2x1at the Hayward Gallery: Mendieta/Singh

3_Ana Mendieta, Silueta Works in Mexico, 1973–77, courtesy of The Museum of Contemporary Art, Los Angeles

E’ stato un autunno davvero ricco al Southbank Centre di Londra, che con Stephanie Rosenthal ha dedicato due personali ad Ana Mendieta e a Dayanita Singh. Due donne. Due storie. Due retrospettive, raccontate con grande sensibilità, discrezione e molto rispetto.

1_ Ana Mendieta. Untitled Facial Hair Transplant. 1972_Untitled Glass on Body Imprints 1972. Room 1. courtesy Hayward GalleryAna Mendieta, Untitled (Facial Hair Transplant), 1972; Untitled (Glass on Body Imprints), 1972, Room 1, courtesy Hayward Gallery.
 

Ana Mendieta, Traces. Un percorso in 10 sale che ripercorre la breve ma intensa attività dell’artista, con l’obiettivo di mettere in luce i temi, i luoghi e l’evoluzione del suo lavoro.
L’arte è un’azione materiale della cultura, ma il suo valore più grande è il suo ruolo spirituale, in grado d’influenzare la società, perché è il più grande contributo che può essere dato allo sviluppo intellettuale e morale dell’umanità.” Ana Mendieta (Stephany Rosenthal, Ana Mendieta. Traces, Londra 2013)
La mostra comincia da qui, dalle parole della stessa artista. Nata a Cuba nel 1948, all’età di 13 anni migra negli Stati Uniti. Strappata dai luoghi e dalle abitudini della sua infanzia, Ana Mendieta comincia presto a prendere confidenza con i linguaggi dell’arte, dapprima concentrandosi sulla pittura, per poi avvicinarsi a una sperimentazione artistica che vede la sua fisicità impegnata totalmente.

Ana Mendieta at Hayward Gallery, London.  Photo by Linda Nylind. 22/9/2013.Installation view, Totem Grove, 1985 © The Estate of Ana Mendieta Collection, LLC, photo: Linda Nylind.
 

Cuba, Stati Uniti, poi Messico. Mendieta decide di parlare attraverso il suo corpo in un dialogo ravvicinato con l’ambiente e i luoghi in cui vive. Sin dalle sue prime alterazioni corporee, poi con Siluetas, e in particolar modo Arbol del la Vida, le Esculturas Rupestres, PietreFoglie, l’artista non si accontenta di raccontare ma vuole “essere”, incarnare, fondersi completamente con l’opera nello spazio. L’artista diventa così oggetto e contemporaneamente strumento, medium, del suo stesso messaggio. Il suo corpo diventa terra, corteccia, acqua, fuoco. Autrice e opera stessa, Mendieta cerca il proprio posto nella società, lasciando tracce del suo passaggio e della sua esistenza.
Concezione, realizzazione e documentazione sono le tre linee guida che conducono il suo operato. L’artista infatti è solita documentare i suoi lavori con video e fotografie; ed ecco che in Traces il percorso dell’artista combacia con il percorso espositivo, culminando nell’ultima sala, dedicata al suo archivio personale, Re-Tracing Ana Mendieta: documents 1972-1985, in cui alle immagini e ai suoi film Super-8 si aggiungono le annotazioni, i diari e le lettere personali.

3_Ana Mendieta, Silueta Works in Mexico, 1973–77, courtesy of The Museum of Contemporary Art, Los AngelesAna Mendieta, Silueta Works in Mexico, 1973–77, courtesy of The Museum of Contemporary Art, Los Angeles.
 

Dayanita Singh, Go Away Closer. La mostra prende il titolo da uno dei libri dell’artista, pubblicato nel 2007.
Di New Delhi, Dayanita Singh nasce nel 1961. La fotografia diventa ben presto l’oggetto della sua attenzione, a cui affianca quasi sempre un lavoro bibliografico. Per lei lo scatto fotografico non è concepito come il gesto conclusivo di un percorso di ricerca, bensì come l’inizio di una nuova creazione, di un nuovo percorso. Ed è ciò che emerge alla Hayward Gallery.
I suoi libri sono strumenti multifunzionali e i suoi Musei “portatili” sono contenitori di molteplici visioni. Diari di viaggio, materiali d’archivio, microespositori con una solida autonomia artistica essi vengono proposti come degli spazi espositivi a sé stanti, indipendenti, che, a seconda di come vengono strutturati nello spazio, innescano diverse possibilità di lettura.
La retrospettiva londinese, coerentemente con l’approccio di Singh, propone un percorso foto-bibliografico: parte dai sui lavori, dai suoi libri e ne approfondisce le varie tematiche attraverso la fotografia.

6_Dayanita Singh. From the series Go Away Closer, 2007Dayanita Singh. From the series Go Away Closer, 2007.
 

Davvero suggestiva è la stanza dedicata all’ultimo lavoro, Mona and Myself; il progetto è ispirato alla profonda amicizia tra l’artista e Mona Ahmed. Una grande proiezione mostra Mona Ahmed nella sua stanza, mentre ascolta e canticchia la sua canzone preferita. Incapace di raccontare questo legame con un linguaggio univoco, Singh sceglie d’intrecciare ancora una volta la fotografia ad altri medium, scegliendo una sorta di “novella visuale” che alla Hayward Gallery sfocia in questo video, di cui la stessa artista cerca di spiegare la natura: “Un fermo-immagine in movimento, non un video, non ancora una fotografia, ma qualcos’altro.” Il risultato è talmente intimo che va oltre la vividezza del documentario, diventando una sorta di svelamento autobiografico.

7_Dayanita Singh, Mona and Myself, 2013Dayanita Singh, Mona and Myself, 2013.
 

Francesca Vason

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