Manifesto – Intervista con Adalberto Abbate e Mario Consiglio

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Gli artisti Mario Consiglio e Adalberto Abbate hanno appena chiuso, alla Gam di Palermo un altro capitolo di Manifesto, una mostra che si ri-manifesta ogni volta in forme differenti rispetto agli spazi che incontra. Come è stato già per le stanze del Grimmuseum di Berlino e di Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi in cui i due artisti hanno lavorato ad un processo vitale e anti-metodologico in cui far confluire le immagini trovate sul loro stesso cammino. Un esercizio di “potenza della realtà” e di esercizio di casualità, che passa per fotografie e immagini raccolte. Per una celebrazione del concetto di entusiasmo e un inno all’esistenza di “verità”differenti e manifestazioni vitali. Ho deciso di passare un po’ di tempo in chat con Mario e Adalberto pur non avendoli mai conosciuti di persona. Si è parlato dell’ambiguità del verbo manifestare, di punk, e del non progettare una mostra da inaugurare.

Laura Lecce: Iniziamo con delle osservazioni ovvie: manifesto è un oggetto di dichiarazione pubblica, un documento, ma anche un dispositivo di persuasione.
Adalberto Abbate: Manifesto non si impone come una linea culturale ed estetica da seguire, é manifesto piuttosto tutto ciò’ che vive attorno a me e Mario, che si manifesta appunto, e diventa per noi energia vitale. In un periodo di gerarchie culturali e intellettuali crediamo ancora all’idea che di verità non può’ essercene una ma tantissime. L’intelligenza è comunicare, e non giocare alla comunicazione. Per noi è vitale recuperare entusiasmo dalla vita reale, da tutto ciò’ che si manifesta ogni giorno senza alcun filtro.

LL: Manifestare significa anche rendere chiare delle idee, dichiararle, metterle in ordine.  Il lavoro è invece proprio sul disordine con cui le immagini arrivano a noi e che le immagini creano? Il modo in cui poi le immagini vengono da voi ri-mescolate e ridate appare caleidoscopico, quindi tutt’altro che manifesto.
MC: È il nostro osservatorio sul mondo. Ci interessiamo di politica, religione, sesso e follia, accogliamo immagini di tutto ciò che ci colpisce, siamo curiosi e ci nutriamo di tutto.

LL: Un’immersione nelle manifestazioni vitali?
MC: Assolutamente si. E’ un modo di vedere il mondo da più angolazioni.

LL: Accogliete queste manifestazioni in maniera completamente libera e le ridate così come sono arrivate? Ricorda un esercizio dada.
AA: Si potere alla realtà, una realtà folle, dura, nauseante, sorprendente. Le sfaccettature del mondo che oggi si riversano in rete creano solo confusione, noi raccogliamo tutte le immagini dalla realtà, è la nostra verità, e non vogliamo imporla , è come un invito a guardarsi  intorno, a non perdere l’obiettività.
MC: Si c’è molto del dadaismo in effetti. Soprattutto nell’atto di chiudere la mostra con istallazioni improvvisate sul posto, con il tempo che abbiamo a disposizione e gli oggetti che riusciamo a trovare.
AA: E’ un gioco che ci appartiene come generazione, più’ che dada, direi che è il punk ad avere creato delle infiltrazioni nel nostro modo di fare e reagire. Non c’è una regola, non c’è una gerarchia, e io e Mario ci sfidiamo continuamente.

LL: È punk l’atto di “portare” l’immagine allo stato zero per esempio? Volete spogliare l’immagine dei suoi riferimenti e scoprire la sua essenza, il suo nucleo?
AA: Scaviamo nelle immagini, nella storia, nelle vite delle persone che ci circondano. Scaviamo nel nostro stomaco, tiriamo fuori quello che ci serve e lo confrontiamo assieme ogni giorno, commentando le immagini, ridendo o sentendoci tristi. Non portiamo l’immagine allo stato zero, piuttosto la facciamo esplodere nelle possibili mille sfaccettature.
MC: In realtà esponiamo le immagini nella loro crudezza. Slogan sui muri o personaggi a limite della realtà che incontriamo nella vita reale ma anche persone ritratte da altri, facciamo ricerca su vecchie documentazioni di ogni genere.

LL: quando mi spiegavate il processo con cui lavorate mi è venuto in mente il concetto di collage e di de-collage.  E’ interessante il fatto che il collage da tecnica pura di composizione è oggi un termine che ha già in se una connotazione, poiché noi diciamo quest’opera è un collage non “è stato fatto con una tecnica di collage”. La vostra tecnica di composizione è essa stessa l’opera in qualche modo? Mi riferisco al modo in cui queste immagini sono assemblate poi in mostra.
MC: Si, assolutamente. L’opera finita è nell’insieme. È lì che prende forza MANIFESTO. Anche se ogni singola foto è un lavoro a sé, è il luogo che fa la mostra. Seguiamo le energie della situazione che viviamo al momento.  È anche una lotta contro il tempo. La mostra si inaugura a breve e noi dobbiamo risolverla.

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MANIFESTO, GAM Palermo, Aprile 2016

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MANIFESTO, Adalberto Abbate e Mario Consiglio, GRIMMUSEUM#5

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MANIFESTO, Adalberto Abbate e Mario Consiglio, GRIMMUSEUM#9

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MANIFESTO, GAM Palermo, Aprile 2016

LL: Quindi queste immagini sono veramente rimescolate fino all’ultimo e non c’è un progetto di allestimento prima?
AA: no nulla…
MC: Ci chiediamo: cosa ci offre questo posto? Incominciamo a girare e cercare quello che può servire e nel frattempo pensiamo a come piazzare le cose trovate.

LL: Un modo di procedere casuale quindi, che ha un senso con tutto l’approccio del vostro lavoro. Volevo dirvi che il vostro lavoro a me lascia intravedere anche qualcosa di molto magico e in qualche modo occulto.
AA: Iniziamo con la casualità e poi emergono ragionamenti che cambiano anche nei giorni che seguono. Così magari ricambiamo tutto di nuovo o distruggiamo alcuni assemblaggi per crearne altri, fino all’ultimo secondo.  Capita spesso che la mostra la chiudiamo cinque minuti prima dell’apertura e dobbiamo correre a farci una doccia, e dormire un po’, veramente sfiniti.

LL: Quando ne “Il pensiero selvaggio” Claude Lévi Strauss paragona il sistema di pensiero mitico all’attività del bricolage, che comprende, trasposta su di un piano puramente estetico e contemplativo, anche l’arte del collage. Lui lo intende come un opporsi alla tesi evoluzionista secondo cui il pensiero magico è solo una tappa del cammino che conduce alla mentalità tecnico-scientifica. È invece un modo di conoscere e talvolta di apprendere la realtà?
AA: inserirei la parola ENTUSIASMO.

LL: Si, un modo entusiasmante di conoscere il mondo?!
MC: Certamente,una cosa simile la diceva pure Friedrich Nietzsche sul creare artistico. Cerchiamo l’esaltazione nel creazione, il massimo della realizzazione umana e la sua felicità.
AA: L’essere umano trova nella creazione la felicità è vero, ma se poi deve posizionare la creazione sulla piramide gerarchica, esso muore, soffre e muore dentro e chi muore dentro, ed è privo di entusiasmo cosa cazzo può comunicare? La cultura molte volte separa e non unisce, non accresce il mondo, piuttosto lo riduce a pochi concetti validi, a poche teorie indiscutibili per un determinato momento storico per le sue mode la sua estetica.

Intervista di Laura Lecce

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