Mustafa Sabbagh. Quando il nero diventa luce.

copertina

Sin dai tempi più antichi l’uomo ha tentato di porre ordine al caos della vita in cui è immerso attribuendone la responsabilità alle imperscrutabili decisioni e ai capricci di un variegato pantheon di divinità che gli artisti di ogni epoca e luogo hanno immortalato con i più differenti linguaggi. Da sempre il mondo è complesso e contaminato, ma la sensazione di spaesamento dell’individuo di fronte all’inestricabile globalità che lo avvolge si è acuita nella nostra post modernità laica e tecnologica nonostante il progresso scientifico abbia prodotto certezze prima inimmaginabili. Uno dei sintomi di questa esponenziale dispersione di senso è la sovrapproduzione di parole e immagini digitali con cui la contemporaneità ha confuso e frammentato i canoni artistici che i maestri del passato erano orgogliosi di onorare anche nelle loro licenze.

Mustafa Sabbagh, artista multimediale italo-palestinese che il curatore e storico dell’arte Peter Weiermair ha annoverato tra i “100 fotografi più influenti al mondo”, incentra il suo più recente nucleo di opere sulla riscrittura della storia dell’arte attraverso la fotografia esercitata come principale strumento di un’audace mitopoiesi epocale. Convinto che l’estetica (nel suo caso raffinatissima ed essenziale) non possa esistere senza etica, fonda il suo lavoro sulla ricerca di nuovi possibili miti fondanti che ammettano l’intrinseca debolezza dell’umano trasfigurandola in una bellezza radicata nella condivisione della diversità e nell’inclusione dell’altro.
Nasce da tali suggestioni la serie di scatti intitolata Onore al Nero (2014 – in corso) in cui sovverte la simbologia negativa solitamente associata a questo colore che, generato dalla fusione dell’intero spettro cromatico, riesce ad assorbire e accogliere in sé ogni frequenza luminosa. Il nero quindi, sublimato come emblema di accoglienza e perdono della colpa originaria che accomuna tutti gli uomini, diventa materia e matrice di una trionfante germinazione di corpi le cui pose citano i più iconici capolavori del passato ibridati con scarni attributi di attualità alienata. I personaggi sono interamente dipinti con una densa patina bituminosa che ne amalgama i connotati e si stagliano su un fondale altrettanto nero che, come in un fregio classico a cromia invertita, asseconda la loro emersione dalla sostanza indifferenziata che precede la creazione. Negli individui ritratti, archetipi della condizione umana in bilico tra barbariche efferatezze e tenere fragilità, l’artista immortala allo stesso tempo l’irripetibile unicità di ogni essere umano, codificata nelle diverse trame superficiali della pelle esaltate dal body painting. Le immagini, in difficile equilibrio tra realtà e finzione, sono un inno all’imperfezione e alla fecondità delle ossessioni che l’arte fa divampare amplificandole sotto forma di interrogativi universali.

Il nero negli scatti di Sabbagh è epidermide, panneggio, protezione, nutrimento e groviglio emotivo ma anche respiro e luce endogena, come si evince dalle marine che raffigurano lidi sospesi tra la penombra dell’imbrunire e la proiezione mentale. La sublime visione dello spettacolo naturale si carica qui di ulteriore energia psichica: il Mediterraneo, area geografica liminare tra due culture distinte ma naturalmente contigue è diventato il più grande cimitero dei nostri tempi per il fallimento della mediazione che rende possibile la convivenza. Tra mare e cielo si accumulano quindi nuvole e anime in cerca di un impossibile sollievo nella rassicurante liquidità nera che si apre come una ferita in cui converge tutto il dolore del mondo. L’abisso è la vertigine della paura, è il disorientamento per ciò che ci sovrasta e che non riusciamo a comprendere, ma è anche la nostra parte più profonda che anela alla salvezza pur essendo preda di impulsi selvaggi e che per sopravvivere alla propria incompletezza genera i miti e le religioni.
L’epopea dell’umanità in lotta con sé stessa continua nell’installazione video Chat-Rooms (2014), estrema dichiarazione d’amore di Gesù a Giuda: entrambi estenuati e totalmente compresi nello sforzo di respirare, instaurano un dialogo a distanza fatto di empatia e condivisione di un’analoga sofferenza. La scena, interpretata da due performer giovani e bellissimi, riattualizza simbologie antiche, come il gesto di Gesù ambiguo tra la Crocifissione e un abbraccio di accoglienza, attraverso sollecitazioni contemporanee, come il bavaglio di tessuto industriale che stigmatizza il bacio traditore di Giuda o le registrazioni di bombardamenti che costituiscono la colonna sonora dell’opera. Rileggere la storia per Sabbagh è una pratica di autocoscienza, un’indagine esistenziale che ripristina il valore assoluto di interrogativi apparentemente sopiti, è rinnovare la fiducia che gli antichi riponevano nella realtà visibile come campo di manifestazione dello spirituale e del soprannaturale.

A questi intenti si riallacciano anche i 7 video che compongono l’installazione antro-pop-gonia (2015), 7 dittici a immagini fluttuanti che rendono immanenti alcuni celebri personaggi della mitologia greca calandoli in ambientazioni metropolitane. Così Arianna riceve su appuntamento, Pigmalione si trastulla con copie seriali dello stesso manichino, Minotauro è un culturista che sfoggia la sua invidiabile forma fisica, Teseo è un ragazzo prepotente e irresponsabile, Leda è zoofila. Uomini e donne comuni soggiogati dalle loro segrete inadeguatezze e perversioni assumono qui valenza esemplare della distopia dei nostri tempi incarnando modelli di comportamento ottusi e vacui con orgoglioso autocompiacimento. Il loro narcisismo esasperato, figlio dell’ipercomunicazione mediatica dei social network che genera vanitosi soliloqui per immagini, rimarca l’artificialità e l’infondatezza degli effimeri miti del consumismo contemporaneo. Ma l’ammaliante bellezza dei personaggi e delle composizioni di cui sono protagonisti rivela che anche l’artista subisce la fascinazione estetica delle contraddizioni che la sua opera rileva senza vergognarsi di cedere alla tentazione di partecipare al lussurioso Parnaso che la vita offre delegando ad altri l’integerrimo compito di censirne i vizi.

Info:
Mustafa Sabbagh. mytho-maniac
a cura di Carlo Sala
30 settembre – 12 novembre 2017
CreArte Studio
Palazzo Porcia, Piazza Castello, 1 Oderzo (TV)

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Mustafa Sabbagh, Onore al Nero, untitled, courtesy CreArte Studio

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Mustafa Sabbagh, Onore al Nero, untitled, courtesy CreArte Studio

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Mustafa Sabbagh, Onore al Nero, untitled, courtesy CreArte Studio

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Mustafa Sabbagh, Onore al Nero, untitled, courtesy CreArte Studio

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Mustafa Sabbagh, Onore al Nero, untitled, courtesy CreArte Studio

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Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.

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