Michael Borremans, as sweet as it gets

theear,42x53mm,2011

La più grande mostra personale dell’artista belga Michaël Borremans (Geraardsbergen 1963, vive e lavora a Gent) è dal 22 febbraio al 30 agosto 2014 al Bozar di Bruxelles.

theear,42x53mm,2011

Michael Borremans, The Ear, 2011
 

Borremans è un nome che ne chiama a sé altri. In lui vediamo ripresi molti discorsi iniziati o accennati da autori di fama internazionale (contemporanei e non) e a cui lo stesso artista si dichiara debitore: Francis Bacon, Goya, Velázquez, David Lynch, Damien Hirsch, Bill Viola. Per chi non lo conoscesse, questo melting pot di citazioni potrebbe significare un’assenza d’identità artistica. Invece mai come in questa personale capiamo quanto personale e organico sia diventato il suo idioma. Le sue riflessioni si sviluppano, mutano nel tempo come per ogni grande artista, ma le sue sperimentazioni hanno caratteristiche ricorrenti poste come firme in sovrimpressione. Prima tra tutte: il dialogo tra media. La mostra ospita 100 opere tra dipinti, disegni, acquarelli, video, installazioni. Spesso il punto di partenza per la costruzione delle opere è la fotografia. Da qui non è raro trovare una sorta di ciclicità tra media: foto alla base di acquarelli che poi diventano dipinti, poi realizzati in video e, in ultimo, fotografati di nuovo. L’elemento che maggiormente e costantemente denuncia l’allestimento fotografico è l’ombra. Ogni personaggio ha sempre alle sue spalle un’aura cupa (o più di una) che è sia prolungamento del corpo, tratto personale, fattezza psicologica che dà spessore alla tridimensionalità del corpo, sia elemento di congiunzione tra persona e spazio. Senza l’ombra non capiremmo la distanza dalla parete, né che quella dietro è una parete.  L’ombra è il legame con il circondario che, come una foto segnaletica, ci ricorda che prima di aver dato una cornice al quadro (con la tela), l’immagine è passata per un’altra delimitazione quadrangolare: quella fotografica.

(The Pendant, 60x40, 2009)

Michael Borremans, The Pendant, 2009
 

L’idea che Jeffrey Grove, curatore della mostra, ha voluto dare all’esposizione è quella di un continuo, incessante dialogo tra diversi canali, anche in diacronia. Borremans lavora e riflette per anni sugli stessi soggetti sezionandoli, sviscerandoli in componenti minimi e riflettendo su questi estrapolandoli dalla comune tendenza alla narratività. Altra caratteristica ineludibile della sua produzione è appunto l’anti-narrazioneIn The Storm, per esempio, viene proiettata una scena di paralisi cinetica per un minuto e sette secondi. L’unico diversivo che crea un’aspettativa è il continuo cambio di angolazione della luce. I personaggi non si muovono e tutto concorre ad annullare ogni eventuale ipotesi narrativa.

thestorn,35mm,107min loop continuo, 2006

Michael Borremans, The Storm, 35 mm, 1:07 min loop continuo, 2006
 

L’insistenza sui dettagli, sulle porzioni di corpo dipinte con realismo, il frazionare i corpi spesso esponendo dei busti (sia in video che nei disegni) o dei soggetti di spalle, tutto fa leva sull’immaginazione andando a sfiorare quelle paure, quelle ansie familiari di cui lo spettatore non chiede spiegazione. I simboli spesso indecifrabili, a volte esoterici, portano in una dimensione di silenzio, di terribile muteness in cui l’ambiguità ipnotizza. I personaggi non accennano ad alcun tipo di comunicazione. Hanno spesso gli occhi bassi, a volte le pupille sono omesse dal disegno. Giacciono fissi in un momento preciso, chiusi in se stessi e in un’azione che non si svolge. Al contempo, al senso perturbante e polisemico dei suoi lavori si afferma il desiderio di non sottrarre la presenza di humour. «All art must contain humour», ha detto Borremans in una recente intervista. Risultato a cui l’artista arriva battendo più strade e gli oggetti e la prossemica sono tra i suoi strumenti più efficaci.

Sleeper, 40x50cm, 2008

Michael Borremans, Sleeper, 2008
 

I personaggi decontestualizzati che Borremans ritrae sembrano provenire da un’epoca vicina che però non è la nostra. In questo mondo immaginario e sovversivo c’è molto del passato, evocato per esempio dall’utilizzo di tecniche di pittura barocca e dalle citazioni a protagonisti e ambienti tratti dalle opere dei suoi autori prediletti (Manet, Velázquez, Courbet), Ma c’è anche qualcosa del presente, un’ironia familiare, un certo modo di sondare l’inconscio, il corpo in quanto corpo, l’enigma del bizzarro. Tutto è straordinariamente vicino e inafferrabile quanto un’immagine antica dall’emotività moderna.
As sweet as it gets si sposterà al Tel Aviv Museum of Art e al Dallas Museum of Art.

manwithbonnet

Michael Borremans, Man with Bonnet, 2008
 

Informazioni
Michael Borremans, As sweet as it gets
Bozar (dal 22 febb al 30 ago 2014)
Rue Ravenstein 23   1000 Bruxelles
Per info qui

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Claudia Spaziano

Laureata a La Sapienza in Letteratura, Musica e Spettacolo, poi in Critica Letteraria, collabora con diverse riviste come art critic e reporter. Nel 2013 ha collaborato come assistente alla galleria Contemporary Art Brussels. Attualmente vive tra Nizza ed Edimburgo studiando International Marketing with Event and Festival Management.

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