L’errore meraviglioso. Intervista a Michele Parisi

Michele Parisi, Die Lichtung - Kunsthalle Eurocenter - Lana - 2013. Veduta della mostra

È un’arte misteriosa quella che prende vita dalle mani di Michele Parisi (Riva del Garda, Trento, 1983). Attraverso il recupero di tecniche artigianali del passato e una conoscenza alchemica della materia, l’artista sonda i confini più sfrangiati dell’esperienza sensoriale e memoriale, allestendo remoti scenari del possibile. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, Parisi ha partecipato a numerose mostre, tra collettive e personali, segnalandosi per l’estrema coerenza e originalità del suo lavoro. È stato uno dei vincitori del “Concorso Internazionale per Giovani Artisti Centro-Periferia 2010”. Alcune delle sue opere sono visibili fino al 2 novembre a Riva del Garda presso il MAG Museo dell’Alto Garda in occasione della mostra Dalla finestra entrava il mattino, a cura di Federico Mazzonelli e Denis Isaia.

La tua ricerca artistica, com’è stato più volte osservato, sembra svilupparsi in bilico tra pittura e fotografia, astrazione e figurazione, visione e anti-visione. Quali sono i presupposti di questa ambivalenza espressiva? Ti senti più pittore o fotografo?
Preferisco definirmi pittore. Lavoro con la pittura, con il colore e con l’immagine fotografica, quest’ultima mediata sulla superficie tramite la gelatina fotosensibile. Mi piace considerarla un medium pittorico come un altro. Ho sempre lavorato sia con la pittura sia con la fotografia. Fin dai primi anni di Accademia ho sentito l’esigenza di unire i due linguaggi, inizialmente con prove serigrafiche, o di fotoincisione e pittura. Ricordo che ero molto affascinato da artisti quali Rauschenberg e Schifano, per citarne solo un paio, proprio perché coniugavano le due cose. Mi piaceva l’input; lavoravo, sperimentavo, senza sapere bene dove stessi andando. Provengo comunque da un percorso di studi che mi ha permesso di conoscere la fotografia lavorando in camera oscura, mettendo mano alle cose. Poi, col tempo, attraverso ricerche personali, prove, colloqui con vecchi fotografi, sono arrivato a lavorare in questo modo. Il mio studio si divide infatti tra una camera oscura e uno spazio specifico dove dipingo.

Ci descriveresti meglio la tua tecnica di lavoro?
Mi interessa che il lavoro funzioni e susciti qualcosa in chi guarda, a prescindere dalla tecnica. Ma è giusto raccontarla per entrare più in contatto con il mio lavoro. Seguo un iter molto personale. Parto sempre dalla scrittura: da appunti e pensieri tratti magari da un libro, da un film, da una semplice passeggiata. C’è quindi una fase iniziale in cui penso e scrivo molto. Dopodiché tento di tradurre queste idee in immagini; e qui inizio a scattare con una vecchia reflex alcuni “appunti” visivi, poi, quando mi sento più sicuro, realizzo delle lastre fotografiche in vetro precedentemente preparate in camera oscura. In questo caso, utilizzo una “macchina fotografica”, chiamiamola così, di legno, costruita da me. Da qui è facile capire quanto tempo occorra. C’è tanta casualità in questo passaggio. Non hai il controllo che ti può offrire una fotocamera digitale, una forma di controllo che peraltro non mi interessa affatto e che trovo piuttosto sterile. Ho sempre presente il fatto che sto realizzando pittura. Tra uno scatto e l’altro, mi dedico alla preparazione dei supporti sui quali ho deciso di lavorare, in base all’obiettivo che mi sono prefissato. Preparare i supporti significa renderli sensibili alla luce attraverso un procedimento difficile e noioso da raccontare, che richiede comunque molto tempo, e non sempre il risultato che ottieni è quello desiderato. La fase successiva rappresenta in un certo senso l’incontro fra le due cose: da una parte la trasposizione dell’immagine sul supporto, carta o tela che sia, dall’altra tutto un processo di stampa e sviluppo, di gestione e controllo dell’immagine. Una volta fissata l’immagine, il lavoro non termina ma continua con la pittura.

