L’impermanente Leda di Andrea Grotto

cover

Alla galleria Caterina Tognon, Venezia, è in mostra LEDA / GRECALE, una doppia personale di Andrea Grotto e Cristiano Focacci Menchini. In mostra gli ultimi lavori dei due artisti fino al prossimo 4 maggio. Ne abbiamo parlato con Andrea Grotto.

Il mito racconta di Leda sedotta da Zeus apparsole sotto forma di cigno sulle rive del fiume Eurota. L’episodio mitologico è stato ripreso più volte nella Storia dell’Arte che ne ha esaltato gli aspetti simbolici atti a tradurre determinate esigenze espressive.  Cosa resta di questo aspetto nella tua personale Leda? Quali nuovi significati ha assunto nelle opere esposte?
Abbiamo deciso di prendere in prestito il mito per l’immagine che suggerisce. Il doppio titolo LEDA / GRECALE doveva far coesistere due ricerche, iniziate quasi assieme ma con sviluppi diversi, entrambe però parlano di mutamenti. Una sera, riguardando i lavori e parlando con Valentina Lacinio, mia amica curatrice (attualmente a campo16 Sandretto Re Rebaudengo), mi ha rievocato il mito di Leda che racconta esattamente una storia di mutamento fisico e di cambio di stato. La riflessione è stata suggerita in particola modo da “Simposio”, in cui un felino addormentato si sta cristallizzando e il suo manto caratteristico sta prendendo le forme di una foresta. È stata la bianchezza del cigno e del felino a creare questo ponte di senso. Aprendo poi al resto delle opere presenti in mostra, ci siamo accorti che l’azione compiuta da Zeus era presente nei dipinti sotto forma di un serpente che genera una stanza di marmi rossi o al fiorire di un cristallo di salgemma.

La trasformazione, o meglio la trasfigurazione, come prende vita nel tuo lavoro?
Avviene spesso grazie alla pittura e per mezzo del disegno. Il lavoro nasce per riflessioni concatenate da immagine a immagine, ma la trasformazione di cui parlo non si sta mai compiendo. L’immagine racconta di quel che succede appena dopo o meglio di quel che ne rimane. Mi piace raccontare del luogo in cui si è compiuta come se il distillato di informazioni avvenisse attraverso un dialogo misterioso tra gli elementi del luogo, “l’odore” rimasto nella stanza e l’atmosfera che si è ricreata alla fine del processo.

Il processo per associazioni e per analogie, le allegorie scaturite dalle immagini e l’utilizzo di oggetti quotidiani che rimandano alla memoria come Madeleine di Proust. Lo strumento dell’evocazione nelle tue opere: si può parlare di una sorta di mise en abîme? Di immagine nell’immagine?
Sì, il trasalimento di cui parla Proust è esattamente quella rivelazione che ho cercato di ottenere lavorando sugli oggetti del quotidiano e sulla leva che questi potevano esercitare sulla memoria. Ho iniziato cercando di ricostruire attraverso la pittura, una serie di paesaggi su cui realmente avevo tracciato un itinerario che percorrevo a piedi e una volta in studio, per gradi andavo a ricostruire. In un secondo momento ho concentrato l’attenzione su spazi contenuti, su paesaggi interni, connotati grazie a quegli elementi che nel dialogo con altri, trascinavano con sé una storia invisibile e misteriosa. Nel ciclo di lavori in mostra tutta la riflessione si è concentrata sul rapporto che innesca la storia tra l’elemento, il soggetto dell’immagine, e ciò che lo circonda. Ogni cosa però, all’interno dello spazio, è necessaria.

La realizzazione dell’opera in itinere, i tasselli che man mano s’inseriscono nell’insieme e lo completano. Come nasce e si sviluppa il tuo lavoro? 
Nasce da un’intuizione che molto spesso deriva da un gioco di significati e ragionamenti che metto insieme. Derivano a volte dalla lettura e altre da strascichi di immagini che mi rimangono in testa. Non mi piace utilizzare immagini già pronte, preferisco lavorare entro quel cono di incertezza che caratterizza una scena filtrata dalla memoria in cui c’è molto più spazio di rielaborazione. La rappresentazione è finalizzata alla scoperta di una narrazione, che si sviluppa per gradi, seguendo e assecondando le necessità del lavoro e della storia che grazie alla dimensione e il punto di vista permettono un accesso quasi fisico nella scena.

La scelta della modalità di intervento, la predilezione per la multidisciplinarietà…
Il mio modo di pensare al lavoro è prettamente legato alla pittura e alla rappresentazione, ma la scelta d’impiegare diversi media deriva dalla curiosità in primis, e dalla necessità di servirmi del veicolo di un altro media per arrivare a destinazione in modo più funzionale. Un altro aspetto che sto approfondendo più sistematicamente è il rapporto che può instaurarsi tra la rappresentazione e la fruizione fisica di uno spazio grazie agli oggetti che vi si inseriscono. Per questa ragione mi interessa lavorare su più versanti in modo che il lavoro sia il più possibile vario e stimolante… almeno per me.

Andrea-Grotto,-'La-casa-del-serpente-avrà-sempre-il-suo-colore',-170-x-135-cm,-oil-on-canvas,-2016-e-'Untitled',-30-x-30-cm,-oil-on-canvas,-2016

Andrea Grotto, ‘La casa del serpente avrà sempre il suo colore’, 170×135 cm, oil on canvas, 2016 e ‘Untitled’, 30×30 cm, oil on canvas, 2016

Andrea-Grotto,-'Plinio-e-Salgemma',-50-x-40-cm,-oil-on-canvas,-2016

Andrea Grotto, ‘Plinio e Salgemma’, 50×40 cm, oil on canvas, 2016

Andrea-Grotto,-'Simposio',-162-x-130-cm-oil-on-canvas,-2015

 Andrea Grotto, ‘Simposio’, 162×130 cm, oil on canvas, 2015. Cristiano Focacci Menchini, Rosso geranio, acquaforte su carta, 55×60 cm, 2016 e Studio + muffa, acquaforte su carta, 45,3×59,8 cm, 2016

Andrea-Grotto,-'Untitled',-30-x-30-cm,-oil-on-canvas,-2016

Andrea Grotto, ‘Untitled’, 30×30 cm, oil on canvas, 2016. Cristiano Focacci Menchini, Eppur si muove, acquaforte acquatinta su carta, 33×35,7 cm, 2016 e La prima boa sui mari di Marte, acquaforte su carta, 21×23 cm, 2016

The following two tabs change content below.

Laura Rositani

A seguito di una laurea in Lingue e letterature straniere, si specializza in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività culturali presso l'Università Cà Foscari di Venezia. Ha collaborato con diverse gallerie d'arte contemporanea, musei e fondazioni private a Parigi e Amsterdam, per poi tornare a Venezia. Attualmente lavora presso la Fondazione Bonotto.

Rispondi