Luce Affettiva. James Turrell

Enzu Green

Fare esperienza di un’installazione di James Turrell conduce fuori dalla percezione ordinaria di categorie come lo spazio e il tempo, per scoprire oltre la logica dimensioni affettive della luce. La lunga carriera dell’artista californiano (Pasadena, 1943) sembra esplorarne l’essenza rifiutandone la definizione di mezzo e rivendicando un’ontologia del fenomeno. Nelle parole dell’artista: “In questo caso non c’è molta differenza, eccetto l’idea che volevo osservare la luce, invece di considerare la luce perché illumini un’altra cosa. Sono interessato all’essenza della luce per se stessa, così che la luce è di per sé rivelazione” (2013). Una dichiarazione che diventa rilevante per l’interpretazione plastica dell’opera d’arte, scardinata dai principi rappresentativi, come per molte delle avanguardie e dei movimenti artistici del ‘900, a vantaggio della pura presentazione, ovvero una concezione autonoma del linguaggio visivo.

Come sottolinea la critica (Celant, 1976), il contesto californiano è soggetto a una diversa percezione spaziale e corporea, spesso mediata dalla tecnologia. In questo stesso contesto, l’arte ha agevolato l’impiego di materiali industriali e tecnologici, come dimostra il progetto sperimentale Arte + Tecnologia (1967-71), stabilito dal museo LACMA, Los Angeles, attraverso una serie di collaborazioni artistiche tese a investigare linguaggi innovativi. Da queste premesse si definisce la ricerca artistica di James Turrell, come la collaborazione con E. Irwin, e Dr. E Wortz, al fine di esplorare le potenzialità di nuovi materiali quali la luce e il suono e gli effetti percettivi, tra cui emerge l’effetto Ganzefield, frutto di ricerche parapsicologiche (come l’Esperimento V, 1969, il quale si articola di camere anecoiche e cellule percettive). L’attenzione alle caratteristiche qualitative e quantitative della luce, è simile per altri artisti che sempre nel contesto californiano, fondano il movimento Light & Space, a cui aderiscono D. Wheeler, R. Irwin e M. Nordman, esponendo per la prima volta in occasione della mostra “Transparency, Reflection, Light, Space”, presso UCLA Art Galleries nel 1971.

La ricerca di James Turrell si sviluppa contemporaneamente in modo autonomo attraverso la serie di sperimentazioni Mendota Stoppage, 1969-1974, in cui l’artista esplora nuove coordinate di spazio-luce, nel suo studio-hotel ad Ocean Park. La configurazione architettonica, che diventerà significante anche per le ricerche minimaliste della luce (ad es. la modularità di stanze e forme geometriche in sequenza, come per D. Flavin), diventa per l’artista un espediente, un limite e un potenziale, per ripensare l’articolazione della luce nello spazio, oltre la geometria classica. Accompagnate da una serie di disegni e opere grafiche che ricercano il segno linguistico della luce, le opere di questa fase riflettono una forte sperimentazione, fino alla prima configurazione tridimensionale della luce – Afrum, 1969, ottenuta attraverso la proiezione di luce-materia su superfici ad angolo. Questo è un momento epifanico per la ricerca dell’artista che formula il proprio pensiero seguendo un’approccio diversamente etico e affettivo nei confronti del materiale.

La riflessione si ampia esplorando le tipologie dello spazio e della luce, come la costruzione di spazi artificiali (Space Division Construction series, dal 1969, in cui la luce regola la percezione di una stanza), l’apertura alla terza dimensione (le serie Veils e Wedgeworks dal 1974, che esplorano le proprietà illusionistiche del fenomeno-luce), gli spazi simulativi e corrispondenti alla luce naturale (Skylight series, dal 1971, come osservazioni del cielo) e l’articolazione di spazi-ambienti (come per il progetto Roden Crater 1979 in cui l’artista ripensa il cono del cratere di un vulcano come un osservatorio di fenomeni astronomici). Dell’artista è la definizione di sensing spaces, ovvero situazioni in cui uno spazio si fonde con un altro spazio da cui riceve la luce (2013), ulteriormente amplificata nella serie di dipinti luminosi Sensing Thoughts, 2014, in cui reinterpreta i codici delle pratiche artistiche. Se la superficie pittorica si apre dallo spazio della cornice alla percezione, altri lavori installativi più recenti esplorano la corporeità della luce, come per St. Elmo Light, 2013, Double Vision, 2013, Virtuality Squared, 2014. Comprensivamente, l’artista c’invita a esplorare nuovi orizzonti come pre-condizioni di ogni logica e linguaggio, in cui la conoscenza è mediata dai sensi. Nelle sue parole: “L’atto di vedere è un atto di sentire” (2015).

First Light, Installation View

James Turrell, First Light, 1989 – 90, 20 etchings in aquatint. Installation view © James Turrell. Photo: Peter Huggins

Afrum (Pale Pink), 1968 Projection Pieces

James Turrell, Afrum (Pale Pink), 1968. Projection Pieces © James Turrell.

James Turrell’s Virtuality squared (2014). Photograph- Collection James Turrell : National Gallery of Australia

James Turrell’s Virtuality squared (2014). Photograph Collection James Turrell: National Gallery of Australia © James Turrell.

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James Turrell, Houghton LightScape Seldom Seen Skyspace,  2000, Photo credit Pete Huggins.

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è interessata agli aspetti Visivi, Verbali e Testuali che intercorrono nelle Arti Moderne Contemporanee. Da studi storico-artistici presso l’Università Cà Foscari, Venezia, si è specializzata nella didattica e pratica curatoriale, presso lo IED, Roma, e Christie’s Londra. L’ambito della sua attività di ricerca si concentra sul tema della Luce dagli anni ’50 alle manifestazioni emergenti, considerando ontologicamente aspetti artistici, fenomenologici e d’innovazione visuale.

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