso. Certi segni del tempo sono giustamente rimasti, altri sono stati cancellati, altri semplicemente corretti e resi compatibili con lo stato attuale dell’opera.

Grazie al contributo dell’azienda milanese Mapei, il marmo de Il Seme dell’Altissimo è stato trattato con prodotti antiefflorescenze, idrorepellenti e resistenti alla muffa, in questo modo dovrebbe essere garantita all’opera una più duratura conservazione. Resta però il rischio del rifiuto da parte della popolazione o il pericolo di vandalismo. Il rispetto dei cittadini verso un’opera pubblica ha inizio dalla sua comprensione. [4] In questo caso, rispetto al Seme d’Arancia, la scultura trasferisce un messaggio più universale, rinunciando alla rievocazione storico-culturale strettamente legata al territorio e riconoscibile dai cittadini. È stato pensato un diverso sistema per la diffusione del concept, per garantire una conoscenza diffusa del messaggio dell’opera e favorire la sua conseguente accettazione da parte della popolazione?
Il fatto che l’opera sia collocata definitivamente davanti all’Arena, in fondo al parco Sempione, dimostra che i giovani del Fai la seguiranno con particolare attenzione, come già hanno incominciato a fare, o almeno questa è la mia speranza. È stato organizzato già un primo incontro a Milano, tra i cittadini e il Seme d’Arancia.

[1] E. Cristallini (a cura di), L’arte fuori dal museo. Saggi e interviste, Roma, Gangemi, 2008, pp. 65-66.
[2] A. Donati, Misure del diritto per l’arte nei luoghi pubblici, in A.C. Amato Mangiameli, C. faralli, M.P. Mittica (a cura di), Arte e Limite. La misura del diritto, Atti del Terzo Convegno della Italian Society for Law and Literature “Arte e limite. La misura del diritto” (Roma, 16-17 giugno 2011), Roma, Aracne, pp. 326-331.
[3] SiciliaInformazioni, “Il cantiere del Seme d’Arancia”. Restauro partecipato dell’opera di Emilio Isgrò, in «SiciliaInformazioni.com», 15 marzo 2014, disponibile alla pagina web (ultima consultazione: 19 gennaio 2016).
[4] S. Rinaldi (a cura di), L’arte fuori dal museo. Problemi di conservazione dell’arte contemporanea, Roma, Gangemi, 2008, pp. 31-41.

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Il Seme dell’Altissimo, 2015, marmo bianco Altissimo, dimensione ambientale, Render Parco Sempione

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Il Seme dell’Altissimo, 2015, marmo bianco Altissimo, dimensione ambientale, Expo 2015, Milano © Archivio Emilio Isgrò (Foto A. Valentini)


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Seme d’arancia, 1998, fiberglass e scorie vulcaniche, dimensione ambientale, Barcellona Pozzo di Gotto © Archivio Emilio Isgrò

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Ferdinando Scianna, Emilio Isgrò con un seme d’arancia, 1998

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Ferdinando Scianna, Emilio Isgrò nell’agrumeto, 1997

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Annalisa Ferraro

Storica dell'arte, specializzata nella valorizzazione e conservazione dell'arte contemporanea.

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