Manifesta 11. What people do for money: Some Joint Ventures.

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La scorsa settimana si è inaugurata a Zurigo l’undicesima edizione di Manifesta, biennale europea itinerante che ogni due anni cambia sede per indagare la situazione artistica internazionale in relazione a piattaforme geopolitiche sempre differenti. Per la prima volta la curatela è stata assegnata ad un artista, il tedesco Chistian Jankowski, che ha sviluppato il concept dell’evento individuando nella centralità dell’aspetto finanziario la caratteristica dominante di una nazione storicamente permeata di etica protestante che nel corso dell’ultimo secolo è diventata un polo d’attrazione per il capitalismo globale. La nostra contemporaneità è attraversata da radicali cambiamenti nelle modalità di produzione, consumo e comunicazione interpersonale come conseguenza di nuove tecnologie che hanno incrementato in modo esponenziale i sistemi produttivi mettendo in discussione gli equilibri precedentemente raggiunti e facendo emergere un nuovo antagonismo tra risorse umane e artificiali. Il lavoro, percepito come uno degli elementi cardine della costruzione dell’identità dell’individuo e delle sue possibilità relazionali, impronta di sé le aspettative e le proiezioni del singolo per il futuro collegando più o meno consciamente  la sua vita privata agli esiti di una macroeconomia mondiale governata da dinamiche sempre più sfuggenti.
L’interesse di Jankowski per le implicazioni semantiche di questa sfaccettata tematica ha radici nella sua produzione artistica, da sempre incentrata sull’interrogazione degli stereotipi culturali e consumistici e sull’ironica forzatura dei confini tra realtà e finzione. Nei suoi eventi performativi ha spesso collaborato con altri soggetti professionali – maghi, teologi, terapisti, funzionari e dirigenti o operatori del mondo dell’arte – chiamandoli ad assumersi la responsabilità creativa della rielaborazione di situazioni contingenti  connesse al loro ruolo, trasformando in opera lo stesso processo partecipativo e il tempo del suo svolgimento.

In linea con questi presupposti What people do for money nasce come esperimento collettivo in cui 30 artisti internazionali sono stati invitati a confrontarsi con altrettanti esponenti di diverse categorie professionali rappresentate a Zurigo, scegliendo ciascuno un “ospite” con cui dialogare per elaborare un’installazione site specific. Gli esiti di questa inusuale collaborazione sono esposti in due musei, Löwenbräukunst e Helmhaus, e in 30 Satelliti disseminati nella città che coincidono con i luoghi di lavoro dei cittadini coinvolti, mentre nel Pavillon of Reflections, struttura galleggiante sulle acque del lago, ogni sera vengono proiettati filmati che documentano l’interazione artista-lavoratore e la genesi di ogni progetto. Il risultato è un’esibizione performativa in cui la città-laboratorio sperimenta le proprie dinamiche interne aprendosi ai procedimenti destabilizzanti e obliqui dell’approccio artistico, mentre l’arte verifica nuove modalità di intersezione con gli aspetti più codificati della quotidianità riflettendo al tempo stesso sulla propria funzione di reagente culturale in relazione al sistema economico di cui è parte.
Con tali premesse, aperte all’imprevedibilità e ad ogni rischio di fraintendimento, errore e incomunicabilità a cui può dar adito l’ossimorica combinazione di una libertà creativa  assoluta con un rigoroso format di partenza, le 30 anomale joint ventures attivate a Zurigo hanno prodotto esiti molto differenti tra loro dal punto di vista concettuale e linguistico.

Si passa quindi da allestimenti altamente scenografici, come quello di Santiago Serra che ha protetto Helmhaus con strutture difensive come se la città fosse in assetto di guerra o di Evgeny Antufiev che ha installato una grande falena nell’abside di una cappella protestante a interventi più rarefatti come quello di Ceal Floyer che prevede la sovrapposizione sonora di un testo tradotto simultaneamente in due diverse lingue o come le riflessioni letterarie sul significato dell’esistenza stampate sulle finestre della sala d’attesa dell’ospedale universitario da Jiří Thŷn.  Il video diventa fiction colta nell’ironico approccio di Marco Schmitt che propone un remake de El ángel exterminador di Buñuel ambientato nella centrale di polizia locale, mockumentary nel filmato di Carles Congost recitato dai pompieri del Fire Department o testimonianza impegnata nel contributo di Teresa Margolles che denuncia le violenze subite dalle prostitute trans gender di Ciudad Juárez. La figurazione assume tratti concettuali nei ritratti di hostess dipinti da Yin Xunzhi secondo gli stereotipi stilistici della pittura occidentale, mentre le surreali immagini fotografiche di Rødland Torbjørn caricano di valenze oniriche gli impianti dentali realizzati dal suo ospite. In alcuni casi l’apporto dell’artista è un suggerimento performativo che il suo partner professionale è invitato ad attuare, come la divisa pseudo funzionalista disegnata da Franz Erhard Walther che sarà indossata per tutta la durata di Manifesta dai dipendenti di un lussuoso albergo o come i menu scaturiti dalla collaborazione tra John Arnold e un giovane chef che coniugano le ricette di pranzi ufficiali storici con il cibo take away di alcuni ristoranti etnici. Non sono mancate proposte sensazionali come l’idea di Maurizio Cattelan di far camminare sulle acque una nota atleta paraolimpica svizzera a bordo di una speciale sedia a rotelle progettata ad hoc o come la provocatoria ostensione al Löwenbräukunst di escrementi umani prelevati dalla rete fognaria di Zurigo e pressati in cubi minimalisti nell’installazione di Mike Bouchet.

La sfida sottesa ai lavori commissionati per la biennale risiede nella costrizione-necessità di conciliare l’ispirazione, di per sé volatile e insofferente ai limiti, con l’inevitabile ingerenza di una contestualizzazione sovraimposta preservando le necessità interne dell’opera nel suo rapporto dialettico con la doppia destinazione espositiva nel museo e nel satellite. Ogni artista instaura diversi livelli di intimità con un professionista e con le logiche della sua quotidiana attività e la frizione tra questi due differenti sistemi di approccio al mondo si incarna in elaborati ibridi che testimoniano una vasta gamma di pulsioni in cui si alternano fascinazione, criticismo, tentazioni di autoreferenzialità, empatia, tensione e demistificazione.

Le multiformi ipotesi di senso sprigionate da questo grande esperimento di perdita di controllo istituzionalizzata emergono come continua e provvisoria negoziazione tra ciò che sembra evidente e un inestricabile groviglio di contraddizioni, intuizioni e stereotipi. Spetterà al visitatore il compito di interagire con queste proposte per ricollocarne gli spunti nel proprio orizzonte emozionale e cognitivo impegnandosi ad accogliere eventuali aporie e divergenze in un processo di significazione che risulta efficace solo se accetta di essere indipendente e soggettivo.

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Maurizio Cattelan, Untitled, 2016, Photo (c) Manifesta 11

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Christian Jankowski, Curator of Manifesta 11, Photo (c) Manifesta 11

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Evgeny Antufiev, Eternal Garden, Wasserkirche Zurich, 2016, installation view, Photo (c) Manifesta 11

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Mike Bouchet, The Zurich Load, 2016, installation view, Photo (c) Manifesta 11

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Marco Schmitt, Xterminating Badges, 2016, Kantonpolizei Zurich, installation view, Photo (c) Manifesta 11

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Zurich, Pavillon of Reflections by night

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Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.

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