Le cose potrebbero cambiare. Intervista a Michelangelo Consani

- Il seme dell'uomo, 2010. Ceramica, 22 x 14 x 3 cm

La sua ultima mostra estiva alla Prometeo Gallery di Milano, a cura di Matteo Lucchetti, è stata l’occasione per conoscere più da vicino Michelangelo Consani e approfondire alcuni degli aspetti sollevati dalle sue ultime opere, e più in generale dalla sua recente pratica artistica.

Nelle tue recenti ricerche, lo spettro della minaccia nucleare, nei riferimenti alla storia recente del Giappone e alle sue conseguenze ambientali, crea uno stato di tensione, enfatizzato nell’ultima mostra Le cose potrebbero cambiare dall’accostamento di opere di diverso supporto e dall’assenza di didascalie. Quali reazioni vuoi suscitare nei visitatori? 
In realtà le cose cambiano sempre, ininterrottamente, sono in continua mutazione. In questi primi quindici anni del nuovo millennio abbiamo assistito a cambiamenti economici, politici, sociali e ambientali inimmaginabili per l’uomo del secolo scorso. Il modello  economico di espansione e crescita illimitata è entrato in crisi e con questo l’intero sistema occidentale. La classe politica non sembra intervenire in modo radicale per cambiare il corso delle cose, il vecchio modello legato allo sviluppo e la crescita sembra essere l’unico ancora da perseguire. Per questo assistiamo a migrazioni di massa, ingiustizie sociali, povertà diffusa che sono conseguenza di questo modello di espansione ormai “logoro” dettato dalla politica economica. Inoltre, a causa dell’aumento demografico, si preannuncia la corsa alle materie “prime vitali” come ad esempio l’acqua e i semi per la produzione agricola che finiranno in mano alle grandi multinazionali. In questo clima da “post medioevo” saturo di tensioni politiche, religiose, ed economiche non potevano mancare anche i disastri ambientali, come quello di Fukushima che mostrano il limite del progresso. Fukushima è lo spettro del nucleare o meglio è uno “Zombi” che si muove sulle coste del Giappone. Sono passati più di 4 anni dall’immane disastro che colpì il Giappone. Era l’11 marzo 2011, quando uno tsunami causato da un forte terremoto disattivò l’alimentazione e il raffreddamento di tre reattori di Fukushima-Daiichi, provocando un incidente nucleare classificato al grado 7 dall’AIEA (Agenzia internazionale per l’Energia Atomica). Da quel momento una grande quantità di materiale radioattivo si riversa giornalmente nell’Oceano Pacifico. Il problema di Fukushima è sempre presente ancora oggi e quindi motivo d’interesse per quanto riguarda la mia posizione di “denuncia artistica”. È chiaro che visitando la mostra si percepisce uno stato di tensione che rispecchia in modo intenzionale il momento storico che stiamo vivendo e che non può non prescindere dagli accadimenti passati e presenti. La mostra è un racconto che parte da lontano con Sébastien Le Prestre de Vauban ideatore del pré carré, invenzione costituita da un sistema di fortezze regolarmente spaziate fra loro, concepite in modo da sbarrare permanentemente le frontiere; sino ad arrivare alle alghe nori radioattive coltivate nella baia di Fukushima. Quella da Prometeo è stata una mostra che tentava di narrare degli accadimenti del passato e del presente cercando di azzerare il filtro della storia o meglio prendendo una posizione di distanza dalle nozioni tramandateci dalla “storia ufficiale” scritta dal potere dominante. La mostra è un racconto fatto di rimandi da un’opera all’altra che vanno a sottolineare sfumature di storia, racconti minimi. Il visitatore può immergersi nella lettura della storia nei singoli dettagli, oppure scegliere all’interno del percorso espositivo, di cogliere un unico motivo. L’intenzione del progetto è quella d’innescare riflessioni sul concetto di tempo, spazio, progresso, memoria e giustizia sociale.

La figura dell’agronomo giapponese Masanobu Fukuoka, rappresentato con una scultura svuotata in terracotta, è una presenza ricorrente nel tuo lavoro. Autore della Rivoluzione del filo di paglia, propone l’agricoltura del “non fare”, in cui l’intervento umano sui processi di crescita naturale è minimo. Altri personaggi che hanno più volte preso parte alle tue mostre sono il gangster John Herbert Dillinger, l’anarchico Gogliardo Fiaschi, il pedagogista e filosofo austriaco Ivan Illich. Cos’hanno in comune queste storie individuali apparentemente così distanti fra loro?
Come già accennato, il mio atteggiamento nei confronti della storia è quello di leggerla trasversalmente: prendo le distanze dalla storia scritta e vado a indagare nelle storie minori, quelle non considerate perché al margine e quindi irrilevanti. Approfondisco gli eventi scavando nella memoria sino a individuare quelle personalità scomode per il sistema perché non “catalogabili”. Sono le personalità per me più interessanti, che debbono essere studiate perché le loro intuizioni “potrebbero cambiare le cose”. Ecco perché in molti dei miei progetti, come in una sorta di rituale, invito alcuni personaggi che dialogano tra loro, come hai detto te da Fukuoca a Dillinger passando per Ivan Illich. Masanobu Fukuoka è il mio primo amore, perché in definitiva è il primo che si oppone a una agricoltura industriale legata all’uso degli idrocarburi.

