Lampedusa: un mare di possibilità. Tre domande a Philip Cartelli e Mariangela Ciccarello

Still From Lampedusa 2015 (8)Copyright Philip Cartelli e Mariangela Ciccarello

In concorso al 68° Festival del film di Locarno, Lampedusa è un cortometraggio che rivela a ogni sguardo una nuova possibilità di interpretazione, un’opera in bilico tra sogno e realtà nella quale ciascuno può riconoscersi. Philip Cartelli e Mariangela Ciccarello, i due giovani registi, rispondono alle nostre domande.Maria Villa: Lampedusa è il vostro primo progetto insieme, come è nata l’idea per girare questo corto?
Mariangela Ciccarello: Il corto è ispirato a un racconto scritto da me per il catalogo-rivista Désordres pubblicato nel gennaio del 2013 (Editions B42/Fotokino). Più che un racconto si tratta di una raccolta di testi: una novella principale e una serie di documenti fittizi che ripercorrono la vicenda dell’isola Ferdinandea. Apparsa in seguito a un esplosione vulcanica nel 1831 di fronte alle coste delle Sicilia, l’isola suscitò l’interesse della grandi potenze del tempo. Regno delle due Sicilie, Francia e Inghilterra ne rivendicarono la sovranità, ma la contesa internazionale non durò a lungo, l’isola scomparve, sommersa dal mare, appena qualche mese dopo la sua apparizione. L’idea del film è nata dalla volontà di andare dove le sole parole non potevano arrivare, di usare le immagini per fondere i diversi livelli della storia in modo più poetico, più astratto.
Philip Cartelli: E’ stata Mariangela a proporre di realizzare un film insieme basato sui suoi studi e sulle sue ricerche. Il mio lavoro precedente in realtà è più orientato verso la non-fiction, ciò nonostante cerca sempre di essere aggiornato rispetto alle sperimentazioni video e cinematografiche. Fin dall’inizio abbiamo avuto un approccio molto aperto, lontano dal  voler semplicemente illustrare gli eventi. Le riprese e la registrazione del suono  (parte integrante del lavoro è il sound mix di Ernst Karel) sono state fatte in diverse parti del Mediterraneo, ma non sull’isola di Lampedusa, un’omissione intenzionale. Volevamo fare un film che esistesse tra diversi spazi geografici, e che varcasse il confine effimero tra cinema e video.

M.V. Il corto è girato parte in super 8 e parte in HD, due tecniche che in un certo senso rimandano l’una al passato e l’altra al presente. Quali sono le ragioni alla base di questa scelta?
M.C. Nel testo c’era la presenza di documenti fittizi come lettere e articoli di giornale ispirati a eventi realmente accaduti e facenti rifermento a personaggi che, seppur realmente esistiti,  sono stati rielaborati attraverso la fantasia. Quando è nata l’idea del film, il super 8 ci sembrava la soluzione migliore per ricreare quest’ambiguità, questa tensione. E direi che l’obiettivo è stato raggiunto. Di solito lo spettatore, dopo aver visto il corto, ci chiede come abbiamo fatto a procurarci il materiale d’archivio. L’idea era di costruire un’opera in bilico tra vero e falso, tra documentario e finzione, tra realtà e sogno. Il super 8 è bianco e nero e rimanda al passato, ma la sua immagine granulosa, evanescente, suggerisce anche una dimensione onirica, in contrapposizione con la nitidezza e l'”oggettività” dell’alta definizione a colori. Nel film volevamo aprire un dialogo tra queste diverse dimensioni. Nell’ultima parte del corto accade però che il racconto deraglia e questo dialogo si fa più complesso. Così negli ultimi minuti, l’HD e il super 8 non rispettano più la funzione che sembrava essere stata loro assegnata: il protagonista sempre ripreso in alta definizione, compare nelle ultime scene in super 8 e le immagini assumono un valore senza tempo. I due livelli che si erano intrecciati si fondono, non sono più distinguibili l’uno dall’altro. Questo dialogo, questa specie di “botta e risposta” visivo e concettuale che abbiamo seguito si rivela alla fine essere un discorso unico, omogeneo. Tutto si mescola, le voci arrivate da luoghi diversi si fondono in un suono solo fatto dei sogni, delle speranze, delle delusioni di tutti, passate e presenti.

M.V. Una delle tematiche maggiormente investigate nel corto mi è sembrata essere l’indagine intorno al concetto di utopia. Nel pensiero contemporaneo questo tema ha conosciuto nuovi sviluppi; interrogandosi sulla sua funzione nella storia si è arrivati a considerarla strumento della critica che agisce come forza pulsiva e motore del reale. Qual è la vostra posizione riguardo a questo pensiero?
P.C. Più che la genealogia teorica o l’attualizzazione del concetto di utopia, mi interessano le sue implicazioni nel mondo reale. Ad esempio, vi è una tendenza a caratterizzare le masse di persone che viaggiano in tutto il Mediterraneo da sud, est, nord e ovest come “migranti” o “profughi”. Certo, l’attuale ondata di siriani in fuga dal proprio paese devastato dalla guerra li qualifica come tali, ma i conflitti e la violenza non sono le uniche ragioni per cui le persone lasciano la loro patria. In Lampedusa, nessuna delle voci narranti fa presupporre l’idea che la nuova isola emersa possa essere una terra promessa. Anzi si stabilisce un equilibrio tra i diversi soggetti: coloro che vogliono possedere un nuovo territorio solo per il gusto del possesso, quelli spinti da una sorta di interesse di tipo scientifico-positivista per un luogo sconosciuto e quelli con il solo obiettivo di scoprire ciò che possono del mondo, cosa che opera per lo più a livello del desiderio.
M.C. Senz’altro nel film il concetto di utopia è inteso più come motore positivo e contingente che come illusione inafferrabile. Il personaggio sfida il mare e i suoi timori per andare verso l’ignoto, spinto dal desiderio di scoperta. Quello che conta per lui è la possibilità di qualcosa di diverso, una nuova isola come una nuova vita. Il fatto che l’isola scompaia, o che la barca naufraghi è un epilogo che può essere riscritto. La tragedia è una possibilità che può essere evitata, il personaggio che pensavamo risucchiato dal mare contempla nel finale una città europea da lontano. L’attualità di questi giorni spero segni una reale svolta, un momento in cui i governi europei si impegnino per cambiare questo finale.

Biografie.

Philip Cartelli ( 1984, USA) è un regista, critico, ricercatore e dottorando del Sensory Ethnography Lab dell’università di Harvard. Suoi film e video sono stati proiettati nell’ambito di festival internazionali, conferenze e installazioni ambientali.

Dopo gli studi in Filosofia e Storia dell’Arte, Mariangela Ciccarello (1983, Italia) ha lavorato come curatore in gallerie e musei tra Europa e Sud Africa. Nel corso degli ultimi anni ha realizzato una serie di progetti video, i più recenti nel corso di una borsa di studio presso il Center for Documentary Art UnionDocs a Brooklyn.

Still From Lampedusa 2015 (2)Copyright Philip Cartelli e Mariangela Ciccarello

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