Marisa Merz

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Prolungata fino al 23 settembre 2012, la mostra che Marisa Merz ha presentato presso la Fondazione Merz di Torino con il titolo “Disegnare, disegnare, ridisegnare il pensiero immagine che cammina”, raggruppa, per la prima volta dall’apertura della fondazione, un percorso ideologico, quasi una narrazione onirica, capace di celebrare le opere dell’artista che diede un tocco femminile all’arte povera.

MarisaMerz, Senza titolo, 2012. Collezione dell’artista. Courtesy Fondazione Merz
 

Questa mostra antologica, sospesa quasi nel tempo e nello spazio delle ampie e bianchissime sale della fondazione, raccoglie forme, ricordi, e soprattutto volti, che fanno subito capolino dalla grande tavola centrale in ferro battuto ricoperto da una trasparentissima lastra di vetro che lascia sospese teste abbozzate in terra cruda o bronzo, violini di cera e mele verdi. Subito lo spettatore si trova a diretto contatto con la materia, delicate reti di rame disegnano il pavimento e le pareti come vele pronte a ricevere l’aria giocosa che l’ipotetico movimento de L’altalena per Bea (1968) potrebbe creare. Si susseguono tavole dipinte, in cui ombre dai tratti femminili fanno delicatamente capolino, ectoplasmi fatati dalle tenui sfumature di oro e blu osservano un lungo tavolo su cui è posta una lastra di cera triangolare a cui sono state applicate sei corde di rame che, riprendendo i muti violini di cera bianca del tavolo precedente, preannuncia la sala successiva in cui il suono domina la scena. Una sala questa decorata da ragnatele di corde musicali che incorniciano l’installazione di una piccola fontana artificiale; questa, riposta al centro della stanza, fa dunque risuonare il gorgoglio dell’acqua celebrando il suono della natura.

Veduta della mostra. Courtesy Fondazione Merz. Photo Paolo Pellion
 

Ai piedi di uno dei numerosi ritratti di donne in contemplazione che compongono la mostra ecco spuntare dal pavimento l’installazione di un fiore dalla corolla in rete e il pistillo di pietra. Un Coccodrillo con Progressione di Fibonacci (opera del marito Mario Merz) veglia sul salone in cui, riposto poi in un angolo, il volto dorato di una triste Sibilla racchiusa nella sua bottiglia, sembra lanciare il suo lieve e impercettibile grido di dolore; il tutto seguito da uno pseudo teatrino in cui tre volti (quasi tre fantocci) di cui uno dotato quasi di armatura, sembrano pronti ad una recita di impronta cavalleresca.
Volti di donne celati, evanescenti, sculture minimali, di piccole dimensioni, manipolazione del metallo, della cera… è questa la poetica di Marisa Merz: essenziale, astratta e minimalista, ma nel contempo femminile, delicata e narrativa. Questa è una mostra in cui l’artista, attraverso linguaggi creativi differenti, è riuscita a “narrare” un impulso artistico, personale e incantato.

Marisa Merz, Senza Titolo, pittura oro su treppiede in ferro, cm. 16x16x12. Collezione dell’artista. Courtesy Fondazione Merz
 

Marisa Merz, Senza titolo (spirale), 1993. Filo di rame, ferro, argilla cruda. Collezione dell’artista. Courtesy Fondazione Merz

 

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Noemi Eva Cotterchio, vive e lavora a Torino, laureata in Culture Moderne Comparate presso l’università degli studi di Torino, si dedica alla critica e alla “comparazione” delle arti in quanto frutto della passione umana. Attratta da ogni forma d’arte possibile, dalla pittura alle installazioni moderne, dal balletto classico alle performance di improvvisazione, è sempre alla ricerca di quella sottile impronta lirica e personale che rende unica e sublime un’opera artistica.

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