L’Iran contemporaneo di Jalal Sepehr

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La tormentata storia dell’Iran degli ultimi decenni, la complessità di una memoria millenaria e le contraddizioni del presente di un paese alla ricerca di un equilibrio fra desiderio di modernità e difesa delle tradizioni: questo il tema indagato nelle fotografie di Jalal Sepehr (Teheran, 1968), uno degli autori di maggior talento della scena contemporanea iraniana, alla sua prima personale italiana nello spazio milanese di Officine dell’Immagine. La mostra, curata da Silvia Ciralli, raccoglie una selezione di opere mai esposte in Italia, sintesi degli ultimi dieci anni di lavoro del fotografo iraniano e appartenenti a cinque diversi cicli: Water and Persian Rugs (2004), Girl and the Mirror (2010), Knot (2011), Red zone (2013-2015), Color As Grey (2014-2016).

Sepehr dà vita a immagini sintetiche, pulite e rigorose, che si concentrano su pochi elementi, su spazi aperti, ambienti naturali desertici, orizzonti marini o villaggi rurali in cui può materializzarsi l’essenza delle cose, lontano dall’euforia tecnicistica e formale. L’elemento umano è apparentemente in secondo piano, minoritario, ma sempre presente, come dato fondante e significante della coscienza storica del luogo, anche attraverso oggetti metaforici “messi in scena”. Se nella fotografia della serie Color As Grey (2014-2016) alle scarpe ammucchiate sulla spiaggia (tante quante quelle delle vittime di 55 giorni di guerra a Gaza nel 2014) è affidato il compito di richiamare la drammaticità della guerra, nelle altre fotografie l’elemento intorno a cui viene costruito il complesso sistema allegorico dell’immagine è il tappeto.

Il tappeto rappresenta la memoria e la storia e diviene perciò elemento depositario del tempo, legato alla tradizione, alla quotidianità della preghiera e alla convivialità ed elemento simbolico identitario per eccellenza del popolo persiano. Nel ruolo che gli viene attribuito come depositario di quella memoria -che è storia di un popolo- necessaria per il raccordo fra passato e futuro, e quindi per la propria evoluzione, il tappeto diviene ricordo-immagine che materializza il passato e al tempo stesso la percezione filtrata che ne abbiamo, quella selezione dei dati fatta in vista delle esigenze dell’azione. In bilico all’interno di questo rapporto dualistico, ben simboleggiato anche dai fili che in esso s’intrecciano, trame e orditi, connessioni che ricordano la modalità con cui si stratifica la memoria dell’uomo, esso mette in scena i disegni sempre nuovi del destino che si concretizza nel presente.

Tappeti come libri, tappeti come erba che ricoprono la terra, tappeti che segnano il confine col mare e quasi si gettano in acqua, tappeti che uniscono mani, tappeti minacciati da tempeste di sabbia, aperti da voragini, schiacciati da macigni materializzati come orrori inaspettati; tappeti come piste di atterraggio o di decollo di aerei che raccontano del desiderio di allontanamento ma anche di ritorno costante alla tradizione per affrontare il presente. Così nella serie Red zone (2013-2015), di cui fa parte la maggior parte delle opere presenti in mostra, si mette in scena la vita in costante allarme di un popolo che conosce la drammaticità di ferite ormai impossibili da cicatrizzare.

Lo spirito che domina, fatto di contraddizioni e giustapposizioni e di contrasti suggestivi, mette allo specchio la dimensione individuale e quella universale dell’uomo, attraverso l’apparizione irripetibile di una distanza, di uno scarto capace di suscitare un’attesa, rivelando una verità metaforica. La ricerca estetica diviene perciò servile alla messa in luce del lato onirico delle cose, in costruzioni di estrema pulizia in cui tutto, come nei sogni, essendo estrapolato dal proprio contesto originario, è più capace di generare libere associazioni e creare un’intensa sequenza d’illuminazioni.

Quella di Sepehr è una fotografia che ha la capacità di creare suggestioni inaspettate, che giustappongono oggetti e narrazioni creando una storia simbolica capace di traghettare il pensiero “lontano quanto l’occhio può vedere”, e forse ancora più lontano.

Alessandra Frosini
As far as the eye can see – Jalal Sepehr
Dal 26 Maggio al 9 luglio 2016 – Officine dell’Immagine Milano

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J.Sepehr, Untitled from Red Zone series, 2015, C-print, cm70x100

2_J.Sepehr_Untitled-from-Red-Zone-series_2015_C-Print_cm-70x100

J.Sepehr, Untitled from Red Zone series, 2015 C-Print, cm 70×100

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J.Sepehr, Untitled from Color As Gray series, 2016, C-Print, cm80x120

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J.Sepehr, Untitled from Knot series, 2011, C-Print, cm70x100

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