Marco Di Giovanni. Orizzonte degli Eventi.

covermarci

Secondo la fisica teorica i buchi neri sono corpi celesti in cui la materia si trasforma direttamente in energia a causa di un campo gravitazionale così forte e intenso da impedire la fuga di qualsiasi elemento. Nemmeno la luce può sottrarsi alla sua forza d’attrazione e per questo esso risulta invisibile e rilevabile solo indirettamente tramite il collasso della materia che precipita al suo interno. Un ipotetico corpo in caduta libera sarebbe quindi schiacciato a densità infinita e la sua massa aggiunta a quella totale del buco nero, al centro del quale si trova una regione in cui la curvatura dello spazio diventa infinita assorbendo la massa complessiva in un volume pari a zero. L’orizzonte degli eventi è il confine spazio-temporale al di là del quale non c’è nient’altro che il buco nero, è il limite del non ritorno e la soglia del visibile oltre la quale qualsiasi evento non potrebbe essere rilevato da un osservatore esterno rendendo impossibile ogni verifica del suo effettivo svolgimento.

Queste suggestioni sono all’origine del progetto espositivo site-specific realizzato da Marco Di Giovanni (Teramo, 1976) al Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna per la quinta edizione di ART CITY, il programma di iniziative istituzionali promosso dal Comune in occasione di Arte Fiera con l’obiettivo di rileggere la città attraverso lo sguardo di artisti contemporanei invitati a intervenire sulle collezioni storiche. In linea con le principali tematiche del suo lavoro, da sempre incentrato su una poetica della lontananza e del guardare oltre con l’ausilio di oggetti performativi e dispositivi ottici ingrandenti o deformanti, l’artista concepisce un ambiente immersivo in cui convergono e interagiscono diversi linguaggi come scultura, disegno, installazione sonora e performance. Se la fisica suggerisce che gran parte della realtà è materia oscura che non riusciamo nemmeno a immaginare, le nostre azioni e scelte sono solo apparentemente libere perché si attuano nell’ambito dei ristrettissimi confini della percezione e della conoscenza umana. A questo modo è proprio la coscienza di questo limite a definire la nostra identità nel mondo e l’incessante tentativo di superarlo nonostante la consapevolezza della sua invalicabilità è la radice della forza che ci spinge ad esistere.

Per questo l’artista sceglie di ripercorrere la sua storia personale a partire da Gran Sasso, installazione composta da 38 agende Moleskine aperte sulla pagina del planisfero suddiviso per fusi orari, dove sottili tratti di grafite integrano e sovrascrivono i caratteri di stampa fino ad annullarne la leggibilità per mostrare il profilo della catena montuosa come appare dalla finestra della casa dove è nato e cresciuto. Alla rappresentazione convenzionale del tempo e dello spazio Di Giovanni sostituisce la sua singolarità abruzzese come ricostruzione dell’unico spazio-tempo che considera possibile perché modellato dalla sua esperienza interiore. L’opera è completata da un intervento sonoro in cui una voce narrante racconta con marcata inflessione dialettale incomprensibili aneddoti familiari frammentati e ricomposti su una base di suoni temporaleschi e di pietre che rotolano. La traccia, realizzata dall’attore Andrea Ettore Di Giovanni e dal compositore Vincenzo Core, entrambi cugini dell’artista, contrappone alla rassicurante percezione di un orizzonte familiare e conosciuto l’oscuro mormorio di un inconscio che si annida nelle nostre certezze fino a farle esplodere. Lo smarrimento si dilata e si espande nel secondo ambiente in cui è dislocata la mostra, una stanza antica con le pareti interamente rivestite di pannelli neri fonoassorbenti, al centro della quale troneggia Heavy-Pod, ostinato cassone metallico in ferro arrugginito che vibrando emette un assordante frastuono corrispondente alla registrazione di tutte le fasi della sua produzione in carpenteria. Inviolabile e chiuso in se stesso, urla all’infinito la propria origine e la propria materia ma la sua voce è destinata a rifrangersi contro il soffitto e implodere senza poter mai raggiungere l’esterno.

Quando si entra in un buco nero la realtà si divide in due: da una parte la materia viene incenerita e sussunta nella massa oscura incommensurabilmente densa, dall’altra non subisce alcuna trasformazione perché per effetto della dilatazione gravitazionale temporale un oggetto che cade in un buco nero mentre si avvicina all’orizzonte degli eventi sembra rallentare e impiegare un tempo illimitato per raggiungerlo. Se è sicuro che una volta varcata una certa soglia sarà impossibile tornare indietro, esiste la possibilità teorica di uscire dal buco nero utilizzandolo come tunnel spaziale verso un’altra dimensione: a questa possibilità alludono le tre finestre circolari che interrompono la continuità delle pareti lasciando intravedere uno scorcio della prima stanza e, durante le performance dal vivo, i volti rovesciati dell’attore e del musicista che interagiscono in una sala attigua del museo. Verificando in modo empirico e ludico lo smembramento esistenziale di un corpo risucchiato da un buco nero in cui ciò che si vede non si sente e viceversa, Di Giovanni restituisce circolarità alla dispersione ipotizzando un punto di vista praticabile anche se disorientante e ingannevole.

Il cuore della mostra, sua origine inconscia e ideale proseguimento, è custodito in una nicchia segreta dove l’artista colloca Nero, un taccuino incompiuto realizzato l’estate scorsa le cui pagine sono meticolosamente riempite di pennellate nere a china che fanno trasparire condensati paesaggi mentali individuabili solo tramite l’osservazione del diverso andamento del gesto pittorico. L’ubiquità del nero richiama e anticipa le pareti che avvolgono la stanza e l’infinita stratificazione della materia che satura uno spazio imploso, ma allo stesso tempo suggerisce come l’inconscio sia un coacervo di energie ed eventualità potenziali che attendono di essere liberate per esplicitarsi in un accadimento unico ed irreversibile che ne rende immanente la presenza.

Marco Di Giovanni. Orizzonte degli eventi.
a cura di Sabrina Samorì
15 gennaio – 12 marzo 2017
Museo internazionale e biblioteca della musica
Strada Maggiore 34, Bologna

2_Marco-Di-Giovanni

Marco Di Giovanni, Gran Sasso, 2015, matita su 38 agende Moleskine, cm 170×290, Courtesy l’artista

3_Marco-Di-Giovanni

Marco Di Giovanni, Gran Sasso, 2015 (particolare), matita su 38 agende Moleskine, cm 170×290, Courtesy l’artista

5_Marco-Di-Giovanni

Marco Di Giovanni, Nero, 2016-2017, china su taccuino, cm 16x13x4. Credito fotografico: Anna Rossi.
4_Marco-Di-Giovanni
Marco Di Giovanni, Heavy-Pod, 2015,  ferro, impianto audio, traccia sonora elaborata da Gianluca Favaron, cm 140x60x63, in Orizzonte degli eventi presso il Museo internazionale e biblioteca della musica, Bologna. Credito fotografico: Anna Rossi. 
6_Marco-Di-Giovanni
Marco Di Giovanni, gommapiuma fonoassorbente, struttura in legno, semisfere di cristallo, performance di Vincenzo Core e Andrea, Ettore Di Giovanni, in Orizzonte degli eventi, 2017, presso il Museo internazionale e biblioteca della musica, Bologna. Credito fotografico: Anna Rossi

The following two tabs change content below.
Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.

Rispondi