LIE TO THE STATE! La Quarta Prosa

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Nella notte del 13 maggio 1934 due agenti della polizia sovietica si presentarono in casa Mandel’štam e dopo una perquisizione accurata il poeta viene arrestato e rilasciato con una condanna al confino per tre anni. Dal diario di A. Achmatova: “La perquisizione durò tutta la notte. Cercavano delle poesie. Lo portarono via alle 7 di mattina” Il comitato centrale del Komsomol dirigeva la vita letteraria del Paese, e La Quarta Prosa di Mandel’štam, pubblicato un anno dopo la sua morte, fu la risposta in forma violenta e oscura, alle intimidazioni e alle restrizioni subite, alla sorte avvilita della poesia, ridotta a “sangue di cane e totale condiscendenza” al regime.

I divieti sociali di metamorfosi e il regime dei corpi nel partito si cristallizzano in una trasformazione incorporea, o meglio: in una potenza incorporea della materia intensa, in una variazione, un bisogno di variazione che contrasta la lingua centrale (ma che diviene a sua volta lingua, nuovo segno). Questo segno sopravvive allo Stato, e sopravvive con le sue terminazioni spettrali, con le sue apparizioni che si arruolano in una nuova milizia, ma una milizia che è evanescenza, spettro che esorcizza lo stesso fantasma del comunismo. Parleremmo di disciplina, castrazione del desiderio, per citare Negri, o di opacità che si organizza in nuove linee di fuga e resistenze. Il ricorso al mito mancato, al monumentalismo intensivo, estensivo, alla frantumazione dello spettro marxista post Ottobre 17 in un schizoide desiderio di ammutinamento dello Stato attraverso lo Stato non è che una polizia totalizzante che arriva fissando una mancanza, in un corpo parzialmente pronto alla capitalizzazione.

Questa potenza incorporea, questo contrario dell’ordine è una variazione, un esperimento del differente. Red Mantra è concatenamento, ripetizione e ibridazione di presenze, corpi, estremità di corpi divinatori: il solo modo di sopprimere la morte è farne una variazione sospesa, esaurirla in una ripetizione di mancanza, una mancanza che Akhunov riduce a celebrazione di spettri, replica monolitica, uniformizzazione. La fotografia, la stampa, il rituale mantrico dello scritto come immortalità artificiale, ma anche scorta di repressioni, margine: nella ripetizione l’oggetto viene liberato della sua funzione, una liberazione dell’immagine attraverso l’immagine stessa: l’inflazione dell’immagine di propaganda, la manipolazione e l’inquinamento che ne derivano sono esorcizzate e contrastate con l’esasperazione. Come tutto sarebbe più limpido – scriveva Meleau-Ponty – se potessimo esorcizzare questi spettri, farne delle illusioni o delle percezioni senza oggetto, ai margini di un mondo senza equivoci .

Sulle ceneri degli stati di coscienza marxisti, sulla pratica dell’autonomia come arma molecolare, a partire dai samizdat e dal rifiuto di una forma d’arte come organo di produzione, Martek (Group of Six Artists) connette e invade lo spazio controllato con flussi di azioni, e lo fa oltre certi limiti e certe contingenze che la macchina dello Stato impone. I raised my hand to poetry difatto sottoscrive quell’urgenza di operare in nome della stessa poesia, un’urgenza di procederle dentro, poi al di fuori per disperderla, diffonderla, sovvertirla nell’espressione collettiva, nella strada, tra i corpi, e le forze dei corpi, o in una piazza. Sopprimere, denunciare e modificare gli spazi fascistizzati. Tra i fondatori del concettualismo moscovita, reattivo a un certo processo di anonimia della stampa sovietica (’70-’80), Prigov fa un uso diretto e (volutamente) stereotipato della grammatica di Stato, la verbalizzazione di uno spazio visuale attraverso la manipolazione del linguaggio, quello della Pravda ad esempio, attraversato dai suoi cliché, dal lessico specifico, strutturato, filtrato… Prigov fa ritorno a uno spazio di autenticità, e lo fa destrutturando la vuota semiotica del comando.

In Screaming Cantata (Who killed Stalin) un vocio di imperativi a mantrizzare, sacrificare e infine accettare, nel nome dell’obbedienza e del volere del popolo, la brutalizzazione dell’assassinio stesso. Si recitava:” The point is not who killed him — just, killed and / killed! The point now is how we’re going to agree. Let’s / sing. O.k., so let’s all do it together: Yes! Yes! Yes! / Yes-yes! Yes! — you answer me, but somehow discordantly / and without confidence… / … O.k., once, only all together: / You killed!”.  Poi sull’interzona costruita da Badalov s’identifica infine la mutazione, la linea di fuga della zona autonoma auspicata, e la si raggiunge del tutto. Qui non esiste nessun centro, perché non c’è nessuno spazio. Parliamo quindi di una selvaggeria sonica, primitiva, liberata, poiché non solo si parla letteralmente, ma si percepisce letteralmente, si vive letteralmente. (“Quando lasciai quelle montagne, dopo una settimana passata fra gli orologiai, le mie idee in fatto di socialismo erano chiare: ero un anarchico!”). Il tentativo di Badalov qui rassomiglia a quell’idea di artista-veggente che traccia nel tessuto sociale le sue linee di fuga, i suoi flussi mutanti per ramificarsi, concatenarsi in enunciati che sono sciabordii, vagiti, stridori molecolari.

fino al 25 marzo 2016
Vyacheslav Akhunov, Babi Badalov, Vlado Martek e Dmitrij Prigov
La quarta prosa. 
a cura di Marco Scotini
Laura Bulian Gallery via G. B. Piranesi 10, Milano

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V. Martek, Lie to the state (Action, Biennale opening 1984, Venice Giardini), 1984-1997

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Babi Badalov, Refugee, Refused, 2015, ink on paper, cm 32 x 24, Courtesy Laura Bulian Gallery

The-victory-of-Communism-is-inevitabile!_-Karl-Marx.-The-triumph

The victory of Communism is inevitabile!, Karl Marx. The triumph

V.-Martek,--What-is-an-art-to-this-being,-1976

V. Martek, What is an art to this being, 1976

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Valentina Dell'Aquila

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