L’oggetto come arte: Jim Dine a Roma

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Come scrisse Alberto Boatto nel suo celebre libro “Pop Art”, c’è un dato innegabile che differenzia l’arte americana degli anni Quaranta-Cinquanta da quella della generazione successiva: se nell’Action Painting era la dimensione interiore a uscire nel mondo esterno grazie al gesto artistico, con l’arrivo del New Dada è invece il mondo esterno a proiettarsi in quello più intimo dell’artista.  Insomma, da un atto di manifestazione di una sfera privata nel pubblico a uno di inclusione di una sfera pubblica nel privato.

Solo in quest’ottica possiamo guardare al lavoro di Jim Dine (Cincinnati, 1935), che vanta oramai sessant’anni di successi. Cresciuto al fianco di suo nonno che possedeva un negozio di ferramenta, fin dalla più remota infanzia questo contatto ha alimentato in lui un fervido interesse per l’oggetto quotidiano, elemento chiave della sua ricerca che tuttavia non va considerato in chiave pop, ovvero come simbolo di una incombente cultura di massa, bensì come legame con una realtà più vicina e famigliare, priva di ogni venerazione o dipendenza.

A questa straordinaria, poliedrica e avanguardista figura dell’arte statunitense dedica un’importante mostra l’Accademia Nazionale di San Luca a Roma, intitolata Jim Dine. House of Words. The Muse and Seven Black Paintings. Inaugurata lo scorso ottobre, l’esposizione occupa la galleria del piano terra di Palazzo Carpegna con due notevoli cicli di lavori, che focalizzano l’attenzione sulla visione attuale di Jim Dine.

Afferma Claudio Zambianchi in uno dei testi del catalogo della mostra: “Tutto nel lavoro di Jim Dine è oggetto: dalle cose comuni, presenti sin dal principio nelle opere pittoriche e di assemblaggio, nelle installazioni, opere grafiche, sculture, più recentemente nelle fotografie.” Nelle sale del palazzo romano è nuovamente l’oggetto a plasmare il percorso. Già, perché per Dine oggetto non vuol dire solo qualcosa che viva già di una propria funzione, ma è anche la materia che genera l’opera: il colore nella pittura, le parole nella poesia, il legno nella scultura, non sono anch’essi oggetti?

Tra i lavori in mostra The Flowering Sheets (Poet singing) è la più spettacolare. Si tratta di un’opera ambientata in tutta la stanza, in cui ogni parete reca scritte disordinate ma non prive di senso: The Flowering Sheets è infatti il titolo del poema scritto dallo stesso Dine e interamente riportato sul perimentro della sala che circonda il visitatore, mentre questo può camminare tra le sculture lignee che abitano lo spazio. In pose e atteggiamenti diversi, ognuna di queste donne è un contemporaneo omaggio alla statuaria antica, citata alla lettera nelle vesti o nella solennità di certi sguardi. Queste muse vivono come reperti di un’altra epoca, affascinanti e poetiche nella loro collocazione odierna. Le guarda un enorme autoritratto bianco in legno, gesso e poliestere, vero protagonista dell’ambiente. L’installazione è stata presentata per la prima volta nel 2008 al Getty Museum di Los Angeles, ma ora la città di Roma offre nuovi spunti di riflessione sul dialogo col passato e su come i contemporanei possano rielaborare questo immenso patrimonio.

Totalmente pittorico è invece il ciclo dei Black Paintings, titolo che in verità tradisce la loro natura. Sono sette dipinti di grandi dimensioni nati nello studio parigino dell’artista nel 2015 e realizzati nell’arco di circa sei mesi: The Joseph Poem, The History of Screams – Bernini, Damaged by a Crack, Mad Dog Swimming, A sign of Its Pale Color, Tenderness, Eurice is Gone, Happy, Anew, a Parrot of Sunrise, The Blood Moon. In ogni tela è la materia (l’oggetto appunto) a costruire un universo ricco di cromie intense, in cui il nero è solo un’interruzione, che si muove liberamente sulla superficie tra i grumi del colore e il ritmo della narrazione. Emotivi, istintivi e gestuali, sono dipinti che hanno impegnato l’artista in una riflessione sulla pittura senza distrazioni.

La mostra offre dunque la possibilità di cogliere l’evoluzione di un pensiero che non ha mai trasgredito la voglia di sperimentare, ma che allo stesso tempo ha mantenuto vivo un legame con la tradizione.

Lea Ficca

Info:

JIM DINE. HOUSE OF WORDS. The Muse and Seven Black Pantings.
27 ottobre 2017 – 3 febbraio 2018
Accademia Nazionale di San Luca,
Palazzo Carpegna, Piazza dell’Accademia Nazionale di San Luca 77, Roma

01.jpegJim Dine, A Sign of its Pale Color, Tenderness, 2015 213.4 x 213.4 cm acrilico, sabbia e carboncino su tela

02Jim Dine, Congo Boots, 2016 180 x 130 cm xilografia

04.jpegJim Dine, Black Paintings Veduta della mostra

05.jpegJim Dine, The Flowering Sheets Veduta della mostra

 

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