L’economista Serge Latouche, principale fautore della decrescita – tema centrale nella sua ricerca – sostiene l’urgenza di un “cambio di paradigma”, di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante della crescita basato sull’eccessiva produzione di merci e sul loro veloce consumo. Credi che anche all’interno del sistema dell’arte contemporanea sia auspicabile la messa in discussione delle categorie moderne e un rallentamento nella creazione di opere?
Non so cosa succederà nel sistema dell’arte e quale sarà la funzione dell’arte in futuro. Da parte mia cerco di essere coerente con il mio pensiero di decrescita e quindi lo applico nella produzione artistica. Per me il compito di un artista contemporaneo non è quello di produrre opere ma pensieri che servono per innescare riflessioni. Quindi l’opera è sempre costituita da più elementi che raccontano una storia. L’esposizione in pubblico dell’opera è la messa in scena teatrale di una storia. Molte volte riutilizzo dei lavori già prodotti, con il duplice scopo di ridurre i costi di produzione e di ricontestualizzare l’opera. Il mio progetto artistico parla spesso di “sobrietà” intesa come resistenza allo spreco; ecco perché utilizzo volentieri elementi che provengono da altri miei progetti. Colloco questi elementi in modo nuovo nello spazio, dando vita a un nuovo setting a servizio della nuova messa in scena “che il progetto mostra richiede”. Molte sono le opere che mi seguono. Nel caso della PrometeoGallery ho riutilizzato le mensole in legno, che derivano da un altro progetto realizzato sempre con la cura di Matteo Lucchetti in una mostra personale al Camec Piano Zero di La Spezia; e la pistola a pois bianchi. 

- Il seme dell'uomo, 2010. Ceramica, 22 x 14 x 3 cm

Michelangelo Consani, Il seme dell’uomo, 2010. Ceramica. Photo @ Prometeo Gallery, Milano.

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Michelangelo Consani, Le cose potrebbero cambiare, Installation view. Photo @ Prometeo Gallery, Milano.

- The One-Straw Revolution, 2015. Earthenware, 40 x 50 x 70 cm

Michelangelo Consani, The One-Straw Revolution, 2015. Earthenware. Photo @ Prometeo Gallery, Milano.

- Sébastien Le Prestre de Vauban… poi marchese di Vauban, 2015. Gypsum sculpture with iron base, variable dimensions.

Michelangelo Consani, Sébastien Le Prestre de Vauban… poi marchese di Vauban, 2015. Gypsum sculpture with iron base, variable dimensions. Photo @ Prometeo Gallery, Milano.

 Nel testo La convivialità, Ivan Illich riconosce nell’esercizio della creatività la chiave per la costruzione di una società post-industriale in cui non sia mai imposto un sapere o un modello di consumo obbligatorio. Sei d’accordo? Nella tua personale ricerca artistica con quali media si realizza?
Ivan illich a parer mio è uno dei più grandi pensatori del secolo scorso. La sua teoria sulla decrescita economica, a favore di una società conviviale fatta di valori umani e non economici, ha influenzato tutto il mio pensiero di uomo e la mia ricerca artistica. Come ho detto prima, cerco di contenere al minimo la produzione artistica, è come se in questo momento mi fossi creato un magazzino di oggetti che riutilizzo per i vari progetti in modo tale da contenere al massimo la produzione.

Il rapporto The limits of growth commissionato dal Club di Roma nel 1972 e la teoria del picco di Hubbert, fonti da te utilizzate in un’installazione audio nella mostra Ancora ancora la nave in porto. Amoco Milford Haven allestita presso il CAMeC pianozero di La Spezia, confermano l’assetto economico mondiale basato sulla dipendenza da risorse esauribili, come il petrolio. Tuttavia, nonostante la diffusa informazione, non sembra essere ancora avvenuto il drastico cambiamento necessario. Ritieni che l’impegno di un artista, oggi, debba muoversi nella direzione di favorire una maggior consapevolezza sulle tematiche socio-economiche e ambientali? 
Ritengo che il compito di un artista sia fare estetica. Ma l’estetica può veicolare un messaggio di cambiamento o di attenzione su certe tematiche politiche ambientali e sociali. In questa mostra avevo cercato di riappropriarmi di una certa forma di estetica “mediterranea” basata sulla scultura, sul disegno e sui rapporti di equilibrio. Non so se ci sono riuscito, ma ho investigato vari campi dell’estetica contemporanea: dal video, al monocromo, dalla scultura in gesso a quella in terracotta a quella in ceramica. Disegno, pittura, video, in definitiva, sono i media che rappresentano la produzione artistica attuale, tutti riuniti per essere messi in discussione.

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Serena Ficarola

Laureata in Storia dell'Arte Contemporanea presso l'Università La Sapienza di Roma, ha svolto uno stage in didattica museale collaborando con il Dipartimento di Educazione del MAXXI Museo Nazionale delle arti del XXI secolo al progetto "Il Museo tra i banchi di scuola". Nel corso dei suoi studi più recenti è stata crescente l'attenzione rivolta in particolare alla scultura contemporanea. Attualmente vive a Milano.

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