L’introspezione di Calvin Marcus a Peep-Hole

Untitled, 2015, glazed ceramic.

Un giovanissimo Calvin Marcus (1988) si presenta al pubblico italiano con la sua prima personale a Milano, in un discorso poliedrico in cui parla e fa parlare di sé. Perfetto equilibrio tra gli spazi, in cui propone l’idea di ossessionato narcisismo tramite un dualismo di tecnica ed espressione. 

Un percorso d’introspezione, tra la moltitudine esasperata di un continuo stato d’animo. Un bisogno quasi maniacale di riconfermarsi ogni volta, tramite l’autoriflessione e la consapevolezza delle capacità tecniche. Come se dovesse convincere qualcuno, ma prima di tutti se stesso.

Inquietudine nello sguardo dei molteplici autoritratti, che imitano lo stesso momento come per richiamare l’esatto opposto di una fredda razionalità. Ricorda una nemesi di Joker, nella sua primissima versione di ben 85 anni fa. Il Cattivo più carismatico e folle di tutti i tempi, estremamente affascinante la sua malvagia genialità. La particolarità dei ritratti sta nel morboso tentativo di restiture ai grandi formati la loro vera natura, nonchè la spontaneità del segno di piccoli disegni a pastello (Che, a dir la verità, avrei tanto voluto vedere). Cosa spinge l’artista a ripetersi? Teme forse la reazione del suo essere imprevedibile?

La decisione di associare ai ritratti un gran numero di graziose sculture in ceramica conferma il fascino di questa imprevedibilità. La ricerca dell’estrema solitudine in contrapposizione alla ricerca di noi stessi tra gli altri. Creature marine si fanno compagnia mentre godono di una tranquillità inconsueta, nel loro aspetto acerbo e infantile, così serene da sembrare mostruose.

Colori pastello, sorrisi in piscina e la dimensione domestica e familiare caratterizzano le umane presenze accomodate nei piatti. Un’atmosfera che sta per essere scatenata dall’incontenibile furore. L’elemento dominante è il ritmo della predisposizione architettonica. Un’ipotetica colonna sonora? La nona sinfonia di Beethoven, che avanza in crescendo verso l’ultima delle tre stanze, fino alla violentissima caduta. Voltarsi, contemplare il passato e accorgersi dell’insostenibile nulla. Silenzio.

E per un momento, o fratelli, un usignolo era entrato nel milkbar. E tutti i più malenchi peli del mio intero plott si drizzarono dall’emozione; e brividi su e giù, come malenche lucertoline, su e giù. Perché l’aria io la sapevo. Era un pezzo della gran nona del Ludovico Van”, afferma Alexander DeLarge in Arancia Meccanica (1971) mentre sorseggia “Latte+”.

Untitled, 2015, glazed ceramic.

Calvin Marcus, Untitled, 2015, glazed ceramic. Installation view at Peep-Hole Milan, 2015. Photo: Laura Fantacuzzi – Maxime Galati-Fourcade 

Me With Tongue, 2015, oil crayon, Cel-Vinyl, liquid watercolor, emulsified gesso on linen/canvas blend.

Calvin Marcus, Me With Tongue, 2015, oil crayon, Cel-Vinyl, liquid watercolor, emulsified gesso on linen/canvas blend.  Installation view at Peep-Hole Milan, 2015. Photo: Laura Fantacuzzi – Maxime Galati-Fourcade 

Calvin Marcus-1

Calvin Marcus, Me With Tongue, 2015, oil crayon, Cel-Vinyl, liquid watercolor, emulsified gesso on linen/canvas blend. Installation view at Peep-Hole Milan, 2015. Photo: Laura Fantacuzzi – Maxime Galati-Fourcade

 

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Magdalini Tiamkaris

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