“L’urlo della GENESI”. Sebastião Salgado punta il dito

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Da poco più di due mesi, presso la sede veneziana Casa dei Tre Oci, si sono aperte le porte a un cultore della fotografia documentaristica: Sebastião Salgado porta in scena la sua Genesi. Salgado nasce l’8 febbraio del 1944 ad Amores in Brasile, laureato in economia e statistica, dopo una missione in Africa decide di diventare fotografo. Inizia più o meno così la sua scalata e reportage dopo reportage in contesti di emergenza umanitaria Salgado arriva a concepire i suoi migliori lavori foto-documentaristici.

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Sebastião Salgado, Cuccioli di elefanti marini e pinguini, 2009
 

Nel 1994 presenta al mondo intero La mano dell’uomo, una raccolta di fotografie scattate in Ruanda, Kazakhstan, Brasile, Isola della Réunion, Francia e Italia, un vero e proprio antidoto contro un impero tecnologico che in quegli anni iniziava la sua ascesa a discapito di popoli e i rispettivi luoghi di appartenenza. Interessante è constatare come nel suo successivo lavoro del 2000 In cammino, fino ad arrivare al suo ultimo capolavoro assoluto del 2013 Genesi, ma lo stesso vale anche per La mano dell’uomo, vi sia un filo conduttore capace di richiamare a una ricerca più che mai antropologica. Il fotografo brasiliano è infatti prima di tutto un antropologo, immergendosi e plasmandosi per anni, nel contesto in cui decide di operare – basti pensare a Genesi frutto di una ricerca durata dieci anni.

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Sebastião Salgado, Penisola Antartica, 2005
 

L’importanza che Salgado dà ai suoi scatti parte prima di tutto da una profonda ricerca e salvaguardia di ciò che rimane su questa terra. Non possiamo certamente negare che oggi ci troviamo in un mondo altamente tecnologico, controllato da una politica economica globalizzante e che ciò abbia effetti devastanti su ogni abitante del pianeta che oramai sembra non riconoscerci più. Possiamo certamente dire che antropologia e Genesi sono il correlativo oggettivo di Sebastião Salgado il quale sceglie di presentarci ciò che rimane in un bianco e nero vivo, armonioso ma al tempo stesso pregno di ansia e rassegnazione. A tal proposito si veda Cuccioli di elefanti marini e pinguini del Dicembre 2009 scattata nella baia di Sain Andrews, Georgia del Sud: se si osserva con attenzione nell’occhio del cucciolo si vede riflesso il fotografo. Un giudizio universale dove tutta l’inquadratura è riempita da questi piccoli mammiferi, vittime di un angosciante riscaldamento globale, e dove in primo piano vi è straziante l’urlo del cucciolo di leone marino.

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Sebastião Salgado, Brasile, 2005
 

Chi deciderà di recarsi nell’isola veneziana per ammirare la ricerca di Salgado non potrà rimanere impassibile di fronte a una realtà portata sulla scia di un grado zero della fotografia, per il motivo evidente che lo stesso fotografo in questi suoi scatti, non solo riporta una grande lacuna della società, ma punta il dito verso ognuno di noi. Un puro richiamo alla coscienza dei popoli e ancora più su, sembra dirci Salgado. I risultati sono molteplici come in Penisola antartica, 2005 in cui  l’uomo sembra estinto seppur vi sia la sua traccia indelebile, quell’ammasso d’iceberg che molto velocemente termina la sua esistenza a causa degli eccessi dell’Homo Sapiens Sapiens-industrializzato. Isole South sandwich 2009, è una fuga verso il nero dell’oceano nettamente in contrasto con il bianco accecante della montagna di ghiaccio. Infine sorge la domanda: Genesi è da intendersi, come principio o come giudizio finale? Fino al 14 Maggio potrete cercare la risposta presso la Casa dei Tre Oci.

Giovanni Barbera

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