We used to be lovers

we used to be

Gli spettatori si accomodano a terra, la luce si abbassa e l’arte fa il suo ingresso trionfale con la forza del movimento, del suono e della passione: questa la prima sensazione che si è respirata sabato 16 febbraio negli spazi delle Officine Caos a Torino per lo spettacolo “We Used To Be Lovers” di Volvon. Una composizione pluridisciplinare in cui attori, danzatori, musicisti e light designer hanno regalato ai numerosi spettatori della serata il frutto di un’intensa settimana di elaborazione e indagine nelle profondità del concetto di “relazione”.

We used to be Lovers

Un’esperienza surreale e intensa, per chi ha avuto la fortuna di essere presente a questa tagliente performance, che mette in scena quella necessaria pulsione umana del “relazionarsi” con l’altro, con l’ambiente che ci circonda o con la propria anima. Un viaggio dunque simbolico che alterna luci e ombre, corpo e anima, gesto e suono in una ricerca drammaturgica e coreografica basata sulla ricercatezza e l’improvvisazione sensoriale che l’interazione tra le arti fa nascere. Lasciandosi suggestionare dall’influenza letteraria delle opere di Perec (“Un uomo che dorme”) e Berger (“Da A a X”), il progetto messo in scena da Volvon pone le basi su un training fisico che si appoggia ai principi dell’anatomia esperienziale, per poi inglobarsi allo studio della luce e della ricerca sonora. Si crea così un magma di suoni, luci e corpi in movimento che rivela e scopre le varie sfumature dell’idea di rapportarsi a cui inevitabilmente entra a farne parte il pubblico stesso.

We used to be Lovers

Una coreografia multiforme e toccante, sviluppata in uno spazio ampio e cupo, tagliato da caravaggeschi fasci di luce che condizionano, con ricercatezza, l’attenzione e lo sguardo di chi osserva, creando in alcuni momenti, a contatto coi corpi dei danzatori, ombre cinesi che tendono a riflettere sul muro l’essenza della passione. Una nota dunque a favore dei performer che, come “dervisci contemporanei”, si sono lasciati trasportare dalle sensazioni e dalla forte carica emozionale della creazione musicale in tempo reale, che prende vita attraverso l’elaborazione di una ricca campionatura di suoni in cui si alternano pezzi di field recording, cantautorato italiano, fino a una ricercata e riuscita manipolazione di melodie.
Una performance dunque che ha saputo emozionare, colpire e affondare le radici nell’animo dell’osservatore, portando sulla scena un connubio di arti che è il sogno per gli amanti della comparatistica e l’aspirazione dell’arte contemporanea.

We used to be Lovers

Progetto e drammaturgia: Volvon;
Coreografia e studio del movimento: Francesca Cola; Giulia Ceolin;
Performer: Francesca Cola, Giulia Ceolin, Giorgio Bevilacqua, Alessandro Salvatore, Sara Capossele, Michela Cotterchio, Annalisa Spurio Fascì, Luca Rigoni, Tommaso Serratore, Davide Tagliavini, Michela Fattorin, Bianca Barucchieri, Salvo Montaldo, Maruska Ronchi, Emanuela d’Agostino;
Sound designer: Claudio Tortorici;
Composizione e installazione sonora: Davide Tomat;
Light designer: Marco Massa;
Ricerca semiotica: Silvia Albanese;
Produzione: Volvon; con il sostegno di Superbudda Studio;
In collaborazione con: Stalker Teatro | officine CAOS.
“We Used To Be Lovers” di Volvon
Facebook: VOLVON  (https://www.facebook.com/pages/VOLVON/136840159749359?ref=hl)
16 febbraio, 2013 _ Torino, Stalker Teatro – Officine Caos
www.stalkerteatro.net

 

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Noemi Eva Cotterchio, vive e lavora a Torino, laureata in Culture Moderne Comparate presso l’università degli studi di Torino, si dedica alla critica e alla “comparazione” delle arti in quanto frutto della passione umana. Attratta da ogni forma d’arte possibile, dalla pittura alle installazioni moderne, dal balletto classico alle performance di improvvisazione, è sempre alla ricerca di quella sottile impronta lirica e personale che rende unica e sublime un’opera artistica.

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