Le tue opere risultano particolarmente interessanti, oltre che per l’insolito procedimento di realizzazione, anche per i supporti e i materiali impiegati. Penso per esempio alle grandi veline del trittico Dalla finestra entrava il mattino esposte al MAG di Riva del Garda…
Una cosa che mi piace fare è creare personalmente i pigmenti pittorici. Preparo io anche la gelatina fotosensibile, seguendo alcune vecchie ricette che mi hanno donato. Per quanto riguarda le opere esposte che hai visto, in quel caso ho utilizzato come pigmento la terra del lago di Garda; o meglio, ho raccolto della terra che mi è servita per ottenere il colore, un gesto che è già una concettualizzazione del lavoro. Non a caso questa serie è stata concepita come site-specific per il Museo dell’Alto Garda. Dopo varie riflessioni, ho deciso di realizzare tre immagini del lago, riprendendolo dallo stesso punto in tre momenti differenti. Il moto delle onde ha disegnato sulla lastra fotografica un segno, un’astrazione, trasformando l’immagine di partenza: sembrano mari, terre, oppure semplici macchie. L’utilizzo della terra posso considerarlo una sorta di appropriazione. La scelta tematica dell’acqua è dovuta al semplice fatto che il museo si trova effettivamente sulle sponde del lago, in più il mio intervento si inserisce nella sezione di dipinti antichi di autori prevalentemente tedeschi che hanno a loro volta raccontato il Garda. Insomma, non potevo fare altrimenti. Oltretutto era da tempo che desideravo lavorare con l’acqua. Questa l’occasione che si è presentata.

Riallacciandomi alla domanda precedente, mi viene in mente un’affermazione di Merleau-Ponty: “ogni tecnica è una tecnica del corpo. Essa raffigura ed amplifica la struttura metafisica della nostra carne”. Il valore della tattilità gioca un ruolo importante nelle tue opere…
Ho lavorato molto con la tela, mai però con quella “preparata”, per intendersi. Ho sempre prediletto materiali semplici, come il cotone grezzo, un materiale più vivo rispetto a quello che normalmente puoi comprare in negozio. È un materiale assorbente, lo bagni e si restringe, stendere il colore implica fatica, rischi sempre di rovinare tutto. Da qualche anno mi sono “addentrato” nella carta. Ma ho una predisposizione a complicarmi l’esistenza e quindi utilizzo la carta velina. È un materiale molto fragile, fa un rumore incredibile quando apri o ripieghi un lavoro di ampie dimensioni sul pavimento, si muove con l’aria. Ho realizzato lavori anche di tre metri d’altezza con la carta velina, appendendoli alla parete con delle semplici puntine metalliche o con dei chiodi particolari, tenendoli addirittura distanti dal muro, perché potessero muoversi con l’aria. Un lavoro di grande formato comporta molto movimento; lavoro a terra, ci cammino sopra per raggiungere la superficie intera. I lavori grandi di carta li piego e li ripongo in cassettiera. Quando devo esporli, li apro, rivedendoli a distanza di tempo, li stiro con il ferro e li riappendo. Anche qui, una dimensione inusuale dell’opera. Alcuni si divertono quando mi vedono a terra a stirare la carta. Non elimino però le piegature, quelle fanno parte del lavoro; mi piace presentare l’opera come qualcosa di fragile, di appena aperto e quindi svelato. In altri lavori invece insisto di più sul segno, sulla cancellatura, dunque su una dimensione più energica e istintiva.  

Michele Parisi, Die Lichtung - Kunsthalle Eurocenter - Lana - 2013. Veduta della mostra

Michele Parisi, Die Lichtung – Kunsthalle Eurocenter – Lana – 2013. Veduta della mostra

Michele Parisi, Ho donato tutto al sole, tutto meno la mia ombra - 2013

Michele Parisi, Ho donato tutto al sole, tutto meno la mia ombra – 2013

Michele Parisi, Stanze imparate a memoria - Upload Art Project - Trento - 2013. Veduta della mostra

Michele Parisi, Stanze imparate a memoria – Upload Art Project – Trento –  2013. Veduta della  mostra

