Les Urbaines a Losanna: qualcosa pulsa

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Les Urbaines, quest’anno al suo ventesimo anniversario, è un festival pluridisciplinare che presenta opere dal vivo e nuove produzioni internazionali tra teatro, danza, arte e musica. 

Arrivo a Losanna da Milano dopo un bel viaggio in treno attraverso le montagne, che però non attutisce il colpo quando mi rendo conto di quanto sia costosa qualsiasi cosa si trovi in questa città svizzera sulla riva del lago. Mi aspetta un fine settimana movimentato: l’inaugurazione della mostra ‘Meaning Can Only Grow out of Intimacy (limbs, water, nostalgia)’ a cura di Elise Lammer e diverse azioni dal vivo proposte dal ricco ma gratuito programma di Les Urbaines. L’agenda è condensata in un opuscolo dalla copertina optical in bianco e nero, e ruota intorno a diverse sedi nel centro della città, per un totale di tre serate di concerti, dj set, interventi d’arte e spettacoli dal vivo che vanno dalla sera alle prime ore del mattino. Il programma è ripetuto, ma le performance sono così ben frequentate, che c’è comunque un senso di attesa tra la gente che aspetta di entrare, i loro accenti rivelano diverse lingue e provenienze.

Inizio la mia maratona di visione con ‘GRAND MAL’ una collaborazione tra il duo francese Anne Lise Le Gac & Élie Ortis; l’atto comincia come una presentazione statica da una scrivania disordinata di video futili scaricati da internet, e nel secondo tempo si trasforma invece dal piano verbale a quello fisico, grazie a dell’Italo disco e una coreografia di movimenti intrigante. Verso la fine dello spettacolo, alcune sculture in cemento utilizzate come oggetti di scena vengono fracassate rivelando barrette energetiche fatte in casa, messe a disposizione del pubblico come souvenir. La performer svizzera Pamina de Coulon parte per un’ora di monologo in francese che spazia dalle galassie alle nozioni scientifiche, dalle relazioni all’essere femminista. Non solo l’artista l’ha scritta e recitata, ma si esibisce in posizioni yoga durante il suo flusso di coscienza. La serata prosegue con ‘Sorrow Swag’, un pezzo di danza avvolto nella nebbia e nella luce blu ideato dalla coreografa americana Ligia Lewis. L’unico protagonista è un ragazzo bianco che indossa pantaloncini da basket, e si esibisce in movimenti sportivi che si fanno via via più intensi. In più di un’occasione in questa rappresentazione, devo ammettere, mi sento scollegata e fuori fuoco.

La sera seguente ho invece due momenti Eureka!, il primo grazie a una dea polacca alta e magra, Ernestyna Orlowska, che ha costruito uno spettacolo eccentrico e acuto “FRUITS”. Insieme ad altri due performer, un uomo e una donna, fanno giochi di ruolo e spingono al limite la meccanica delle voci e dei movimenti alterati. Coinvolgono il ​​pubblico in interazioni scomode dando la possibilità di poter cambiare il corso dell’azione con le scelte del pubblico. E poi da Portland, Oregon, arriva Keyon Gaskin che, con ‘its not a thing’, frantuma tutta la teatralità comoda dello spettatore passivo consumato nella penombra a guardare l’azione sul palco. Travestito con abiti scuri e una maschera, inizia con l’offrire al pubblico in attesa una bevanda nera che tiene in una bottiglia. All’interno, la sala del teatro è priva di qualsiasi scenografia e le luci sono accese, annientando così qualsiasi sospensione d’incredulità. Keyon, appare dalla sala di controllo sul retro quando gli spettatori sono già seduti e in attesa che qualcosa accada. Questa volta il suo volto, e il nero della sua pelle sono reali. Mentre raggiunge il palco, spegne tutte le luci e crea solo un punto luminoso con un cono di luce che acceca me e gli altri spettatori, cambiando le dinamiche di potere dello spettacolo. Introduce il suo lavoro dicendo che chiunque può lasciare la sala quando vuole, che non è lì per far favori a nessuno. Poi ci chiede di camminare sul palco e testare il nostro disagio attraverso interazioni ingiustificate e casuali col suo corpo che corre e urla, come quando si poga. A un certo punto inizia a danzare il tip tap, dopo aver estratto un paio di scarpe nere e un tappetino dal suo zaino nero. Inizia a spogliarsi dalla vita in giù, pur continuando a ballare. Alcuni ridono come se avessero 6 anni, l’imbarazzo palpabile; poi se ne va dalla platea chiedendo di spegnere la luce e di non battere le mani. Alcuni applaudono comunque, probabilmente insicuri su come rispondere, o forse non hanno sentito e si chiedendosi se questa è la fine.

Verso l’uscita, dopo aver ringraziato Keyon quando ho raccolto il mio cappotto sulla sedia, ho sentito un altro spettatore dire a un suo amico che aveva appena assistito a una stronzata. Per me questo è stato il pezzo più potente e riflessivo, che getta ancora un’ombra sul mondo in cui viviamo tutti i giorni.

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Ernestyna Orlowska, Picture by David Wohlschlag

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Ernestyna Orlowska, Picture by David Wohlschlag

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Keyon Gaskin, Picture by David Wohlschlag

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Keyon Gaskin, Picture by David Wohlschlag

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Vanessa Safavi, Meaning Can Only Grow out of Intimacy, Picture by Nelly Rodriguez

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Caterina Riva

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