L’ora italiana

Emilio Isgrò, L'ora italiana, allestimento in corso al Museo Civico Archeologico di Bologna, giugno 1986

Tempo annullato, immagini cancellate e un ticchettio che si ferma. Nel Cantiere del ‘900, ospitato nelle Gallerie d’Italia di Piazza della Scala a Milano, una sala è dedicata all’opera L’ora Italiana di Emilio Isgrò.

Emilio Isgrò, L’ora italiana, allestimento in corso al Museo Civico Archeologico di Bologna, giugno 1986
 

L’installazione, che venne presentata per la prima volta nel 1986 al Museo Civico Archeologico della città Bologna, ancora segnata dalla strage di pochi anni prima, si compone di un ambiente neutro e non connotato sulle cui pareti sono disposti venti tondi di pari dimensioni illuminati da una luce ciclicamente variabile. Posta su di essi, una serie di immagini fotografiche è stata cancellata in parte con del bianco calce. Rimangono visibili sagome di persone, scorci di una città – Bologna –, particolari di un quotidiano che potrebbe essere ricondotto alla vita di qualsiasi cittadina italiana. Infine, su questi tondi sono posti venti orologi, collocati in posizione diversa gli uni dagli altri e indicanti ognuno un’ora differente.

Emilio Isgrò, L’ora italiana, Tondo carnale, 1986
 

Isgrò, padre italiano della Poesia Visiva, si è sempre servito della cancellatura come mezzo visivo e concettuale per mettere in evidenza il valore del significato di testi e immagini e l’arbitrarietà dovuta all’interpretazione dei due linguaggi. Dapprima dedicandosi completamente al cancellare testi scritti, come l’Enciclopedia Treccani cancellata da Isgrò del 1964, poi cominciando a interessarsi al connubio tra testo e immagine e andando ad agire sulla didascalia, Isgrò si è sempre focalizzato sulla rivelazione di ciò che viene coperto. In L’ora Italiana questo processo raggiunge il parossismo e la parola viene estromessa dalla sua funzione visiva e cancellata per sempre, mentre al suo posto sopraggiunge un incalzante ticchettio che culmina nel silenzio. Come spiega l’artista nel bel video prodotto dalle Gallerie d’Italia, la parola scritta e stampata sarebbe risultata ridondante e non così efficace come la sua stessa assenza.

Emilio Isgrò, L’ora italiana, Tondo possibile, 1986
 

Il piano visivo dell’opera, seguendo un percorso parallelo a quello del rumore crescente, viene modulato ciclicamente in un aumentare di luce in grado di diventare accecante e annullare la visione dei venti tondi in un lampo di flash seguito dal buio.
L’opera dal carattere così fortemente teatrale concepita da Isgrò come momento di celebrazione dell’ora impossibile – L’ora Italiana –, culmine di un periodo storico che aveva segnato indelebilmente anche la vita quotidiana del Paese, trova oggi spazio all’interno di un itinerario monografico che Intesa Sanpaolo affianca alla sua ricca collezione di opere del ventesimo secolo.
Può essere interpretato come un monito rivolto al presente quello di voler lasciare visibile ed esperibile quella che non è più una semplice opera d’arte, né un monumento, ma che invece è la rappresentazione fruibile e partecipativa di un momento della Storia, di un sentire comune legato all’impotenza di fronte a quei tragici avvenimenti degli anni Settanta e Ottanta.
Isgrò realizza tutto ciò utilizzando il suo personale modello compositivo e concettuale, la negazione dell’immagine e la conseguente rimozione della memoria, per giungere attraverso un’associazione di frammenti cancellati e annullati a un’arte che non sia solo ricerca sperimentale, ma che porti con sé il segno della coscienza civile.

Emilio Isgrò
 

Elena Squizzato

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