Michele Parisi, L'ora della voce più bassa - 2012

Michele Parisi, L’ora della voce più bassa – 2012

Michele Parisi, L'ora della voce più bassa - 2013

Michele Parisi, L’ora della voce più bassa – 2013

A livello profondo, il tuo lavoro sembra suggerire una riflessione più ampia, universale, sui limiti e sul carattere di ambiguità connaturati alla percezione umana. Il tuo sguardo trattiene dettagli di realtà senza metterli mai del tutto a fuoco, ma lasciandoli delicatamente fluttuare nell’incertezza, in uno spazio nostalgico di indecidibilità semantica, come nella serie Scriptorium (2013). Quali criteri ti guidano nella scelta dei soggetti?
Mi piace lavorare appositamente per lo spazio che mi accoglie, per sentirlo più intimamente. Non sempre è così e non sempre è possibile. I soggetti derivano da appunti e suggestioni. In questi ultimi anni ho lavorato molto sugli interni, in particolare stanze, focalizzandomi su oggetti, luci radenti che disegnano lo spazio, tutto in una dimensione di silenzio. La figura umana è presente solo attraverso gli oggetti. I soggetti non sono riconoscibili, sono ombre opache, sono segni e memorie. Solo uno sguardo attento potrebbe scorgervi qualcosa. È interessante notare come ognuno, nei lavori più astratti, veda e percepisca quello che sente. A tal proposito mi piace citare Munari quando affermava: “ognuno vede quello che sa”, qualcosa del genere. Non parto con l’idea di dare forma a un lavoro astratto o figurativo, mi affido in gran parte alla casualità, anche per quel che riguarda l’esito finale. L’utilizzo di una lente sbagliata, un errore commesso in camera oscura, così come il materiale o il medium, determinano una riuscita del lavoro sempre differente. Tutto questo non mi infastidisce, anzi, fa parte del processo. Nella mia tecnica è previsto l’errore. Un lavoro troppo controllato non susciterebbe la stessa emozione, lo stesso stupore, no? Il primo a stupirsi del risultato sono proprio io: è questo elemento di meraviglia il motore dell’intero lavoro. Devo meravigliarmi io per primo. In caso contrario, non ci penso due volte, butto via. Scarto tantissimo materiale. In Scriptorium ho voluto realizzare un lavoro su carta, dipinto con la fuliggine, per narrare il mio studio. Sono tutti dettagli isolati dal pavimento o dagli angoli. Si possono scorgere oggetti, luci, scarpe, un lenzuolo, ecc. Lo scriptorium era in origine il luogo dove gli amanuensi passavano il tempo a lavorare.

I titoli delle tue opere sono molto lirici. Come nascono?
Come dicevo, scrivo molto. Prendo nota, ricordo, segno la pagina di un libro. Il titolo è la conseguenza di tutto questo pensare; mi aiuta a concettualizzare il lavoro, aiuta chi osserva a trovare una via d’accesso. È come se fornissi una chiave di lettura, lasciando intravedere il pensiero che sta dietro a un’opera. Prendi la serie Dalla finestra entrava il mattino: senza scadere troppo nelle spiegazioni, in questo caso il titolo indica il momento in cui mi sono trovato lì, in quel luogo, a scattare le immagini. Anche altri titoli alludono a luoghi o a momenti precisi, come ad esempio Il momento dell’ombra più corta, che sarebbe il mezzogiorno; L’ora della voce più bassa, ossia le quattro del mattino; Il luogo della polvere, casa mia; Ho donato tutto al sole, tutto meno la mia ombra, una citazione di Apollinaire… Sì, sono molto lirici, ma dal mio punto vista anche molto importanti. Vogliono essere evocativi. Sono parte di un processo mentale complesso.

A cosa stai lavorando al momento? Progetti per il futuro?
Attualmente sono ancora in fase di scrittura, ho qualche idea ma devo ancora delinearla; non ho ancora preparato la macchina fotografica. Ho intenzione di lavorare di nuovo sul grande formato, sperimentando qualche altro materiale. Ho in mente anche un lavoro prettamente fotografico. Nel frattempo, oltre a un paio di mostre, sto terminando di preparare due workshop che si terranno questo autunno, ancora una volta presso il Mart di Rovereto e al Museo Diocesano di Trento, in occasione della mostra di arte contemporanea Futuro Presente. Lavoro a parte, magari un salto a Berlino…

A cura di Denis Isaia, Federico Mazzonelli
MAG Riva del Garda, Museo
12.04 – 02.11.2014

 Désirée Soave

The following two tabs change content below.
Juliet Art Magazine is a contemporary art magazine

Ultimi post di julietartmagazine (vedi tutti)

Rispondi