Manifesto di Julian Rosefeldt

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“Io sono per un’arte politico-erotico-mistica, che fa qualcosa invece che rimanere seduta sul proprio culo in un museo”[1]: Manifesto di Julian Rosefeldt in mostra al Palais des Beaux Arts di Parigi

Tredici personaggi e tredici vite. L’istallazione induce a introdursi segretamente nella vita di tredici persone differenti, cosa che, in una società individualista come quella del nostro secolo, potrebbe già bastare per diventare un atto estetico politicamente democratico.

Il visitatore entra in un’enorme sala scura, riempita di schermi in modo apparentemente disordinato. Le voci si mescolano così come le immagini: di fronte all’entrata una decina di minuti della vita di una broker, il telefono all’orecchio, recita : “Avevamo vegliato tutta la notte – i miei amici e io sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgòre di un cuore elettrico”[2].

A sinistra, il prologo: una fiamma scoppiettante e la voce dell’attrice che esordisce con una paradossale affermazione tratta dal Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels: “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”[3]. A sinistra, Teufelsberg, la dismessa base di spionaggio americana nella periferia di Berlino: graffiti; la desolazione della società postmoderna; le tracce di una guerra capitalista; silenzio. Un senza tetto si aggira adirato e solo, si gira verso la telecamera mostrando la dentatura putrida e grida: “La crisi attuale ha messo a nudo il capitalismo. Più che mai, esso si svela come sistema di furto e frode, di disoccupazione e di terrore, di carestia e di guerra. La generale crisi del capitalismo si riflette nella sua cultura. L’apparecchio economico e politico della borghesia è in piena decomposizione, la sua filosofia, la sua letteratura e la sua arte sono in fallimento”[4].

Così si susseguono i cortometraggi di Julian Rosefeldt, tra l’ironia di una maestra elementare che insegna ai suoi allievi che “nulla è originale”[5], e la crudissima realtà della lobotomizzata quotidianità di un’operaia; in una rete abilmente tessuta di brani tratti dai manifesti che hanno segnato la cultura del XX secolo, e le dichiarazioni più recenti di artisti, architetti, ballerini e cineasti quali Sol LeWitt, Yvonne Rainer, Lars von Trier o Jim Jarmush. Si tratta di discorsi, divagazioni, la preghiera di una madre di famiglia conservatrice, o semplici monologhi interiori, interpretati magistralmente dall’attrice camaleonte Cate Blanchett.

Ispirandosi alla storia dell’arte, al cinema e alla cultura popolare, l’installazione multi schermo mette in scena il tormentato esistere dei personaggi della nostra epoca, erranti, nello spazio conchiuso di un “Grande tetro del mondo”; il fascino della trasformazione scenica di una delle migliori attrici del nostro tempo si combina a una meticolosa scenografia, per riportare alla luce ciò che ha bruciato nell’animo dei grandi intellettuali del passato: “Questi autori hanno questo bisogno irreprensibile di dire qualcosa al mondo” Spiega Rosefeldt in un’intervista filmata del 2015, “Attraverso il mondo dell’arte, è il mondo intero che vogliono cambiare! Leggere questi testi mi da gioia, e la voglia di andare più lontano in quanto artista, di contribuire alla società”.

Manifesto non è solo l’ennesimo ritratto di una società capitalista in decomposizione, ma un rinnovato richiamo alla lotta, una lotta da combattere con le armi più potenti, quelle della cultura.

[1] Claes Oldenburg, I am for an art…, 1961
[2] Filippo Tommaso Marinetti, Fondazione e Manifesto del futurismo, 1909
[3] Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, 1848
[4] John Reed Club of New York, Draft Manifesto, 1932
[5] Jim Jarmusch, Golden Rules of Filmmaking, 2002

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Manifesto, di Julian Rosefeldt, 2015

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Manifesto, di Julian Rosefeldt, 2015

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