L’Urban Art secondo Joseph Kosuth

kosuth

In “Juliet” art magazine (edizione a stampa) sto sviluppando un’indagine a puntate sull’Arte Urbana, intesa come pratica artistica negli spazi pubblici – spontanea o pianificata, abusiva o autorizzata – distinta dalle espressioni della Public Art ormai istituzionalizzata e, per altri aspetti, anche dal graffitismo storico. Per questo vado coinvolgendo rappresentative personalità italiane e straniere di vari ambiti. L’iniziativa è nata dalla necessità di provocare un’articolata riflessione sugli interventi artistici in espansione nei centri abitati, per dare corso a un più ampio dibattito sul fenomeno.
Ecco il contributo dell’artista concettuale Joseph Kosuth, tra i più importanti a livello internazionale, che nell’opera qui riprodotta ha stabilito un intenso dialogo con la storia locale e la struttura architettonica in cui ha realizzato l’installazione.

Luciano Marucci: Al di là del messaggio linguistico concettuale, tipico del tuo lavoro, con le installazioni in spazi urbani cerchi sempre di stabilire un rapporto culturale con il luogo?
Josep Kosuth: Nella mia attività ho detto molto presto che certi artisti non lavorano con forme e colori, ma con il significato, e questo è il caso anche quando forme e colori partecipano alla produzione di quel significato, come fanno di solito. Questa idea è centrale nella mia pratica. Opere che si basano esclusivamente sulla manipolazione di forme e colori sono su un percorso che porta a un significato culturale di decorazione e design fini a sé stessi. Questi certamente hanno il loro posto e un valore nel nostro mondo, ma l’arte ha un altro ruolo, quello che le dà radici politiche: deve avere un rapporto riflessivo con la cultura stessa, quindi deve porsi domande su sé stessa, come è generata – anzi, come il significato stesso viene prodotto nella cultura e come lo si mette in mostra. Ciò le conferisce un valore politico come pure filosofico.

Come vede il diffondersi dell’Arte Urbana?
È una forma radicalmente più democratica di ciò che abbiamo sempre avuto. Ed è certamente un progresso rispetto ai monumenti dei Generali sui cavalli. Il potere della sua forma recente sta nell’esistere senza il coinvolgimento e il permesso delle istituzioni. Ma anche questo ora sta cambiando.

In generale, come valuta la qualità delle rappresentazioni individuali o dei progetti collettivi dal punto di vista estetico e sociale?
Entrambi danno importanti contributi. Io ho provato a lavorare in gruppi collaborativi, diciamo, non sempre con lo stesso successo. Certamente il risultato è un diverso tipo di arte.

Le autorità competenti dovrebbero disciplinare le realizzazioni degli street artist?
L’assenza di regole e leggi rischia di creare il caos, questo è certo, ma il caos non è sempre negativo – ormai lo abbiamo imparato. Il vero problema è che entrambi i lavori, all’interno e all’esterno, il più delle volte sono poco originali e ripetitivi. L’originalità (altra parola per autenticità) è scarsa all’interno e all’esterno dell’edificio.

I loro interventi possono snaturare o potenziare i caratteri identitari delle città?
Chiaramente entrambi, come sta succedendo.

Ritieni che la questione debba essere dibattuta dagli addetti ai lavori (artisti, critici, curatori…) insieme con i responsabili della cosa pubblica?
Questo sembra eccessivo. Probabilmente abbiamo solo bisogno di migliorare il dialogo al riguardo.

20 febbraio 2018
(Traduzione dall’inglese di Kari Moum)

a cura di Luciano Marucci

Immagine Kosuth

Joseph Kosuth “A Monument of Mines”, 2015, installazione nel Krona Cultural and Educational Centre di Kongsberg, Norvegia (courtesy immagine Galleri Brandstrup, Oslo e Joseph Kosuth Studio)

“A Monument of Mines”, 2015, dettaglio, Krona Centre for Knowledge and Culture, Kongsberg, Norvegia (ph Sigurd Fandango 2015)

Joseph Kosuth nel Krona Cultural and Educational Centre ha creato un’installazione con 136 nomi scritti al neon sulle pareti interne della struttura. Essi indicano le miniere d’argento aperte in quella zona nel tempo e ogni numero a fianco l’anno di chiusura. L’Artista spiega: “È come un cimitero delle miniere d’argento. Quando si osserva l’opera, qui ci si rende conto dell’intera storia”.

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Luciano Marucci

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