Milan Grygar. Antifona

copertina

L’arte è una traccia del tempo nello spazio dell’infinito.” Ecco cosa mi disse Milan Grygar a proposito dell’arte quando via mail intrapresimo una piccola intervista, giusto la scorsa estate.

Classe 1926, sloveno, Grygar, sin dai primi anni Sessanta, si è confermato come un innovatore nel campo delle arti visive, sin dalle prime sperimentazioni attraverso il disegno, mezzo attraverso il quale l’artista è arrivato al suono. Ed è proprio quest’ultimo ad essere protagonista della sua poetica, o meglio la correlazione, la corrispondenza, la connessione, la reversibilità (come definì anche Simone Menegoi in un suo testo critico) che il suono ha con l’immagine.

Mi viene spontaneamente da affermare: cosa c’è di più contemporaneo?

Grygar già negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, ci parlava attraverso le sue opere (gli Acoustic Drawings) di connessione tra spazio sonoro e spazio visivo. Ed eccoci che approdiamo ad un’altra parola chiave della sua poetica: spazio.

La seconda sala di Antifona, seconda personale dell’artista che la galleria bolognese P420 gli dedica (la prima fu Sound on Paper nel 2014), raccoglie tutti lavori recenti, pressoché dal 2009 al 2016, perlopiù dittici, acrilici su tela, monocromi, che ammettono a stento forme geometriche minimali perfette, da cerchi e linee, autentici interstizi musicali – intervalli di respiro, nell’immensità della campitura tersa di colore.

Siamo lì accolti dal corpo del colore, che diviene corpo e forma infinitesimale, espansa, area, sonora.

E nello stesso momento accade, il suono, nella sala, in diffusione, la sonorità pervade la vista. Si esattamente. I sensi si riversano, coincidendosi, fondendosi. Il lavoro di Grygar non può scindere dalla separazione sensoriale, in questo non ammette minimalismi.

E noi siamo lì, osservatori in balia dell’oblio, di una pura e rigorosa, quasi ascetica, ricerca sull’infinito.

Il vuoto.  Le Antifone di Grygar, rosse, blu, bianche o nere, non sono che l’eco del gesto dell’artista impresso nel silenzio di una tela, ma che il suono riporta alla luce dello sguardo.

Le Antifone di Grygar funzionano alla stregua di un epoché, come una pausa, una sospensione di giudizio, con un’economia gestuale che contraddistingue l’artista nel suo lasciare tracce (perché di tracce se ne parla sempre nei lavori di Grygar), pongono una distanza tra l’osservatore e l’opera, una spazialità cosciente che concede un’immersione totale della fruizione.

Che sia dal colore, o dal pigmento intenso, inteso come traccia fisica di una sonorità, di una partitura immateriale, le Antifone, richiamano a sé, attraggono e filtrano un’attrazione cosmica, inspiegabile.

Nella prima sala, la serie di Untitled, Antifona, In space of sound, Choreography, sono accumunati da un grande prestigio da parte dell’artista nel tracciare il segno acquerellato, talvolta con una corposità più densa, altre meno invasiva, che sia mediante l’uso di collage oppure no, già nei titoli è esplicativo un altro concetto fondamentale della sua ricerca: il movimento. La connessione tra spazio visivo e spazio sonoro è possibile proprio grazie, unicamente al movimento di un gesto. Nei lavori di Grygar, è intrinseca la parte performativa dell’opera. L’alternarsi delle fragilità messe a nudo dall’uso leggiadro, aleatorio, precario ed elegante dell’acquarello non sono che autentiche coreografie nello spazio di un tempo sonoro.

Le pennellate, brevi e sincopate, ritmate, sono conglomerati corporei smaterializzati, libere ed istintive nella ciclicità di un gesto, di un movimento, di un suono, di un rapporto tra i sensi imprescindibile.

L’arte di Grygar, come mi ha raccontato l’anno scorso, ha guardato molto a correnti come futurismo e cubismo, ma di primaria importanza per la sua ricerca è stato proprio l’irrompere del suono nella visione a partire dagli esperimenti nati con il disegno nel silenzio di una stanza, quando la matita detta il suo ritmo sulla pelle della carta bianca e vergine; e le sue opere sono da leggersi, ieri, ed oggi, come entità  in continuo ed ininterrotto sviluppo.

Osservando le Antifone della seconda sala, ci sentiamo come un piccolo cerchio perfetto, lontano ma connesso,  perso nell’immensità di questo infinito essere presente:

Il circolo è l’immagine dell’Eternità. Una linea che va nello spazio e ritorna al suo punto di partenza. Nel simbolismo è il serpente che si morde la coda. Ma dov’è l’inizio di un circolo chiuso? Anche il nostro pensiero, preso nel cerchio, non può sfuggirgli. Un eroico sforzo d’immaginazione, una rottura completa con qualsiasi cosa che sia logicamente comprensibile, naturale e possibile, sono necessari per divinare il segreto di questo circolo, e per trovare il punto dove la fine si unisce all’inizio, dove la testa del serpente morde la propria coda.” – Pëtr Dem’janovič Uspenskij – filosofo russo

Info:

Milan Grygar. Antifona
23 settembre – 11 novembre 2017
P420
via Azzo Gardino 9, Bologna

5 - Milan Grygar, In space of sound, 2016, acquerello su cartaMilan Grygar, In space of sound, 2016, acquerello su carta, courtesy galleria P420

2 - Milan Grygar, Antifona, 2013, acrilico su tela, ditticoMilan Grygar, Antifona, 2013, acrilico su tela, dittico, courtesy galleria P420

4- Milan Grygar, Choreography, 2017, acquerello su cartaMilan Grygar, Choreography, 2017, acquerello su carta, courtesy galleria P420

3- Milan Grygar, Antifona, 2016, acrilico su telaMilan Grygar, Antifona, 2016, acrilico su tela, courtesy galleria P420

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Federica Fiumelli

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