Models never talk. Olivier Saillard al Teatrino di Palazzo Grassi

models-never-talk

Venezia. Giovedì, 21 gennaio 2016. Teatrino di Palazzo Grassi. Evento MODELS NEVER TALK, peformance di Olivier Saillard interpretata da Christine Bergstrom, Axelle Doué, Charlotte Flossaut, Claudia Huidobro, Anne Rohart, Violeta Sanchez, Amalia Vairelli.
e
Venerdì, 22 gennaio 2016. Teatrino di Palazzo Grassi. Incontro con Olivier Saillard, direttore di Palais Galliera, musée de la Mode de la Ville de Paris In conversazione con Martin Bethenod, direttore di Palazzo Grassi-Punta della Dogana.

Sette donne, sette modelle, sette amiche, vestite con un semplice collant nero, un dolcevita del medesimo colore e un tacco alto sempre e solo nero; il resto dello spettacolo è gestualità movimento del corpo e della parole di: Christine Bergstrom, Axelle Doué, Charlotte Flossaut, Claudia Huidobro, Anne Rohart, Violeta Sanchez, Amalia Vairelli. Un suono regolare batte i quattro quarti e le modelle entrano camminando nella stanza bianca allestita solo da quattro fari ai lati più corti del palcoscenico che rigettano sullo sfondo le ombre. Un ragazzo entra, si ferma, in quella che in una fotografia chiameremo un terzo in divisione perpendicolare della stanza, regge un portatile rovesciato nel quale è accesa la web cam e una alla volta le modelle si specchiano, si osservano e si mettono in posa come se avessero di fronte un fotografo ma anche come se esso fosse un gesto quotidiano, un gesto che per vanto o per confronto spontaneo con le nuove tecnologie tutti abbiamo fatto. Pare una sfida dell’età del loro volto segnato dai primi segni dell’età, con la corsa sfrenata della tecnologia e del tempo dell’adesso. Alla fine di questa preparazione-presentazione le modelle si dispongono nella stanza bianca.

FINE DELL’INTRODUZIONE

Una alla volta camminano verso il centro del rettangolo di palcoscenico verso lo spettatore, senza parole mimano un vestito, Dior, Chanel, Yves Saint Laurent, Cartier, ecc. La parola vietata nell’attimo della passata sfilata ora viene citata nella descrizione dell’abito del sentimento, nell’abitudine del rito della vestizione pre-sfilata o dei set fotografici. La mano che con dolcezza disegna l’abito nell’aria, congiunge la spalla al polso disegnando la manica, o unisce la vita al collo mostrando una scollatura, dal collo alla cima della testa, in un cappuccio che accompagnato al movimento della camminata mostra come può essere tolto e rimesso, esaltazione della sua invisibil-forma. Due modelle a vicenda assumono il compito di abbigliare l’altra, con apertura o restrizione del palmo della mano disegnano un fiocco che viene stretto dietro la schiena. La cucitura di una tasca è disegnata da una mano volta sul palmo che segue l’orlo di una cucitura-mnemonica. Un pantalone a vita alta, viene tracciato dal dito indice rovesciato, una giacca tolta e messa a un’altra modella, viene mimato così un shooting fotografico emanando la potenza, la forza di due donne che portano un completo da uomo. Il richiamo di una fotografia di un magazine viene riecheggiata nella stanza riproponendo la stessa posa, nulla cambia da allora, se non la gradevolezza del corpo che cessa di opporre resistenza al tempo. Le sette donne, sette modelle, sette amiche, con i primi lievi cedimenti della pelle, si guardano a vicenda, mentre raccontano tratti della propria storia personale e per qualche attimo ci si sente parte di quei sorrisi che vicendevolmente si scambiano. Nel racconto di un aneddoto personale si ha la stessa tranquillità che si avrebbe seduti di fronte a un caffè, per poi balzare in uno spazio diverso, un deserto in cui marciano sette donne nel nome della moda, e per alcuni secondi fanno tremare la stanza. In questi gesti in cui l’abito è trasparente e l’immagine non visibile si può tracciare nella mente forme e colori, azione che le voci delle protagoniste accompagnano a essere. Uno alla volta i vestiti permeano negli occhi, e con il cambio delle musiche si rivivono le sfilate degli anni andati che per alcuni momenti ri-esistono. La paura di camminare in un abito troppo stretto, o la sicurezza necessaria per camminare scalza nel ritmo di una marcia accelerata dal ritmo della musica, la delicatezza della seta, o l’importanza di un nodo a pugnale, così diventano: corpi-abitanti-mentali. Rivivono così abiti ormai orfani in una cerimonia elegante del lutto.

Olivier Saillard il giorno seguente racconta brevemente il percorso che l’ha portato alla performance, sorridendo, racconta che anteriormente ha lavorato come storico della moda e che l’interesse della cura degli abiti è originario dalla sua infanzia. Quando in una soffitta riempita dai vestiti della madre e delle sorelle dormiva. Ironicamente dice: “poco è cambiato da allora” ora è conservatore, curatore e storico della moda, solo che “non dormo più fra gli abiti”. Nel 1995 ha lavorato per il museo della moda di Marsiglia e successivamente al museo della moda di Parigi bisognoso di una città più grande. Nel 2005 dopo dieci anni di mostre, decide di guardare agli abiti non più come curatore ma come soggetto in movimento, inaugurando un’impresa-autoriale nel format delle performance. Le sue ex modelle lavorano sui gesti, sui ricordi, su singoli istanti di sfilate o di set fotografici. Basandosi su di un lavoro organico inconscio al fine di creare un’archiviazione vivente, introducendo un corpo vivo in un abito che ormai potrebbe essere, volgarmente definito “vecchio”. Esaltare, salvaguardare il patrimonio della moda, attraverso la passione dell’orlo, della differenza fra un nero petrolio, un nero carbone o un nero seppia, per mezzo del segno vivo dei gesti, che diventa fenomeno del ricordo presente. Le performance, spiega Olivier Saillard, seguono i ritmi dell’alta moda, specchio di esse, mostrano lo status del ricordo in un tempo presente, dove ciò da all’immoto la possibilità di rivivere, senza scomodare gli abiti ma solo l’immaginazione della memoria in un viaggio guidato dai movimenti eleganti e dalle voci delicate e forti contemporaneamente, riuscendo a far rivivere anche chi il mondo della moda lo conosce solo dai magazine.

La parola abito si coniuga nel verbo abitare, assumendo il significato di “avere dimora”, in quanto questo nome non risiede nel passato ma si coniuga costantemente nel presente, diventando abitante.

“Se dico rosa, cosa fate?”

àbito

per definizione:

à·bi·to/
sostantivo maschile
1.
Vestito: taglio d’a, la quantità di stoffa necessaria per confezionarlo.
Foggia di vestire determinata dal modello o dalla circostanza.
“a. da sera”
Veste particolare che portano le persone investite di una dignità, spec. ecclesiastica: prendere l’a; gettar l’a. alle ortiche; prov. l’abito non fa il monaco, l’apparenza non è indizio delle qualità interiori.
2.
fig.
Inclinazione per lo più innata a un determinato comportamento.
“L’abito fiero e lo sdegnoso canto”
Costume, abitudine; disposizione spirituale o fisica.
Abito mentale, bagaglio individuale di caratteri psicologici e valori culturali, che orienta il giudizio e l’azione.

pg0043

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

pg0029

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

IMG_0310

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

IMG_0309

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

models_never_talk_by_olivier_saillard_3

Olivier Saillard, Models Never Talk, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, 21 gennaio 2016, photo Matteo De Fina

The following two tabs change content below.

Rispondi