Michelangelo e il Novecento. Tutto il portato di un genio in mostra a Modena

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Per una volta mettiamola giù semplicemente così: sembra che il libro sia in crisi e che neppure le storie stiano tanto bene, quelle delle arti, però, sono sempre belle. Lo prova Michelangelo e Il Novecento che, dallo strano panorama celebrativo del 450° della morte, è un fuscello di paglia che brilla come la lucciola di Pasolini.

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Kendell Geers, Relic 2, 2002
. Nastro segnaletico e polistirolo
, h. 454 cm. Ph.: Oak Taylor-Smith, Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin. 
 

A cura di Emanuela Ferretti, Marco Pierini, Pietro Ruschi (catalogo Silvana Editoriale, pagg. 304, euro 34), l’esposizione è articolata tra due sedi: Casa Buonarroti, Firenze (18/06/-20/10/2014) e Galleria civica/Palazzina dei Giardini, Modena (20/06-19/10/2014). Ed è dedicata alla fortuna di Michelangelo e della sua opera nella cultura visiva del Novecento e dell’età contemporanea. Possiamo infatti vedere il suo ascendente spaziare dalla citazione diretta al richiamo ideale abbracciando scultura, pittura, architettura, grafica, fotografia, video, design. (Basti pensare alla recente rappresentazione del David armato di mitragliatrice in una discussa pubblicità americana). Ci limitiamo alla sezione di Modena, cioè al nucleo tematico legato all’incanto che la figura iconica del Maestro continua a esercitare sugli artisti più contemporanei. Qui sono proposte circa una trentina di opere. Tutte accuratamente selezionate. La pattuglia di artisti è buona: Aurelio Amendola, Michelangelo Antonioni, Gabriele Basilico, Jan Fabre, Kendell Geers, Yves Klein, Robert Mapplethorpe, Ico Parisi, Thomas Struth.

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Jan Fabre, Merciful Dream (Pietà V), 2011. Marmo bianco di Carrara, 190 x 195 x 110 cm / Base: 270 x 40 x 180 cm. Ph.: Pat Verbruggen. Collezione privata, © Angelos bvba
 

Il percorso è originale. Merciful Dream (Pietà V), 2011 di Jan Fabre ha l’onore sfacciato di aprire la mostra. La scultura, in marmo bianco di Carrara (Cave Michelangelo), ne è la protagonista. La si era già vista alla Biennale di Venezia (2011), con quel volto della Vergine fatto teschio e la figura del Cristo ritratto dell’artista vestito a puntino con un cervello nella mano penzolante. Qua e là i suoi insetti-topos: farfalle, scorpioni e lumache. Ha la qualità dell’ironia, invece, il David (Relic 2, 2002) in polistirolo di Kendell Geers, che, nelle sue dimensioni reali (1:1), è capace d’incantare il visitatore grazie alla vitalità alternata bianco/rosso del nastro segnaletico con cui è avvolto. Imponente avvertimento alla contraddizione. Sono visitatori con un «pregiudiziale senso del dovere» (Marco Pierini) quelli ritratti da Thomas Struth in Audience 11, Florence (2004). Alla Galleria dell’Accademia, “ammirano” – presumibilmente – il David (quello originale!). È evidente la riflessione sui nuovi riti collettivi (ottemperanze della massa) che fanno dell’arte un feticcio del consumo. L’Esclave d’après Michel-Ange, (S 20), 1962 di Yves Klein «proietta al contrario la statua michelangiolesca in una dimensione altra, eterea, che sembra rinnegare i valori stessi della scultura». Il blu abissale (IBK), che il piccolo gesso, «sottrae l’opera a ogni contingenza, ne stempera la consistenza materiale» e buca lo sguardo come la Superluna nella notte delle stelle cadenti (10/08/2014). Verrebbe da dire che il portato concettuale michelangiolesco è “finito” nel blu dell’infinito. Ma il mistero ostenta. È un pianeta vasto.

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Robert Mapplethorpe, Ajitto, 1981. Stampa alla gelatina d’argento, MAP#541. All Mapplethorpe Works © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission
 

Ritroviamo le pose plastiche, l’equilibrio formale, la tensione estetica del Buonarroti nelle immagini di Robert Mapplethorpe, “The boy who loved Michelangelo” (Patty Smith). Le foto pronunciano esplicitamente il debito. La nudità scultorea e muscolosa dei suoi celebri modelli (Ajitto, Thomas e Lisa Lyon) è libertà del corpo in situazione. Nel bianco e nero dell’attimo, Mapplethorpe ne ha fissato l’anima «come viva voce di un corpo che si dice e, dicendosi, disvela i sensi del mondo» (Umberto Galimberti). Altri lavori restituiscono l’opera di Michelangelo attraverso la fotografia diretta: un’immagine della statua del Mosè a San Pietro in Vincoli (Roma) di Ico Parisi, datata 1958; un gruppo di foto di Aurelio Amendola dedicato alla Sagrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze del 1992-1993; la Pietà Rondanini (2011) di Gabriele Basilico.

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Michelangelo, Studio parziale di nudo virile con gamba destra piegata, 1524-25. Penna su carta, mm. 194×124, Fondazione Casa Buonarroti
 

Da contraltare due bellissimi disegni autografi provenienti dalla Fondazione Casa Buonarroti: Studi di monumenti tombali per la Sagrestia Nuova (ca. 1520) e Studio parziale di nudo virile con gamba destra piegata (1524-1525). A chiudere simbolicamente la mostra il cortometraggio-capolavoro Lo sguardo di Michelangelo (2004) di Antonioni. Incontro silenzioso, fitto, privilegiato del regista con il Mosè, dove le concezioni s’intersecano reciprocamente e lo spettatore, per l’uso della ripresa in soggettiva, non riesce ad attraversarne la vertigine dell’intimità. Non è dato violarla.
Infine, l’allestimento è sobrio, pulito, intelligente. Meraviglioso nel caso delle due piccole carte del Maestro che, per vedere, bisogna – giustamente – alzare il panno nero dalle teche. Concitata, la vista cambia la visione. E sullo sfondo di una Modena vivace, il mito Michelangelo si racconta fin dentro i nostri giorni.

Pietro Montone

Michelangelo e il Novecento
a cura di Emanuela Ferretti, Marco Pierini, Pietro Ruschi
20 giugno-19 ottobre 2014
Modena, Galleria Civica (Palazzina dei Giardini)
C.so Canalgrande
Tel +39 059 2032911/2032940
galcivmo@comune.modena.it

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1 Comment

  1. Vanessa says: Rispondi

    Ho visto la mostra nella sede di Firenze, bellissima. Ho partecipato anche in qualità di artista con alcuni bozzetti. Un saluto . vanessa

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